Déjà Vu. Queste impronte non sono le mie (cortometraggio)


Déjà Vu è un cortometraggio realizzato dagli alunni e dagli insegnanti dell’Istituto Scolastico Paritario “Paola di Rosa” trasmesso dalla trasmissione televisiva della RAI Screensaver il 21/01/2007.

Versione del cortometraggio trasmesso dalla trasmisisone Screensaver: RAITV


Presentazione

Questo cortometraggio lo reputo interessante per il modo in cui affronta il tema della giornata della memoria. Memoria non è solo un ricordo ma far si che quanto accaduto non si ripeta mai più. Imparare a riconoscere nella nostra società quella mentalità quella logica del disprezzo della diversità che crea emarginazione, segregazione, persecuzione anche ai nostri giorni.

Penso sia questo il modo in cui oggi dobbiamo parlare di quanto avvenuto. Affondare le radici nel passato per capire il nostro presente e forse scopriremo molti Déjà Vu.

Questa lezione è stata rivista completamente nella sua modalità e nella didattica in ottica interdisciplinare in collaborazione con due colleghi (Daniela Bardella e Antonioli Augusto) dopo aver partecipato al corso tenuto a Cremona (2013/2014) dal Prof. Pier Cesare Rivoltella  sugli EAS (Episodi di apprendimento situato).

Sono state coinvolte tre discipline: Cittadinanza e Costituzione, IRC (Insegnamento della religione cattolica), Italiano.

 

 

 


Approfondimenti


Déjà Vu…io racconto

Di seguito alcuni racconti in cui gli alunni/e hanno narrato l’episodio scegliendo il punto di vista da cui raccontare e dando un finale personale alla storia.

Scrittura

E’ da giorni che ragioniamo su questa cosa, la mela marcia deve essere distrutta.
Luigi ha gia organizzato tutto, il ragazzino, quel “negro”, torna a casa da scuola e dopo che è entrato dimentica sempre di chiudere la porta, pensa di essere a casa sua.
Luigi mi ha detto che se non li prendiamo a botte resteranno qui e sporcheranno la città, mi ha detto così tante volte che i “negri” gli fanno schifo che ora lo penso anch’io, prima non ci credevo ma ora si!
Eccolo è appena passato, ci incamminiamo, ho l’adrenalina a mille: e se ci arrestano? e se lo colpisco troppo forte e lo ammazzo?,
– “Tanto meglio così” mi ha detto Luigi, “Io non ho paura di finire in prigione, io sto facendo la cosa giusta “,
dice sempre così, ma io, io ho paura e queste catene sono pesanti e dure.
Come previsto saliamo le scale, facendo piano.
Siamo vestiti di nero, perché siamo vestiti di nero?
Siamo di fronte alla porta, Luigi bussa. …incredibile, ci aprono: questi “negri” sono proprio scemi!
Lui corre fuori dalla porta, dobbiamo rincorrerlo. …ma Luigi continua a picchiare suo padre e all’ora con un cenno lo chiamo, iniziamo a rincorrerlo, io lo vedo girare l’angolo… giro ed è sparito!
E’ entrato nella libreria, ne sono sicuro, entro, ma c’è solo un vecchio che mi guarda strano, è lui che lo ha nascosto, ma per quanto urli non mi dice dove l’ha messo.
Mi dice che non gli faccio paura, ma io sono vestito di nero e sto facendo la cosa giusta.
Dice che non gli faccio paura perché lui ha già visto l’inferno, che “cavolo” dice, è un pazzo, mi spaventa. Ho deciso di andarmene, ma quel vecchio me la pagherà.
Quel “negro” è più furbo di quello che credevo; si è nascosto e io e Luigi lo cerchiamo.
Mi rimangio tutto: è un cretino, credono che siamo andati via è uscito dal nascondiglio.
Sto facendo la cosa giusta, non ne sono più così convinto, ma l’adrenalina è più forte della ragione.
E quando lo raggiungiamo che facciamo? Lo picchiamo? Lo portiamo via, lo insultiamo? E poi cosa succede se gli faccio male sul serio e muore, io sono minorenne. Vado comunque in prigione?
Le mie gambe si fermano pochi metri prima del bambino; è giusto quello che faccio? Lui mi guarda, è terrorizzato, i suoi occhi già sono colmi di lacrime e il suo viso liscio è tutto bagnato di sudore.
Luigi in pochi passi mi raggiunge e mi guarda stranito, attonito: lui non ha cambiato idea vedendolo così indifeso, io sì, non è la cosa giusta!
Corro, lasciando dietro di me quelle catene così pesanti, corro e incito il bambino a scappare, ma lui è troppo spaventato.
Ecco il primo colpo alla testa. Luigi è accecato dall’odio, colpisce per terra e per fortuna non centra il bersaglio!
Il bimbo è svenuto, io lo devo salvare. Ormai Luigi è ansante non riuscirà a contrastarmi, gli tiro un pugno e lui cade.
Prendo il bambino, come è pesante!
Corro dalla Polizia, arrivano subito e mi portano via insieme a Luigi, io spiego la situazione, ma non mi credono, pensano che io sia come Luigi, anche loro sono come ero io accecati dai pregiudizi.
Il bambino sta bene, ma Luigi è in prigione. Lui ha diciotto anni, ha detto la verità “io non ero forte come lui”, lui era l’unico dei due ad essere veramente vestito di nero, io sono un traditore e ne sono felice.

Giulia S., classe 3G, a.s. 2013-14

 


 

La mia storia è diversa dalle altre. Le altre hanno un lieto fine, ma la mia è finita con l’inferno. Fin da piccolo, quando ero ancora alla scuola primaria, venivo preso in giro, mi facevano dispetti o addirittura venivo picchiato da dei ragazzi prepotenti, bulli come preferivo chiamarli. Tutto questo finì con l’entrata alle superiori. Mi ero stufato di essere il gioco degli altri. Ormai gli altri erano il mio gioco. Iniziai con offendere i ragazzini che vedevo passare per strada, a caso, per motivi banali. Volevo sfogarmi. Volevo dimenticare gli anni passati a nascondermi per paura degli altri. Era arrivata la mia ora. Però tutto questo peggiorò a vista d’occhio e arrivai a girare per strada con una mazza da baseball. Il primo ragazzino che mi passava davanti veniva punito. Avevo trovato anche due compagni, anche loro erano diventati come me, perché anche loro erano stati il gioco di qualcun altro. Mi sentivo il re del mondo. Facevo quello che mi girava di fare. Era uno spasso! Mi sembrava di avere la vita migliore del mondo, fino al giorno cruciale, in cui tutto cambiò. Avevamo preso di mira un ragazzino straniero da un bel pezzo. Ci faceva tutti i favori, tutto quello che gli dicevamo. Ma mi arrabbiai come un pazzo quando questo disubbidì. Decisi, quindi, di fargli una visitina a casa. Era ora di pranzo. Arrivai alla sua porta e uno dei miei compagni bussò un paio di volte, finchè un vecchio non aprì. Entrammo spingendolo per terra. La madre cercava di nascondere il ragazzo, ma le tirai un pugno e anch’essa cadde per terra. Il ragazzino, però, riuscì a scappare. Lo rincorsi per un bel po’, fino a quando non lo vidi più. Entrai in una biblioteca e urlai al vecchio dov’era finito quello, minacciandolo anche, ma lui mi disse: -Non mi fai paura, io l’ho già visto l’inferno, e tu?- Non compresi quello che mi disse, ma udii delle sirene della polizia e scappai via. Dopo una decina di minuti lo rividi, lui mi guardò e iniziò a scappare. Continuai a correre finchè la strada non si chiuse e lui non ebbe più via di scampo. Si mise a urlare aiuto, ma non ebbi pietà. Mi ricordai di tutte le volte che io fui al suo posto. Questo era il momento di vendicarmi . Così alzai la mazza e iniziai a colpirlo brutalmente. Lui continuava a gridare, ma non riuscivo a fermarmi. Quel piacere era più forte di me. Lo colpivo ininterrottamente. Lui non riusciva più a gridare. Sentii delle sirene della polizia, ma non ci feci caso. I miei ricordi volavano via uno ad uno, finché da dietro degli uomini mi saltarono addosso. Solo allora ripresi coscienza. Erano poliziotti. Ero steso a terra e, quando alzai un po’ lo sguardo, vidi un orrore. Una pozzanghera di sangue con in mezzo un essere deformato. Non ci potevo credere. Ero un assassino e lo sarò per tutta la vita. Mi alzarono da terra e mi portarono subito nella mia nuova “casa”, che sarà mia finché non morirò. Stare in questa cella non è una bella cosa, ma me la merito. Me ne pento di aver fatto tutte quelle cose orribili e di aver commesso un omicidio senza neanche accorgermene, ma ormai è troppo tardi. Vorrei aver avuto un’altra vita. Adesso sono cambiato, non sono più un bullo. Ho anche degli amici, ma non serviranno a farmi cancellare il sangue di cui mi sono sporcato. Ogni giorno ripenso a quella frase del vecchio bibliotecario. Ora capisco il significato ed io l’inferno lo sto vedendo ora.

Diana G., classe 3E, a.s. 2013-14


Non vorrei dilungarmi troppo sulla descrizione della mia persona, ma voglio solo specificare che sono un ragazzo che, per avere un posto nella società e soprattutto per essere accettato dai miei amici per quello che sono, seguo il loro bruttissimo esempio comportandomi male, soprattutto con gli stranieri.
A scuola, numerosi pregiudizi sfidano il clima alquanto pesante che si fa sentire in classe, come frecce durante una gara di tiro al bersaglio, peccato che quel bersaglio, questa volta e il cuore di ognuna delle tante vittime dei pregiudizi e quella freccia assai appuntita, al solo passaggio fa soffrire molte persone??soprattutto coloro che non si vestono alla moda, che non hanno le scarpe firmate o che ancora sono STRANIERI. ?.perciò coloro che hanno la sola colpa di avere un colore di pelle diverso dal nostro o che hanno diverse abitudini, modi di vestire, usare differenti dai nostri??
Questi pregiudizi, giorno dopo giorno mi entrano nella mente e mi convincono sul fatto che dovrei crederci!!!! Eh, si?.infatti adesso non ho piu nessun dubbio:gli stranieri puzzano, mangiano cose alquanto “SCHIFOSE” , ci rubano le case e le mogli!!!
Cosi, un giorno, giunta la voce della presenza di una famiglia straniera in città il cui figlio avrebbe dovuto frequentare la “MIA” scuola, mi innervosii?i miei amici avevano ragione:questi stranieri vogliono venire qui a comandare, vogliono rubarci quel che abbiamo e vogliono diventare padroni delle nostre vite!!!
Alcuni giorni dopo, presa mazza e altri “aggeggi” che mi avrebbero aiutato a fare male alla giovane famiglia di immigrati, mi recai verso la loro abitazione con alcuni miei amici e, dopo aver salito le scale con passo alquanto “morto” , bussai sull’uscio due o tre volte ripetutamente con un pugno, fino a quando il padre ci apri la porta ??..
Con mazza e martello aggredimmo prima il padre stesso in un angolo dell’abitazione, poi la giovane madre che, spaventata si “abbraccio” al pavimento ed infine, dopo esserci girati verso il bambino con sguardo furibondo e pieno di odio nella speranza di dare anche a lui una bella lezione, ci accorgemmo che egli se la stava dando a gambe levate giù per la ripida scala con un unico obiettivo:nascondersi e non farsi scoprire da noi…………………ma invano perché io e i miei amici ci voltammo , pronti a rincorrerlo se necessario anche attraversando tutta la città!!!!!!!!
Quel bambino di fiato doveva avercene, e anche parecchio, visto che lo seguivamo già da un bel po’ di tempo tra un vicolo e l’altro, quando ad un tratto lo vedemmo entrare in una libreria di proprietà di un vecchio alquanto strano perché quando gli chiesi se avesse visto il bambino, mi rispose di no aggiungendo le seguenti parole:”Io ho già visto l’inferno?e tu?????”. A questa strana e insolita frase gli risposi “Sei un pazzo, sei un pazzo!!! Ritornerò!!” e uscii???
Io e i miei amici attendemmo all’uscita della libreria il bambino perché eravamo convinti che si trovasse proprio all’interno di essa, e infatti dopo un po’ egli usci e, dopo averci visto anche solo con la coda dell’occhio, riprese velocemente a correre lungo quel vicolo, ancora con il fiato sospeso e soprattutto ancora con la paura di essere aggredito?.
Non so bene dove fosse andato ma sentivo profumo di vendetta : avevo bisogno di quel bambino, forse innocente su cui scaricare la mia rabbia!!!
Ma che dico INNOCENTE?? Cosa mi passa per la testa ??
Da qui a dire che e innocente mi pare un po’ troppo!! E’ colpevole di essere giunto nella “mia” città ? se fosse andato a vive in un altro paesino non avrei avuto nessun problema, questo e certo; ma invece ne ho di problemi con lui ? eccome!!
Torniamo a noi: in quel momento in cui il ragazzino volto l’angolo, cercammo di raggiungerlo, correndo più forte che potevamo ma lui, essendo decisamente più leggero di noi essendo “poco poco” più agile, riusci a sfuggirci e, dopo tanta fatica, ci arrendemmo e tornammo a casa, ma solo dopo aver visto il bambino correre su per il vicolo cupo e buio urlando “AIUTO”!!

FERRARI VALENTINA 3 A


Salivamo le scale a passi pesanti. Il rumore dei piedi contro il cemento dei vecchi gradini rimbombava sotto di noi con una cadenza ritmata che sembrava scandire i minuti che restavano a quella famiglia. Mi chiedevo perché gli stranieri esistessero. “sono uno dei migliori modi per arricchirsi, confronto tra culture?” tutte baggianate. Dovrebbero finire tutti all’inferno per quanto mi riguarda. Ma non era tempo di perdersi in quei pensieri: avevo una missione da compiere.
Tre colpi. Nessuno apriva. Marco sogghignava: “Se la staranno facendo sotto! ”
Bussai di nuovo e stavolta un uomo di mezza eta venne ad aprirmi. Lo sbattei a terra con una spallata, proprio come mio padre fece una volta con me quando avevo sei anni poiché non avevo rispettato i suoi ordini. Non mi piaceva ricordare quella volta, meglio pensare a come farla pagare nel modo migliore a questi cani. Mentre Luca e Marco si occupavano del padre, io mi rivolsi alla madre e a quel piccoletto. Entrambi moscerini da schiacciare ai miei occhi. Con un colpo di manganello ben piantato la madre si affloscio ai miei piedi. Mentre il padre implorava di lasciar stare la donna e il figlio, i miei compagni lo riempivano di botte:”proprio quello che si merita” pensavo. Sentivo i suoi gemiti; che senso di piacere, vendetta?
La madre ordino al suo piccolo di scappare che, obbediente, fuggi mentre io lanciavo un urlo di imprecazione e mi buttavo all’inseguimento. Caspita se e veloce! Guizza come un grillo! Ma la strada era chiusa: in fondo c’era solo una vecchia libreria. Il ragazzo vi si infilo e scomparve alla mia vista. Ma in tre secondi spalancai con un calcio la porta della libreria: un vecchio mi osservava freddo, immobile. Dopodiché riprese a sistemare libri; non ne ho mai letto uno: mio padre me lo proibiva? ma ancora una volta scoprii che mi faceva male pensare a tutto questo. Ripresi a squadrare il vecchio, incuriosito. Mi avvicinai timoroso, per la prima volta in tutta la mia carriera di teppista. Non so cosa mi successe. Cercai di minacciarlo, ma si sentiva anche dal mio tono che avevo una gran paura – Dov’e il bambino! Dimmi dov’e!!
-Qui non c’e nessuno, solo io e te, e inutile che cerchi- mi rispose. Non so che mi successe, era solo un povero vecchio? ma c’era qualcosa in lui, qualcosa che mi fece sbarellare, che mi trattenne. Lo minacciai di nuovo, ma risultai meno convincente di prima. Qualcosa di nuovo si faceva strada nel mio cuore, qualcosa che non avevo mai provato prima. Un dolore forte, che sfogavo sugli stranieri. Mi attanagliava il cuore, non sapevo più che fare. Tutto si era fermato: eravamo solo io e lui. Ripeté:
– Non c’e nessuno qui: li hanno già portati via tutti, tutti. Sono sessant’anni che vi aspetto. Non mi fai paura. Io ho già visto l’inferno, e tu?-
Quel dolore si faceva sempre più forte. Mi tornava in mente mio padre, i suoi schiaffi, le sue urla, mia madre che piangeva nell’angolo della stanza senza poter opporsi? tutto quello che fino a quel momento avevo cercato di nascondere, mi tornava in mente e mi travolgeva come un’onda che trascina con sé tutto ciò che trova al suo passaggio.
Anche gli occhi del vecchio si accesero all’improvviso, come un fuoco che brucia quando tutto il resto e spento, quando la speranza e ormai persa. Pareva che anche quell’uomo avesse subito un enorme dolore, qualcosa di non spiegabile con le parole. Bisogna provare per capirlo.

Fuori sentii la sirena di un’auto della polizia. “Devo scappare!” pensai dentro di me. Urlai un’ultima minaccia al vecchio libraio. Poi fuggii. Ripercorsi la strada a ritroso sino a raggiungere Marco e Luca. Mi aggiornarono sulla situazione a casa del ragazzo. Nessuno si era fatto troppo male. Mi sorpresi ad essere per la prima volta sollevato per questo. Chissà cosa mi era successo, ma?
Stavo pensando a tutto questo quando vidi di fronte a me il ragazzino. Ripresi a inseguirlo, i miei complici dietro. L’avevamo quasi preso, ma io non ero poi cosi sicuro di volerlo fare ancora. Qualcosa di nuovo si faceva strada dentro di me. Mi tornava in mente il vecchio, i suoi occhi infuocati?. In lontananza sentii ancora le sirene della polizia. All’improvviso decisi, o adesso, o mai piu. Mi fermai davanti a Luca e Marco e feci scudo al ragazzo, che si blocco un secondo, stupito dalla mia reazione, prima di riprendere a correre in direzione di casa sua. I miei amici mi guardarono, stralunati. Perché avevo deciso di salvare il ragazzo? Non lo sapevo neanche io, ma ero certo che da quel momento non avrei più fatto soffrire nessuno: l’avevo capito: non era giusto vendicarmi con altri per cio che mio padre aveva fatto a me. Nel frattempo la polizia ci aveva raggiunti. Li sentii dire che il padre e la madre del ragazzo erano stati portati in ospedale, mentre il bambino era stato accolto dalla vicina, in attesa di notizie dei genitori.
Ormai era finita. Non avevo piu scampo. Ero contento pero: avrei finalmente scontato tutte le mie colpe. L’ultima cosa che ricordo e il vecchio libraio dall’altra parte della strada. Mi sorrideva e annuiva con la testa. Gli sorrisi di rimando, urlando un semplice “grazie”. Ero finalmente libero. Le immagini di mio padre mi scorrevano davanti agli occhi come in un film: non le respingevo piu , non era giusto dimenticare.

Anna Bonali – Classe 3^ C – anno scolastico 2009 – 2010


Sono un cartolaio che lavora nel centro di una città. Un giorno mentre sto sistemando i libri nella mia cartoleria, ad un tratto un ragazzo di carnagione olivastra entra e di corsa va a nascondersi dietro ad un tavolo con una pila di libri. “Quel bambino era terrorizzato !!!”. subito dopo entra nella mia cartoleria un ragazzo robusto con una mazza da baseball, ed e li che capii che stesse cercando quel povero ragazzo ebreo per picchiarlo.

Anch’io ho dovuto sopportare tutti questi soprusi quando ero giovane. Io ero stato prigioniero ad Auschwitz. Li ho visto, ho sopportato e ho affrontato l’inferno e di certo un ragazzo robusto con una mazza, non e niente a confronto di quella terrorizzante esperienza. Il giovane mi ripeté più volte: “Dimmi dove e nascosto il ragazzo ! Lo so che e qui !”ed arrivo al punto di minacciarmi con la mazza. Io rimasi impassibile anche perché io non lo temevo e gli risposi: “Io di te non ho paura ! Io ho passato l’inferno !”. Mentre gli risposi mi tornarono alla mente quei tragici ricordi riguardanti la mia permanenza ad Auschwitz. Non e cambiato niente da allora ad oggi. Il principio di pensiero e sempre lo stesso: ogni straniero e nemico ! Cosi poi il ragazzo molto arrabbiato decise di andarsene. Subito dopo che il delinquente usci, il ragazzo ebreo venne a ringraziarmi e guardandomi il braccio si accorse del mio tatuaggio, con incisi i numeri di riconoscimento di quando ero nel campo di concentramento. E mi chiese: “Che cosa significa questo segno?” .
“E’ il segno che non e cambiato niente !” e il ragazzo, con un viso perplesso ripensando a quella frase usci dalla cartoleria.

Riflessione:
Le considerazioni del cartolaio sono vere infatti da quei brutti giorni ad oggi non e cambiato niente.
Il principio del pensiero e sempre lo stesso: ogni straniero e nemico. Di solito dopo che si sono fatti degli errori si cerca di rimediare e invece ancora oggi avvengono questi soprusi. Dovremmo vergognarci! Dopo tutto quello che e successo c’e ancora gente che segue queste idee.

Brambilla Davide Classe 3^ A – anno scolastico 2009 – 2010


Caro diario,

oggi mi e’ capitata una cosa terribile: dopo il classico sgambetto al mio amico da parte dei bulli della classe che lo prendono in giro perche’ non ha le scarpe uguali alle loro, che sono costosissime e lui non se le puo’ permettere (ma un giorno o l’altro gliela faccio vedere io a quei prepotenti!!), sono andato a casa. Ho mangiato, ho giocato un po’ con il gameboy e la mamma mi ha obbligato a fare i compiti.
Durante tutta la giornata ho avuto in mente l’immagine del mio amico che cadeva sul pavimento sotto gli occhi dei miei compagni che ridevano compiaciuti. Anche alla partita non ho fatto altro che pensare a lui, e ho anche giocato male!
A cena non ho mangiato neanche il mio piatto preferito: la zuppa. Poi qualcuno ha bussato alla porta, non sapevo proprio chi potesse essere a quell’ora. Papa’ ha aperto e sono entrati in casa tre energumeni armati di bastoni e catene e hanno cominciato a picchiare la mamma, il papa’ ha cercato di difenderla, ma hanno colpito anche lui.
Allora mamma, in preda al panico e al dolore mi ha urlato: “Scappa!!” e ho cominciato a correre per le vie del centro, inseguito da quei tre furfanti che mi gridavano una pioggia di insulti.
Ho trovato riparo in una libreria, dietro ad uno scaffale pieno di libri; il piu’ robusto dei tre e’ entrato nel negozio dov’ero io e ha urlato al negoziante dove ero andato, ma lui mi ha salvato la vita dicendo che non ero nell’edificio. Disse anche una cosa molto curiosa, disse: “sono 60 anni che vi aspetto. Non e cambiato proprio niente da allora”. Subito non capii cosa intendeva, poi notai che sul braccio aveva tatuati una serie di numeri, inconsapevolmente chiesi cos’erano, ma mi ricordai della lezione di storia dell’altro ieri in cui la prof. parlava dai campi di sterminio e di concentramento e, solo in quel momento capii cose voleva dire. Lui era un ebreo scampato allo sterminio e voleva dire che il razzismo non e’ ancora stato combattuto e non e cambiato nulla dall’epoca dei lager.
Appena il furfante usci dal negozio io lo seguii senza farmi vedere ma, mentre stavo per avviarmi verso casa mi accorsi che mi stavano seguendo, non so come, non so perche’ ma riuscii a seminarli (forse perche’ ero piu veloce di loro!). Rientrai nella libreria per chiedere aiuto al negoziante, l’uomo mi chiese che cosa fosse successo. Io gli risposi che quegli energumeni avevano picchiato la mamma e il papa’.
Lui fu molto gentile perche’ ci accompagno’ prima all’ospedale, poi in questura per la denuncia.
Adesso sto scrivendo in una camera d’ospedale, appoggiato al letto della mamma che, per fortuna ha solo una frattura alla mano e il papa’ solo una slogatura al polso, ma entrambi sono un po’ “ammaccati”.
Il razzismo e’ una cosa spaventosa e impensabile e non riesco a capire come certa gente possa concepire dei simili pensieri pieni di odio. Perché le diversita devono essere cosi discriminate? Il colore della pelle non ha importanza, importa solo quello che c’e’ sotto la pelle!
Dopo questo episodio lavorero’ e mi impegnero’ fino in fondo per i diritti degli stranieri e per la lotta contro il razzismo… promesso!

Arianna P.


Il giovane ragazzo correva con la gola secca e respirava affannosamente; era inseguito da alcuni bulli di circa 10 anni in più di lui pero, stranamente, lui correva più veloce e da questo ne traeva vantaggio. Io osservavo questa scena da seduto, precisamente ero appoggiato ad una panchina color rosso vivo e, come tutte le persone, non intervenni fisicamente, ma indirettamente, chiamando con il mio vecchio cellulare la polizia. Ovviamente il mio “sesto senso” mi diceva che la polizia ci avrebbe messo ore, perché la sicurezza rispetto a 100 anni fa non e aumentata affatto, quindi dovetti, a mala voglia, mettermi a correre, rinunciando al mio solito riposino pomeridiano sulla panchina. L’inseguimento fu, a dir poco, stancante, tanto che, solo dopo aver intravisto il piu grasso del gruppetto di bulli, mi fermai un minuto. La pausa, purtroppo, mi fece perdere tempo e non mi aiuto affatto a salvare il giovane ragazzo. Era necessario cambiare sistema e, anche se odio ammetterlo perché mi considero veloce, chiedere aiuto a qualcuno. Nessuno, pero, si accorse di me e dovetti ricominciare a correre. Questa volta riuscii a raggiungere un bullo, ma sfortunatamente era il più lento ed era stato lasciato indietro dagli altri. Decisi di accelerare fino allo sfinimento, pero, sempre il più grosso e lento, mi fece uno sgambetto e mi ruppi due denti che erano già rovinati per via di una caduta fatta anni prima. Con uno scatto mi rialzai e mi rilanciai per la terza volta all’inseguimento della banda di bulli. Finalmente li raggiunsi e, per fortuna del ragazzo, loro si distrassero rallentando. A questo punto io frenai e allargai le braccia bloccando loro la strada; loro iniziarono a prendermi a pugni e, anche se questo non sarebbe servito a fermarli, almeno il ragazzo avrebbe guadagnato un po’ di tempo. Il giorno dopo accesi la TV dell’ospedale e sentii la notizia che diceva: “un giovane ragazzo morto, massacrato di botte da ragazzi di eta maggiore”. Io stavo bevendo del te quando sentii la notizia e, per lo stupore, mi cadde la tazza. Questa storia insegna che la vita non e sempre una fiaba e, la maggior parte delle volte, non finisce con “e vissero tutti felici e contenti”.

Daniele S.


Da quello che e successo allora non e cambiato proprio niente, la mentalità e la stessa, se tu sei diverso dagli altri sei inferiore e quindi non vai bene. Quello che e successo a me, oggi e stato come un DEJA VÙ: Un ragazzino straniero, di una religione diversa, veniva rincorso da delinquenti che volevano picchiarlo come hanno fatto con la sua famiglia perché erano diversi, quel ragazzino si e nascosto proprio nel mio negozio di libri e quando mi sono trovato il delinquente in faccia non ho avuto paura, perché quelle cose le avevo già vissute quindi non gli ho indicato dov’era il bambino. Sapevo che non si sarebbero fermati e guardando il volto di quel bambino quando e uscito dal suo nascondiglio mi venne tutto in mente, mi vennero in mente quei campi della morte dove i “diversi”, bambini, donne e uomini soffrivano, lavoravano, morivano… Tutte le cose orrende che io ho visto, tutte le cose che ho passato, ora non sono cambiate. Non bisogna voltare le spalle al passato ma bisogna ricordarlo sempre per non riviverlo nel presente. Dopo che il ragazzino e uscito dal negozio pero aveva ancora quei teppisti alle calcagna  ed e stato per colpa di un maledetto sasso e di una donna presente ma che non ha avuto il coraggio di aiutare, che lui e stato preso. Ma pensandoci non e il sasso che e maledetto ma bensì chi pensa di essere superiore.

Mara B.


Quando vidi entrare correndo nel mio negozio di libri, un bambino, rincorso da un ragazzo con in mano una catena e una mazza da baseball riaffioro nella mia mente il ricordo di quando anche io mi trovai nelle stesse condizioni; ricordo paura, morti, fumo nero e campi di sterminio. Difesi il bambino allontanando il ragazzo, questo gesto di difendere gli ebrei dai tedeschi non fu compiuto da molti, perché a tutti andava bene cosi. Io invece ho difeso il bambino per dimostrare che si può combattere. Quando il bambino usci dal negozio ringraziandomi dell’aiuto dato, venne inseguito dallo stesso ragazzo che prima mi aveva minacciato, vidi in lontananza il bambino disteso a terra, mentre i ragazzi lo picchiavano, perché e cosi che e andata a finire nella realtà, i diversi sono stati eliminati senza che potessero fare nulla.

Benedetta S.