Bianchi Enzo – Tornare al digiuno, contro la voracità dei consumi


James Tissot [Public domain], via Wikimedia Commons

James Tissot, Gesù tentato nel deserto. [Public domain], via Wikimedia Commons

Con il digiuno si tratta di dominare il vettore del consumo per promuovere il vettore della comunione. Ma il digiuno è necessario anche per conoscere da cosa siamo abitati.

Quaresima, mercoledì delle ceneri, venerdì, digiuno. Parole che un cristiano dovrebbe collegare tra loro quasi automaticamente. Ma qual è il senso del digiuno cristiano? Pratica obsoleta? Esteriorità da evitare? Segno di riconoscimento identitario? Pratica ascetica? Fioretto da bambini?

Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, ci aiuta in questo articolo a (ri)scoprire il significato autentico e profondo di un gesto che pare abbia perso il suo senso cristiano.


 

Non si può vivere la quaresima senza vivere il digiuno. Anzi, la quaresima – come testimoniano ancora i testi liturgici che i cristiani continuano a pregare in questi quaranta giorni, senza rendersi conto della schizofrenia tra il loro dire e il loro fare – è il tempo del digiuno per eccellenza.
Ma sappiamo tutti che, purtroppo, il digiuno ha perso significato per i cristiani d’occidente – a differenza di quanto avviene ancora oggi per le chiese ortodosse e orientali – e che ormai quasi nessuno crede che il rapporto con il cibo sia un luogo di esperienza spirituale.
Il digiuno, dunque, appare come un’osservanza dei tempi passati, quando l’ascesi era ritenuta necessaria per andare in Paradiso e quando, paradossalmente, la fame era esperienza possibile per la maggioranza della gente.
Tuttavia, ed è un altro paradosso, oggi il digiuno è sovente al centro dell’attenzione e si tenta di praticarlo per ragioni dietetiche, per motivi estetici o sportivi.
Qualche volte poi appare come mezzo di lotta e di protesta, con il nome più politico di “sciopero della fame”: digiuno ostentato che deve “apparire”, essere assolutamente notato e messo in risalto dai mass media, pena il fallimento dello scopo prefissato; una forma di digiuno, questa, che è l’esatto contrario del digiuno cristiano che, secondo il comando di Gesù, dovrebbe avvenire nel segreto (cf. Mt 6,16), senza che nessuno se ne accorga.
La mia generazione – che ha ancora praticato il digiuno dalla mezzanotte prima della celebrazione eucaristica, il digiuno alla vigilia delle feste e quello, seppur già attenuato, della quaresima – si è adattata in modo acritico e senza resistenza a questa perdita di uno strumento assolutamente necessario per una vita cristiana matura.
È troppo tardi oggi per riprendere questa prassi così profetica, così capace di resistenza nei confronti del consumismo e dell’egoismo? Convinti che il luogo intrascendibile di decisioni e atteggiamenti rimane la coscienza, il cuore del cristiano, crediamo allora necessario riproporre il digiuno.
Conosciamo bene questa atmosfera regnante in occidente, dove risuonano messaggi ossessivi che chiedono “di tutto, di più e subito”, dove i modelli sono tesi a quella voracità che chiamiamo consumismo e dove regnano “novelli dèi e signori” che impongono comportamenti philautistici e narcisisti, maschere di un egoismo che non riconosce l’altro né, tantomeno, tra gli altri, gli ultimi e i bisognosi.
Diciamo la verità: quelle rare volte che oggi si chiede il digiuno ai cristiani lo si fa nella forma, minacciata di ipocrisia, di una cena sacrificata a favore degli affamati, oppure come impegno per la pace.
Troppo poco, e comunque il digiuno cristiano, quello “comandato” – sì, comandato! – da Gesù e dalla chiesa primitiva è altra cosa e, tra l’altro, non va neppure confuso con il digiuno praticato dai musulmani durante il mese di ramadan.
Perché, dunque, il digiuno cristiano? Va detto che occorre praticarlo per capirlo e coglierne le motivazioni profonde. Innanzitutto, digiunare significa imprimere una disciplina all’oralità. I monaci, in particolare, hanno avuto la consapevolezza che il cibo trascina con sé una dimensione affettiva straordinariamente potente: anoressia e bulimia sono gli indici di turbamenti affettivi che si ripercuotono nell’alimentazione.
Ecco perché il comportamento alimentare nell’uomo riceve un “surplus” di senso: non dipende solo da bisogni fisiologici, ma appartiene al registro dell’affettività e del desiderio. L’oralità, allora, richiede una disciplina per passare dal bisogno al desiderio, dal consumo all’atteggiamento eucaristico del ringraziamento, dal necessità individuale alla comunione. E qui l’eucaristia mostra il suo magistero come esercizio ed esperienza di comunione, di condivisione.
Ecco la ragione del digiuno prima dell’eucaristia: non una mortificazione per essere degni, non una penitenza meritoria, ma una dialettica digiuno-eucaristia, una disciplina del desiderio per discernere ciò che è veramente necessario per vivere, oltre il pane.
Con il digiuno si tratta di dominare il vettore del consumo per promuovere il vettore della comunione. Ma il digiuno è necessario anche per conoscere da cosa siamo abitati: chi prova a digiunare sa che, a partire dal secondo o terzo giorno, vede sorgere in lui collera, cattivo umore, bisogni prepotenti… Tutte occasioni per porsi domande essenziali: Chi sono io, in realtà? Quali sono i miei desideri più profondi? Da cosa sono interiormente toccato? Quando sono insoddisfatto e quando, invece, nella pace?
Sì, il digiuno aiuta a scavare in profondità, a conoscersi nella propria intimità, nel segreto dove Dio vede e dove è trovato (cf. Mt 6,6). Certo, il digiuno sarà anche opera di penitenza, pratica di solidarietà e di condivisione, ma sarà soprattutto questo provare se stessi nel rapporto con il cibo per discernere la nostra vera fame e il nostro autentico rapportarci a Dio e ai fratelli.
Nel digiuno, infatti, la nostra preghiera si fa corporale, si incarna in ciascuno di noi e il nostro rapporto intellettuale con la realtà si completa in questo confessare con le fibre del nostro corpo che noi cerchiamo Dio, che desideriamo la sua presenza per vivere, che oltre al pane abbiamo bisogno della sua parola (cf. Mt 4,4).
Il digiuno non è un fine in sé, rimane uno strumento privilegiato della vita spirituale, teso anch’esso all’unico fine della vita cristiana: la comunione con Dio e con gli uomini.

Enzo Bianchi
priore della comnuità di Bose

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