Arrivederci ragazzi


arrivederci_ragazzi(L.Malle, Francia, 1987, Durata: 103′)
Tre ragazzini ebrei, clandestinamente ospitati in un collegio cattolico, sono prelevati, in seguito a una spiata, dagli sgherri della Gestapo col direttore del collegio. Leone d’oro a Venezia ’87. Nella carriera di Malle è, dopo Il soffio al cuore, il secondo film esplicitamente autobiografico, il più vicino a Truffaut e non soltanto per l’argomento.
da Il Morandini, Zanichelli Editore

 


 

Recensione

In numerose occasioni il cinema si è trovato a raccontare la tragedia dell’Olocausto e il dramma di coloro che hanno vissuto sulla propria pelle quegli anni angosciosi e terribili. Fra i vari titoli incentrati su tale argomento, un posto speciale è riservato sicuramente ad “Arrivederci ragazzi”, scritto e diretto dal grande regista francese Louis Malle: una pellicola che ha saputo rappresentare l’orrore delle persecuzioni antisemite dal punto di vista di un bambino, vale a dire colui che più di tutti incarna in sé l’umiltà e l’innocenza. Premiato con il Leone d’Oro come miglior film al Festival di Venezia del 1987, “Arrivederci ragazzi” ha segnato il ritorno di Malle in Francia dopo un decennio di attività negli Stati Uniti, e costituisce l’opera più intima e personale dell’autore di “Atlantic City”, che si è basato su un episodio del quale lui stesso era stato testimone all’età di undici anni: la deportazione di tre ragazzi ebrei da un collegio religioso presso Fontainebleau da parte della Gestapo.

Come il precedente “Lacombe Lucien” (1974), anche questo film è ambientato all’epoca di Pétain, nella Francia occupata dai tedeschi, e precisamente nell’inverno del 1944, fra le mura di un collegio di carmelitani frequentato da Julien Quentin (interpretato dal dodicenne Gaspard Manesse). L’intera narrazione si sviluppa attraverso lo sguardo di Julien, e la macchina da presa è mantenuta sempre al livello dei giovani protagonisti; perfino l’ombra della guerra, che incombe con la sua invisibile presenza sulla vita del collegio, è filtrata dall’immaginazione infantile (i combattimenti con i trampoli in cortile, l’oscurità del rifugio anti-bombe). In tal senso, “Arrivederci ragazzi” può essere considerato, tra tutti i film di Malle, il più vicino allo spirito del cinema di Truffaut per la sua innegabile capacità nel trasmettere allo spettatore le emozioni e i turbamenti dei personaggi, oltre alla loro traumatica presa di coscienza della malvagità umana. La vicenda di Julien e del suo compagno Jean Bonnet (Raphaël Fejtö), che si nasconde nel collegio perché ebreo, diventa così un metaforico percorso di maturazione che non rimane limitato ad uno specifico contesto storico, ma riproduce più in generale un momento di passaggio dall’infanzia all’età adulta, con l’inevitabile carico di sofferenza che questa porta con sé.

All’accurata descrizione della routine scolastica (le lezioni, i giochi) e della dura realtà del periodo della guerra (i bombardamenti, la povertà, il mercato nero) si accompagna una straordinaria finezza nelle notazioni psicologiche: non soltanto per quanto riguarda il rapporto fra Julien e Jean, nucleo centrale del film, ma anche per il ruolo svolto dai personaggi secondari. Emblematica, ad esempio, la figura di Joseph (François Négret), il cui tradimento è determinato soprattutto da un latente senso di inferiorità dovuto alla sua condizione di emarginato ed al suo handicap. Fra le righe, è possibile leggere inoltre un significativo apologo sul potere dell’arte e della fantasia: non a caso l’amicizia fra i due ragazzi nasce grazie alla condivisione della rispettiva passione per i romanzi (“I tre moschettieri”, “Le mille e una notte”), per la musica e per il cinema (con la proiezione de “L’emigrante” di Charlot). Accolto da un meritatissimo successo di critica e di pubblico in tutto il mondo e vincitore di sette premi César (tra cui miglior film, regia e sceneggiatura), “Arrivederci ragazzi” è una pellicola profondamente coinvolgente ed il massimo capolavoro nella carriera di Louis Malle: fra le molte scene da ricordare, l’avventurosa caccia al tesoro nella foresta e la coraggiosa omelia contro la cupidigia pronunciata da padre Jean (Philippe Morier-Genoud), vero padre spirituale per gli scolari con la sua lezione sul “buon uso della libertà”. Assolutamente straziante l’epilogo: la sequenza finale, con il lungo primo piano sul viso di Julien, resta una delle pagine più dolorose e commoventi nella storia del cinema.

Scritta da Stefano Lo Verme lunedì 13 ottobre 2008


 

Video

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