von Trotta Margarethe, Hannah Arendt


Hannah ArendtSi tratta di un film che la regista tedesca Margarethe von Trotta dedica alla figura della filosofa Hannah ArendtExternal link

Regia Margarethe von Trotta, con Barbara Sukowa, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Ulrich Noethen. Drammatico, durata 113 min. – Germania, Lussemburgo, Francia 2012.  distribuzione, Nexo; uscita lunedì 27 gennaio 2014.

 


Recensione

Hannah Arendt e la banalità del male secondo Margarethe Von Trotta
(21 Gennaio 2014)

La regista tedesca Margarethe Von Trotta ritorna nelle sale italiane con una pellicola che racconta quattro difficili anni della vita della filosofa Hannah Arendt. Il film sarà proiettato solo due giorni, il 27 e il 28 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria

1961. Hannah Arendt ha 55 anni, vive a New York, è ormai un’affermata intellettuale. Dieci anni prima ha pubblicato “Le origini del totalitarismo”, uno dei testi più importanti del XX secolo. E’ profondamente innamorata del secondo marito, Heinrich Blücher, che forse è ancora più innamorato di lei, ma senza per questo rinunciare alla compagnia di svariate amanti. Fuma molto e conduce una vita culturalmente attiva, circondata dai colleghi universitari e dalla comunità di intellettuali espatriati nella Grande Mela per mettersi in salvo dalla persecuzione nazista. 1961. I servizi segreti israeliani hanno da poco catturato in territorio argentino Adolf Eichmann, il nazista responsabile dell’intero processo logistico di deportazione degli ebrei dalla Germania e dai Paesi occupati verso i campi di sterminio. Israele annuncia l’inizio del processo che avrà come unico imputato il criminale nazista. E’ in questo preciso istante che la regista Margarethe Von Trotta gira il primo ciak nella vita di Hannah Arendt, per raccontare la storia di una delle pensatrici più influenti del secolo passato.

“All’inizio io e la mia coautrice, Pam Katz, non sapevamo quale periodo della sua vita scegliere” racconta Margarethe Von Trotta durante la conferenza stampa alla Casa del Cinema di Roma. “Perché tutta la sua vita è molto interessante . La fuga dalla Germania nel ’33, e il trasferimento in Francia, dove lei ha conosciuto il secondo marito, Heinrich Blücher, incontrato nella casa di Walter Benjamin. Poi l’arrivo dei tedeschi in Francia. Tutti i nemici della Germania sono stati rinchiusi in campi di internamento. Hannah era in quello di Gurs, vicino ai Pirenei. E’ fuggita al momento giusto. Era un campo per sole donne, ebree. La fuga verso Marsiglia, e da lì in America, dove tutti questi intellettuali appena emigrati non sapevano neppure parlare inglese”.

E invece Margarethe e Pam decidono di raccontare i quattro anni in cui alla cinquantenne Hannah Arendt, ormai entrata nell’olimpo dei grandi pensatori occidentali, crolla il mondo addosso. La regista tedesca ha voluto mette in scena il conflitto tra il pensiero di un’intellettuale libera e audace, a tratti anche un po’ snob, e le rigidità del mondo massmediatico. E infatti il titolo di lavorazione del film era “The Controversy”.

Tutto ha inizio quando Hannah Arendt si propone alla famosa rivista americana The New Yorker come reporter del processo di Eichmann. Hannah parte per Gerusalemme con l’idea di trovarsi di fronte, in aula, un uomo demoniaco, con gli occhi iniettati di malvagità. Le si prospetta invece davanti un perfetto nessuno, un banale burocrate. Inizia a riflettere sulla figura di questo personaggio e giunge alla conclusione che Eichmann non si è macchiato di uno dei più grandi crimini contro l’umanità a causa di un radicato odio razziale, ma piuttosto perché era un uomo senza idee, un mediocre esecutore dei progetti generati dal sistema in cui era inserito.

Non appena il primo dei cinque articoli scritti da Hannah per raccontare il processo viene pubblicato scoppia un putiferio. Molti in America accusano la filosofa ebreo-tedesca di aver voluto giustificare il criminale Eichman. E la polemica monta ancora di più quando Hannah riporta un passaggio del processo in cui si fa riferimento a una presunta cooperazione dei capi della comunità ebraica nelle deportazioni. La comunità accademica le si rivolta contro. Molti l’abbandonano, anche il collega e amico di lunga data, Hans Jonas. Le resta invece al fianco la scrittrice americana Mary McCarthy, che nel 1963 aveva raggiunto un grande successo commerciale con il romanzo “Il gruppo”, attaccato però da molti critici di sesso maschile. Le due donne vivono un’esperienza molto simile e si sostengono a vicenda, anche se nel film l’attenzione è rivolta unicamente alla controversia che ha interessato la Arendt.

Quando in conferenza stampa domandano a Margarethe Von Trotta se in quegli anni ci sarebbe stato un simile accanimento nel caso in cui quegli stessi articoli fossero stati scritti da un uomo, la regista risponde così: “Ho girato la metà del film in Lussemburgo perché ho ricevuto finanziamenti dal governo del Lussemburgo. Le scene ambientate nell’ufficio di Heidegger ho potuto girarle nell’ufficio del rettore dell’Università americana in Lussemburgo. E lui ha visto il film e poi mi ha scritto una bellissima lettera, dicendomi, tra l’altro, che non ha mai visto un attacco simile contro un collega di sesso maschile. Hannah è stata accusata di essere arrogante, senza cuore, di non avere sentimenti, di non riuscire a capire la sofferenza altrui. Per lui è chiaro che ciò è accaduto perché lei era una donna”.

Il filosofo Martin Heidegger è un altro dei personaggi chiave della pellicola, anche se appare soltanto attraverso alcuni flashback che riportano indietro lo spettatore negli anni ’20 e poi negli anni ’50. Martin Heidegger è stato il professore di Hannah Arendt, l’uomo che, come dice lei, le ha insegnato il pensiero. Hanno anche avuto una relazione molto appassionata. E per Hannah fu un vero shock la notizia che Martin avesse aderito al partito nazionalsocialista. La figura e il ricordo di Martin ritornano come fantasmi per tutta la vita di Hannah Arendt.

“Sicuramente non ho inserito questi flash back per dimostrare che fossero amanti”, ha detto Margarethe Von Trotta. “Se avessi fatto un film su questa storia d’amore avrei trovato molto più facilmente i soldi, questo è certo. L’ebrea e l’uomo che aderisce al nazismo. Mi sembrava troppo semplice. Invece in questa pellicola da una parte c’è Eichman, che non sa pensare, e dall’altra c’è lei, la pensatrice. Nell’ultimo discorso, Hannah Arendt dice che pensare ci protegge dalle catastrofi. Questi sono i due estremi, e nel mezzo c’è Heidegger che è stato il suo maestro di pensiero”.

Hannah Arendt è interpretata da una bravissima Barbara Sukowa, un’ attrice che riesce a dare una grande profondità al personaggio, soprattutto nei momenti più difficili, quelli in cui la filosofa è sola, e pensa. Barbara Sukowa ha lavorato con R.W. Fassbinder alla famosa miniserie Berlin Alexanderplatz e al film Lola. Con Margarethe Von Trotta ha recitato in Anni di piombo, Rosa Luxemburg, L’Africana, The Other Woman e Vision: From the Life of Hildegard von Bingen. Ha poi collaborato anche con Volker Schlöndorff, Lars von Trier, Tim Robbins, Michael Cimino, David Cronenberg e Hans Steinbichler. E ovviamente non ha perso l’occasione di esibirsi con una rock band, gli X-Patsy.

Hannah Arendt sarebbe dovuto uscire nelle sale italiane nell’ottobre del 2013, ma, come ha spiegato il distributore Angelo Draicchi, ci sono stati problemi di ricezione da parte del mercato italiano. Il film uscirà nelle sale soltanto per due giorni, in occasione del Giorno della Memoria, il 27 e il 28 gennaio. L’elenco delle sale che proietteranno la pellicola è disponibile sul sito www.nexodigital.it.

18/01/2014

di Fausto Corvino External link


Intervista alla regista Margarethe Von Trotta

Arriva in sala il 27 e 28 gennaio il film di Margarethe Von Trotta che racconta la filosofa ebreo-tedesca Hannah Arendt, inviata dal New Yorker in Israele per seguire il processo ad Adolf Eichmann. Da quell’esperienza la filosofa prenderà spunto per scrivere ‘La banalità del male’, un testo fondamentale per il pensiero contemporaneo che procurerà una violenta reazione da parte del mondo culturale ed accademico. Di questo e di molto altro ci parla la regista di ‘Anni di piombo’ e ‘Rosenstrasse’.

Signora Von Trotta, come nasce l’idea di affrontare un episodio della vita di Hannah Arendt ed in generale una biografia così importante per il nostro secolo?
Sinceramente vorrei dire che si tratta di una mia idea ma non lo posso fare. Non avrei mai avuto la presunzione di pensare di poterlo fare. Poi un mio vecchio amico me lo ha proposto e dopo averne a lungo parlato con la mia co autrice abbiamo deciso che dovevamo rischiare. Il lavoro e’ durato circa 8 anni, tra ricerche, studio profondo dei suoi lavori e fase di realizzazione vera e propria. Non è stato certamente facile…

Il suo e’ un film molto attuale, con una chiave che porta a riflettere sull’oggi
Per noi di sinistra che non volevamo criticare il comunismo per niente lei è di rottura perché lei teorizzo’ il totalitarismo nazista come affine al totalitarismo comunismo. Era inaccettabile. Poi con il tempo ho capito, molti hanno capito che lei ha visto e capito certe cose molto prima degli altri. Oggi ci sono i media orientati, i giornali altrettanto orientati e quindi viene da pensare che se non si lasciano ragionare i cittadini con la propria testa il pericolo e’ reale. Quindi in questo senso e’ anche molto attuale per il vostro paese nel post berlusconismo.

C’è stato un ostracismo verso il suo film, dovuto forse ad una accusa velata di revisionismo ma anche per il fatto che la Arendt era una donna? Se fosse stato un uomo pensa che il giudizio sarebbe stato diverso?
Certamente, ne sono convinta. Se si fosse trattato di un uomo con le stesse idee – purtroppo – non sarebbe stato attaccato con la stessa violenza dal mondo culturale ed accademico mondiale.

Una donna straordinaria, cui lei ha deciso di associare il volto di una grande attrice, Barbara Sukowa, molto diversa dal reale personaggio, come ci spiega questa scelta?
Molto semplice, con Barbara ho fatto già tanti film, conosco esattamente le sue grandi potenzialita’. Poi per me non conta tanto la resemblance, la corrispondenza dei tratti somatici. Mi interessa la testa degli attori. Faccio un esempio, se vedi la Lady di Ferro, che ha un a straordinaria somiglianza all’originale, in alcuni tratti maggiore naturalmente ed in altri minore, sei distratto per tutto il film a cercare di capire dove l’attore assomiglia o meno al personaggio e rischi di perdere il focus del film. In questo caso, grazie ad una straordinaria interprete, dopo tre minuti dimentichi totalmente la scarsa somiglianza e ti concentri sul pensiero che c’è dietro quel bel volto.

La relazione con Heidegger e’ stata importantissima. Lei ha usato solo dei flashback per raccontarlo come mai?
Non volevo fare un film kitsch su una storia d’amore tra una pensatrice ebrea ed un pensatore nazista. Avrei trovato molto più facilmente i soldi. Dovevo raccontare, certo ma ho usato il mio taglio personale per farlo.

Uscite in sala soli due giorni, ci sembra davvero un peccato per un film così bello, come mai?
Abbiamo avuto difficoltà di accoglienza in ottobre. Poi abbiamo deciso di uscire in questi giorni, in concomitanza con la giornata della memoria, non certo per fare una operazione di marketing. Ovvero il film continua la sua distribuzione con una strategia di profondità. Non volevamo fare venti o trenta copie random ma avere una programmazione digitale con Nexo Digital e anche grazie alla programmazione scolastica il film avrà una lunga vita. Abbiamo proposto anche il film a vari soggetti televisivi e siamo ancora in attesa di risposte… Ma andrà anche in home video con la Feltrinelli.

Scritto da Titta Digironimo External link

 

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