La fede e il bene comune


Riporto il testo dell’incontro tenuto presso l’Unità Pastorale: Binanuova, Ca’ De’ Stefani, Gabbioneta, Vescovato, presso la Parrocchia di “S. Bartolomeo Apostolo” a Ca’ De’ Stefani venerdì 21 febbraio 2014.


Preghiera iniziale

«Dio nostro, Padre della luce, tu hai inviato nel mondo la tua Parola, sapienza uscita dalla tua bocca, che ha preso dominio su tutti i popoli della terra1.

Tu hai voluto che essa prendesse una dimora in Israele e che attraverso Mosè, i profeti e i salmi2 manifestasse la tua volontà e parlasse al tuo popolo del Messia Gesù.

Finalmente hai voluto che lo stesso tuo Figlio, Parola eterna presso di te, divenisse carne e ponesse la sua tenda tra di noi 3 quale nato da Maria e concepito dallo Spirito santo 4.

Manda ora su di noi lo Spirito santo affinché ci dia un cuore capace di ascolto 5, ci permetta di incontrarlo in queste sante Scritture e generi il Verbo in noi.

Questo tuo Spirito santo tolga il velo dai nostri occhi 6, ci conduca a tutta la verità 7, ci dia intelligenza e perseveranza.

Te lo chiediamo per Cristo, il Signore nostro,

benedetto nei secoli dei secoli.

Amen!»8.


Lumen fidei

Lumen fidei

LUMEN FIDEI

CAPITOLO QUARTO: DIO PREPARA PER LORO UNA CITTÀ (cfr Eb 11,169)

La fede e il bene comune

50. Nel presentare la storia dei Patriarchi e dei giusti dell’Antico Testamento, la Lettera agli Ebrei pone in rilievo un aspetto essenziale della loro fede. Essa non si configura solo come un cammino, ma anche come l’edificazione, la preparazione di un luogo nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri. Il primo costruttore è Noè che, nell’arca, riesce a salvare la sua famiglia (cfr Eb 11,710). Appare poi Abramo, di cui si dice che, per fede, abitava in tende, aspettando la città dalle salde fondamenta (cfr Eb 11,9-1011). Sorge, dunque, in rapporto alla fede, una nuova affidabilità, una nuova solidità, che solo Dio può donare. Se l’uomo di fede poggia sul Dio-Amen, sul Dio fedele (cfr Is 65,1612), e così diventa egli stesso saldo, possiamo aggiungere che la saldezza della fede si riferisce anche alla città che Dio sta preparando per l’uomo. La fede rivela quanto possono essere saldi i vincoli tra gli uomini, quando Dio si rende presente in mezzo ad essi. Non evoca soltanto una solidità interiore, una convinzione stabile del credente; la fede illumina anche i rapporti tra gli uomini, perché nasce dall’amore e segue la dinamica dell’amore di Dio. Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile.

51. Proprio grazie alla sua connessione con l’amore (cfr Gal 5,613), la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace. La fede nasce dall’incontro con l’amore originario di Dio in cui appare il senso e la bontà della nostra vita; questa viene illuminata nella misura in cui entra nel dinamismo aperto da quest’amore, in quanto diventa cioè cammino e pratica verso la pienezza dell’amore. La luce della fede è in grado di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane, la loro capacità di mantenersi, di essere affidabili, di arricchire la vita comune. La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza. La Lettera agli Ebrei offre un esempio al riguardo quando, tra gli uomini di fede, nomina Samuele e Davide, ai quali la fede permise di «esercitare la giustizia» (Eb 11,3314). L’espressione si riferisce qui alla loro giustizia nel governare, a quella saggezza che porta la pace al popolo (cfr 1 Sam 12,3-515; 2 Sam 8,1516). Le mani della fede si alzano verso il cielo, ma lo fanno mentre edificano, nella carità, una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento.

La fede non allontana dal mondo (LF 51)

La fede si configura come l’edificazione, la preparazione di un luogo
nel quale l’uomo possa abitare insieme con gli altri. (Lumen fidei 50)


I due numeri dell’enciclica che mi avete richiesto di commentare sono il 50 e il 51. Siamo ormai al termine del documento. Ovviamente quanto dirò presuppone la lettura di tutto il testo pena il perdere di vista il contesto in cui si situa la mia riflessione e dunque di falsarne la prospettiva.

Già il titolo del capitolo IV “Dio prepara per loro una città”, al quale appartengono i due numeri che parlano di fede e bene comune, è interessante e merita una considerazione preliminare.

Spesso si riconduce la fede a qualcosa di privato che non ha legami con la società nella quale si vive. La fede in quest’ottica riguarderebbe il singolo e la sua vita. La società nella quale questo singolo vive apparterrebbero ad un’altra dimensione. Papa Francesco scrive:

La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Lumen fidei 8

Già al n° 17 della Lumen fidei affrontava questo tema:

La nostra cultura ha perso la percezione di questa presenza concreta di Dio, della sua azione nel mondo. Pensiamo che Dio si trovi solo al di là, in un altro livello di realtà, separato dai nostri rapporti concreti. Ma se fosse così, se Dio fosse incapace di agire nel mondo, il suo amore non sarebbe veramente potente, veramente reale, e non sarebbe quindi neanche vero amore, capace di compiere quella felicità che promette. Credere o non credere in Lui sarebbe allora del tutto indifferente.

In questa enciclica il legame tra la fede e la relazione tra gli uomini, fede e polis17, è sottolineato con forza e ripreso in tutte e due i numeri – 50 e il 51 – del documento. La fede dunque, come già ricordato, non è fuga dal mondo ma guardare il mondo con gli occhi di Dio18.

Papa Francesco alle domande che gli aveva posto Scalfari su fede e laicità19 scrisse:

Per chi vive la fede cristiana, ciò non significa fuga dal mondo o ricerca di qualsivoglia egemonia, ma servizio all’uomo, a tutto l’uomo e a tutti gli uomini, a partire dalle periferie della storia e tenendo desto il senso della speranza che spinge a operare il bene nonostante tutto e guardando sempre al di là.

Alla fine del numero 50 dell’enciclica Lumen fidei leggiamo:

[La fede] Non evoca soltanto una solidità interiore, una convinzione stabile del credente; la fede illumina anche i rapporti tra gli uomini, perché nasce dall’amore e segue la dinamica dell’amore di Dio. Il Dio affidabile dona agli uomini una città affidabile.

A questo proposito vengono alla mente le immagini usate da Gesù dopo le beatitudini e che troviamo riportate in Matteo 5,13-16

13 Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
14 Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, 15 né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.
16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli.

Sono parole evocative di un impegno, di una testimonianza che il discepolo di Cristo deve assumere come compito principale del suo seguire Gesù.

Il passo matteano, mostra come i discepoli non possano sottrarsi alla propria responsabilità di testimonianza al mondo e agli altri fratelli nella fede. È un’esigenza che dapprima è stata prospettata sul modo indicativo, quale constatazione di una realtà in atto (“voi siete…”), poi sul modo imperativo (“risplenda!”). Ciò mostra che la missione, intesa come la testimonianza della fede, fa parte dell’essenza dell’essere discepolo di Cristo e, poiché il discorso è rivolto anzitutto alla comunità, la missione è coessenziale all’essere della Chiesa.

Questa deve vivere nel mondo senza confondersi con esso, perché sarebbe, ‘sale impazzito‘ e, ‘luce soffocata‘. Come ha scritto G. LOHFINK20, la Chiesa deve essere una società alternativa. È l’alternativa che immettono nel mondo le beatitudini, facendo emergere i valori del Regno e dando forma ad un nuovo tipo di umanità. La modalità di questa missione sarà affrontata da Matteo nel suo secondo grande discorso, e cioè il discorso missionario del cap. 10, mentre la sua estensione e i suoi orizzonti saranno delineati dalle parole del Risorto rivolte agli Undici in Galilea (cfr. Mt 28,19-20)21.


Davide e la giustizia nel governare

La lettera agli ebrei

La lettera enciclica, in questi due numeri, come abbiamo visto, prende spunto dalla lettera agli Ebrei i, in particolare il capitolo 11, che propone tutta la storia della salvezza nell’ottica della fede. È la fede il motore principale che ha agito nella storia e nella storia degli uomini che hanno cercato e creato un rapporto di amicizia con Dio.

Dopo aver citato Noè e Abramo, sui quali non mi soffermo, alla fine del n° 51 l’enciclica propone l’esempio di Samuele e Davide, il loro essere giusti nel governare, illuminati nella loro azione politica (diremmo noi oggi), dalla fede in Dio.

La Lettera agli Ebrei offre un esempio al riguardo quando, tra gli uomini di fede, nomina Samuele e Davide, ai quali la fede permise di «esercitare la giustizia» (Eb 11,3322). L’espressione si riferisce qui alla loro giustizia nel governare, a quella saggezza che porta la pace al popolo (cfr 1 Sam 12,3-523; 2 Sam 8,1524). LF 51

La Bibbia ci offre dunque una riflessione su Dio a partire da una storia, una relazione, un rapporto. È all’interno di questo legame concreto, esistenziale, fatto di uomini, donne e dalle loro scelte e non un astratto pensare, che l’uomo si interroga e tenta delle risposte su questo Dio che gli si fa incontro.

Davide

Carlo Coccioli nel suo bellissimo romanzo, David25 dà voce al re Davide. Lessi questo libro ormai trent’anni fa. Fu una lettura estiva richiesta dal nostro professore di Sacra Scrittura: Padre Renzo Larcher. L’ho riletto nel dicembre del 2013 stimolato da un libro della Bibbia per bambini che leggo con mia figlia di due anni e mezzo. Lei è particolarmente attratta dalle immagini che ritraggono Davide.

Il re è sul letto di morte, accanto a lui Abisag la sunamita, fuori dalla stanza si svolgono gli intrighi di corte per la successione al trono. Il re si rivolge a Dio e ripercorre, con Lui e davanti a Lui, tutta la sua lunga e avventurosa vita. La sua storia personale e del popolo d’Israele si dipanano come una storia di relazione con Dio, un Dio presente, vivo, che diventa sempre il suo termine di confronto costante in tutto il dispiegarsi degli avvenimenti che lo vedono protagonista. È una fede fatta di luci e di ombre ma sempre incarnata in una vita vissuta nell’orizzonte di un pensiero rivolto a Dio. Quello di Davide, è l’impegno a costruire una città, la città, Gerusalemme26, come la città di Dio. Per quanto concerne il nostro discorso, leggo solo alcune righe dalle quali traspare chiaramente il dover sempre coniugare giustizia e misericordia come emanazione della santità divina.

Si tratta di un dialogo tra Davide e il sacerdote Abiatar27 il quale su richiesta di Davide lo istruisce sugli insegnamenti del Signore per poter governare non come gli altri re ma come dovrebbe governare il re d’Israele. Chiaro il riferimento alla santità (kadosh) come “essere separato da”, essere e comportarsi non come gli altri re ma come richiede la fede in Dio.

Non mettere la museruola al bove quando sta trebbiando. E questo precetto: Non arare con un bove e un asino aggiogati insieme».
«Perché non si deve arare con un bove e un asino aggiogati insieme?».
«Perché soffrirebbero assai, date le loro dimensioni differenti».
«È per misericordia, se ben comprendo…».
«Già, ma prima della misericordia c’è la giustizia. Ricorda questo precetto: Non commettere estorsione né rapina sul tuo prossimo; che la paga giornaliera dell’operaio non dimori presso di te fino al giorno dopo».
«Giustizia…».
«Giustizia con rigore e misericordia. Ricorda questo precetto: Non maledire un sordo e non porre inciampi davanti a un cieco. E questo precetto: Non racimolare nella tua vigna e non raccogliere i grani sparsi della tua vigna: lasciali al povero e allo straniero».
«Perché?».
«Il seguito dell’ultimo precetto che ho citato te lo spiega: Io sono l’Eterno vostro Dio».
«La santità: rieccoci alla santità!».
«Sì, e infatti leggiamo: Siate santi, perché Io, l’Eterno vostro Dio, sono santo».

Emerge chiaramente da queste poche battute l’impegno, da parte del re Davide, di costruire una città, un regno ma nell’ottica del progetto di Dio.

[…] Nonostante la mia fiamma, ebbi un istante di scoraggiamento: «È difficile, è…».

Davide stesso commenta questa difficoltà con questa immagine molto incisiva:

[…] D’accordo, ma ciò non m’impediva, a dispetto della mia fiamma, di scorgere i miei limiti. I re degli Altri si prendevano per dèi; il re di Giuda era una pulce, e lo sapeva.28

Vorrei sottolineare la consapevolezza sia della bellezza sia della coscienza dell’immensità del compito a cui Davide si sente chiamato.

Quanto detto finora è da inserire nel contesto della vita politica, si tratta di governare un popolo al quale Davide è stato chiamato con l’unzione da parte di Samuele. Governare azione che porta con sé tante insidie, pericoli che il testo sacro ben conosce, testimonianza del filone antimonarchico che pure troviamo nella Parola. Riporto le parole di Samuele sempre commentate da Davide-Coccioli.

Samuele aveva parlato al popolo: «I vostri figli, li prenderà per destinarli al suo cocchio e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia, capi di cinquantine, li destinerà a coltivare i suoi campi, a mietere le sue messi, a fabbricare armi da guerra e il necessario per i suoi carri. Le vostre figlie, le prenderà come profumiere, cuoche, fornaie. I migliori dei vostri campi, dei vostri vigneti, dei vostri oliveti, li prenderà per darli ai suoi servi. Le vostre messi e le vostre uve, preleverà una decima su di esse per darla ai suoi eunuchi…».

Davide stesso, per bocca di Coccioli, commenta:

E così via: piacevole immagine del governante! Ma ho troppo governato per non sapere che è scrupolosamente esatta. Dico di più: tremila anni trascorreranno, e il ritratto del governante tracciato da Samuele al popolo che ne voleva uno terrestre, come quelli degli Altri, non cesserà di essere valido. A meno che, certo, non sopraggiunga prima il Portatore della Pace, che «lega alla vite il suo asinello, e a generosa vite il puledro dell’asina sua»…29

Nella Parola leggiamo questo dialogo tra Davide e il suo popolo

3 Eccomi, pronunciatevi a mio riguardo alla presenza del Signore e del suo consacrato. A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l’asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi a suo riguardo? Sono qui a restituire!». 4 Risposero: «Non ci hai trattato con prepotenza, né ci hai fatto offesa, né hai preso nulla da nessuno». 5 Egli soggiunse loro: «È testimonio il Signore contro di voi ed è testimonio oggi il suo consacrato, che non trovate niente in mano mia?». Risposero: «Sì, è testimonio». 1 Sam 12,3-5

Conclusione:

Questo testo richiama soprattutto la consapevolezza di Davide di essere, usando l’immagine evocata da Coccioli, una “pulce” al cospetto di Dio, un suo servitore, con il dovere di lasciarsi interrogare sempre dal rapporto con Lui e alla luce di questo rapporto governare. Tutto questo non è altro che il legame di fede che lui ha con Dio e che guida il suo essere a servizio del popolo di Dio. L’ultima frase è un chiaro richiamo al Messia, colui che veramente governerà con giustizia e porterà la pace.

In questo primo approccio biblico abbiamo notato che il bene comune è legato alla vita politica, alla vita della città e di tutti coloro che ne fanno parte. Questo bene comune è perseguito da chi regge le sorti della comunità, il re, che dovrebbe essere a servizio di Dio e del suo popolo. Rispetto agli altri popoli il re d’Israele non è “assoluto” ma una “pulce”, il suo termine di confronto è sempre Dio.


Il bene comune nella dottrina sociale della chiesa

Vita comune” e “bene comune” sono tra i termini più ripetuti nella Lumen Fidei. Il concetto di una fede che, donando speranza, aiuta a edificare le nostre società è il cuore stesso dell’enciclica. Gesù, testimone della fede, è il tramite attraverso il quale “Dio opera veramente nella storia”.

Ora vorrei mettere a fuoco il concetto di bene comune perché credo che spesso si usi questo termine ma non sempre ponendolo nell’ottica dell’insegnamento della chiesa. Veniamo dunque ai nostri giorni tenendo sempre come sfondo del nostro dialogare la Parola.

La definizione di bene comune30 l’abbiamo nel numero 74 della costituzione Pastorale Gaudium et Spes31 dal titolo Natura e fine della comunità politica e viene inserita all’interno del discorso politico dal numero 73 di cui riporto, di seguito, uno stralcio.

Per instaurare una vita politica veramente umana non c’è niente di meglio che coltivare il senso interiore della giustizia, dell’amore e del servizio al bene comune e rafforzare le convinzioni fondamentali sulla vera natura della comunità politica e sul fine, sul buon esercizio e sui limiti di competenza dell’autorità pubblica. GS 7332

Enrico Chiavacci33 noto teologo morale e mio professore così commenta quest’ultimo capoverso del n° 73 della GS.

“L’umanizzazione della vita politica di cui tutti sentono l’esigenza non può nascere solo da leggi e da motivi di convenienza: nessuno si sacrifica per un altro se non vi è costretto, dall’interno o dall’esterno. O per amore o per forza un uomo si pone al servizio di un altro uomo, o rinuncia a un suo potere su un altro. Che se l’umanizzazione della società dovesse avvenire per forza come del resto si è tentato o si tenta tuttora da varie parti, questa sarebbe la più suprema disumanizzazione. Ma se l’umanizzazione della società deve avvenire per amore, allora occorre promuovere sempre più negli uomini «interiorem iustitiae ete benevolentiae ad servitii boni ocmmunis sensum». E questo è il primo e più importante servizio che la Chiesa possa oggi rendere alla società civile”.

Questo testo del Concilio è chiaramente ripreso all’inizio del n° 51 dell’enciclica Lumen fidei:

Proprio grazie alla sua connessione con l’amore (cfr Gal 5,6), la luce della fede si pone al servizio concreto della giustizia, del diritto e della pace.

Gaudium et Spes 74

Il bene comune si concreta nell’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione. GS 7434 ii

la definizione del n° 74 della GS viene a sua volta ripreso dalla Mater et Magistra35

51. A tale scopo però si richiede che negli uomini investiti di autorità pubblica sia presente ed operante una sana concezione del bene comune; concezione che si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani lo sviluppo integrale della loro persona.

Primo esempio

Il tema del bene comune campeggia nei titoli di molti articoli. Ad esempio Noam Chomsky, professore emerito di linguistica al Mit di Boston. Il suo ultimo libro uscito in Italia è I padroni dell’umanità. Saggi Politici (1970-2013) Ponte alle Grazie 2014. Questo articolo, Come definire il bene comuneiii, proposto da Internazionale (Internazionale 1036 | 31 gennaio 2014, p. 32-33) è adattato da una lezione tenuta da Chomsky alla Columbia University di New York il 6 dicembre 2013.

Secondo esempio

Interessante anche l’eco che le parole di Papa Francesco a proposito di bene comune hanno sui media e sull’agenda della vita politica degli Stati. Il New York Times, ad esempio, in un articolo dal titolo La voce del Papa risuona in Campidoglio, del 6 gennaio 2014 riportato da Rainews scrive che:

“Il leader della maggioranza in Senato, Harry Reid, ha esortato i suoi colleghi di partito a concentrarsi sulla questione delle ineguaglianze sociali e di reddito. A un certo punto il senatore del Vermont, Bernard Sanders, gli avrebbe detto: “Tu sai che abbiamo un grande alleato, è il Papa”. La cosa sorprendente è che Reid è un mormone mentre Sanders è un ebreo.”

Un esempio concreto

Questo testo mi è stato recapitato dall’amministrazione comunale della mia città in qualità di genitore di una bambina che frequenta un asilo nido comunale.

Venendo ai servizi a domanda individuale, questa Amministrazione ha assicurato la gratuità per quanto riguarda le scuole per l’infanzia, e tariffe molto basse rispetto alla media nazionale per gli asili sino a quando è stato possibile farlo. Tale situazione ora non è più sostenibile. Le difficoltà in cui ci troviamo non permettono infatti di fare ricadere sull’intera collettività i costi di servizi che sono usufruiti solo da una parte dei cittadini. L’alternativa sarebbe stata quella di interrompere tali servizi, oppure di limitarli, compromettendone così la qualità che li contraddistingue e che da sempre è stata loro riconosciuta.38

La lettera riguarda la gestione degli asili nido. Dunque un servizio alle famiglie per sostenerle nell’accudimento dei figli. Non è un parcheggio. Non si tratta di assistenza. È una vera e propria scuola con personale formato, seguito da esperti (psicopedagogista, dietista) per poter svolgere nel migliore dei modi il loro servizio. Riguarda i nostri figli/e, il futuro della nostra collettività. Quanto questo ci sta a cuore?

Riguarda inoltre il futuro della convivenza tra tutte le persone che ora vivono in Italia che vorremmo pacifica oltre che reciprocamente arricchente. È inequivocabile che la scuola rappresenta un’opportunità e forse l’unica strada per poter inserire nel nostro tessuto sociale nuovi italiani. È nella convivenza quotidiana che i bambini imparano a socializzare, a capire ciò che la società nella quale sono inseriti chiede loro. Quali regole, quali modi di vita ecc…

È altresì uno strumento formidabile di conoscenza e integrazione per le famiglie di questi bambini e in primo luogo per le mamme che spesso sono le più dirette interessate, ma non solo loro ovviamente. Dunque è di tutto questo ciò di cui sto parlando quando dico “asilo nido”. Io almeno ne sono convinto.

Questo servizio potremmo anche decidere che non ce lo si può più permettere. Tutto da dimostrare ma accettiamolo.

La frase che vorrei porre alla vostra attenzione è la seguente:

“fare ricadere sull’intera collettività i costi di servizi che sono usufruiti solo da una parte dei cittadini.”

Alcune valutazioni in forma di domanda.

Quanti servizi la collettività eroga usando i miei soldi, pagati con le tasse, e io non ne usufruisco? Se seguo questa logica allora faccio obiezione fiscale per tutte le spese che ritengo non essere vantaggiose e opportune per il mio tornaconto personale? Questa logica che idea di società porta con sé? Che legame pensa tra le persone? Quale idea di politica, di convivenza tra le persone?

Il bene comune, abbiamo visto precedentemente, è definito dalla dottrina sociale della Chiesa come quel complesso di condizioni che consentono e facilitano alle persone il conseguimento più pieno della loro perfezione. Pensare che un servizio sia un peso insopportabile per quei cittadini che non ne usufruiscono va nella direzione opposta a quella appena delineata.

La fede è un dono che ci riconosciamo, questa fede ci spinge a costruire una città per tutti.

Le mani della fede si alzano verso il cielo, ma lo fanno mentre edificano, nella carità, una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. Lumen fidei n° 51

Amministratori e cittadini

Un’ultima riflessione: spesso si punta il dito contro chi dovrebbe essere a servizio del bene comune ricoprendo un incarico pubblico. Contro i “politici”, gli amministratori. In una mia classe (terza media) discutevamo di come, di fronte ad un comportamento e alle sue conseguenze, ci possono essere, sintetizzando e semplificando, due modi di pensare. Il primo modo dice pressapoco così: “Le conseguenze delle mie azioni riguardano me e solo me”; il secondo invece: “Le conseguenze delle tue azioni riguardano sicuramente te ma anche tutti noi”. Abbiamo fatto alcuni esempi, alcuni li hanno proposti loro, gli alunni/e, li abbiamo discussi. Ho poi chiesto secondo loro come la maggior parte della gente ragiona. Quasi tutti hanno intravisto nel primo modello, le conseguenze riguardano solo me, la logica prevalente nella società. Una ragazzina portava come esempio proprio i politici, esempi sentiti molte volte in televisione: potrebbero pensare anche a chi non ha e non soltanto ai loro interessi.

Una prima considerazione in merito a quanto esposto: un popolo ha i governanti che si merita. Siamo in democrazia e chi ci governa è stato democraticamente eletto. A molti italiani piace così. Forse che il mondo politico sia lo specchio dell’Italia? La fede che guida il bene comune nella costruzione della città dell’amore dove sarebbe?

Una seconda considerazione che in realtà approfondisce quanto già detto. Io sono un politico onesto, che vuole mettere tutti nelle condizioni di raggiungere il proprio perfezionamento, il proprio benessere, come ci spiegava la definizione di bene comune della GS, non mi lascio ingabbiare dalle lobby di potere ma penso a tutti soprattutto ai più deboli a quelli che non ce la fanno. Domanda: se gli italiani sono quelli che gli alunni hanno descritto, con chi porterò avanti queste battaglie di giustizia? Con quali forze? Con quale appoggio?

 

Alcuni pericoli:

Mi sembra che a volte la ricerca di questo bene vada nella direzione di un appoggio, un favore ad una fazione, di alcuni, dei miei amici, di quelli che la pensano come me, che sono dalla mia parte, che mi possono dare un tornaconto. Non c’è respiro profondo, non c’è visione ampia in tutto questo. Miseramente si naufragherà in mezzo a mille rivendicazioni e egoismi.


Preghiera Finale

Salmo 126

1 Canto delle ascensioni. Di Salomone.
Se il Signore non costruisce la casa,
invano vi faticano i costruttori.
Se il Signore non custodisce la città,
invano veglia il custode.
2 Invano vi alzate di buon mattino,
tardi andate a riposare
e mangiate pane di sudore:
il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno.


Bibliografia

  • Chiavacci Enrico, La Gaudium et spes, ed. Studium, Roma,1967, p.391.

  • Coccioli Carlo, David, Piccolo Karma edizioni, Milano, 2012.

  • Chomsky Noam, Come definire il bene comune, proposto da Internazionale (Internazionale 1036 | 31 gennaio 2014, p. 32-33) è adattato da una lezione tenuta da Chomsky alla Columbia University di New York il 6 dicembre 2013.

  • Gaudium et spes, Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo, Roma, presso San Pietro, 7 dicembre 1965.

  • Mater et Magistra, Lettera Enciclica di Papa Giovanni XXIII, Roma presso San Pietro, 15 maggio 1961.


 

Note

1 Siracide 24,6-8

2 Luca 24,44

3 Giovanni 1,1-14

4 Luca 1,35

5 1 Re 3,5

6 2 Corinzi 3,12-16

7 Giovanni 16,13

8 Enzo Bianchi, Pregare la Parola, Introduzione alla «lectio divina», Piero Gribaudi Editore, Torino, 1990, pp. 94-96. Modificato dal singolare al plurale per esser utilizzato come preghiera comunitaria.

9 … ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città. Eb 11,16

10 Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede. Eb 11,7

119 Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Eb 11,9-10

12 Chi vorrà essere benedetto nel paese,
vorrà esserlo per il Dio fedele;
chi vorrà giurare nel paese,
giurerà per il Dio fedele;
perché saranno dimenticate le tribolazioni antiche,
saranno occultate ai miei occhi. Is 65,16

13 Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità. Gal 5,6

14 … i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, Eb 11,33

15 3 Eccomi, pronunciatevi a mio riguardo alla presenza del Signore e del suo consacrato. A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l’asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi a suo riguardo? Sono qui a restituire!». 4 Risposero: «Non ci hai trattato con prepotenza, né ci hai fatto offesa, né hai preso nulla da nessuno». 5 Egli soggiunse loro: «È testimonio il Signore contro di voi ed è testimonio oggi il suo consacrato, che non trovate niente in mano mia?». Risposero: «Sì, è testimonio».1 Sam 12,3-5

16 Davide regnò su tutto Israele e pronunziava giudizi e faceva giustizia a tutto il suo popolo. 2 Sam 8,15

17I l termine politica (dal greco “πόλις”, polis, che significa città).

18 La fede è la risposta a una Parola che interpella personalmente un tu che ci chiama per nome. LF 8

20 G. LOHFINK, Come Gesù voleva la sua comunità?, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1990.

21 Voi siete il sale della terra (Mt 5,13-16) , Relatore: Don Patrizio Rota Scalabrini – 14.03.2011

22 … i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni, Eb 11,33

23 3 Eccomi, pronunciatevi a mio riguardo alla presenza del Signore e del suo consacrato. A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l’asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi a suo riguardo? Sono qui a restituire!». 4 Risposero: «Non ci hai trattato con prepotenza, né ci hai fatto offesa, né hai preso nulla da nessuno». 5 Egli soggiunse loro: «È testimonio il Signore contro di voi ed è testimonio oggi il suo consacrato, che non trovate niente in mano mia?». Risposero: «Sì, è testimonio».1 Sam 12,3-5

24 Davide regnò su tutto Israele e pronunziava giudizi e faceva giustizia a tutto il suo popolo. 2 Sam 8,15.

25 Coccioli Carlo, David, Piccolo Karma edizioni, Milano, 2012. Prima edizione Rusconi 1976.

26 a lui Abramo diede la decima di ogni cosa; anzitutto il suo nome tradotto significa re di giustizia; è inoltre anche re di Salem, cioè re di pace. Ebrei 7,2

27 Abiatar è un personaggio biblico, figlio di Achimelec, sacerdote a Nob. Il significato del suo nome è: “Il padre ha abbondanza”. Unico superstite dei sacerdoti fatti trucidare da Saul, fuggì a Keilah da David.

28 Carlo Coccioli, David, Piccolo Karma edizioni, Milano, 2012. p. 447

29 Carlo Coccioli, David, Piccolo Karma edizioni, Milano, 2012. p. 72.

30 Questa la definizione della filosofia morale cristiana nella formulazione che diede il Padre Viktor Cathrein (8.5.1845, 10.9.1931), gesuita. Un classico e un punto di riferimento della filosofia morale fino agli anni 70. Finis civitatis non est bonum publicum consideratum ut finis in se. Finis civitatis est prosperitas publica sive complexus condicionum requisitarum, ut omnia, quantum fieri potest, membra organica societatis omnimodam felicitatem temporalem et fini ultimo subordinatam directe per se consequi valeant. Inter has autem condiciones primarium locum occupat fruitio ordinis juridici, qualem naturalis societatis structura postulat; secundarium vero sufficiens copia bonorum animi et corporis, quibus ad praedictam felicitatem efficiendam opus est, quaeque activitate privata sufficienter attingi non possunt. Cathrein V., Philodophia moralis, cit. tesi 83 e 84, pp. 409-411.

31 Costituzione Pastorale Gaudium et spes, 1965. Il termine “bene comune” ricorre in questo dicumento 31 volte.

32 Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, CAPITOLO IV – LA VITA DELLA COMUNITÀ POLITICA, n 73. La vita pubblica contemporanea.

33 Chiavacci Enrico, La Gaudium et spes, ed. Studium, Roma,1967, p.386.

34 Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, CAPITOLO IV – LA VITA DELLA COMUNITÀ POLITICA, n 74. La vita pubblica contemporanea. Viene citato in nota Romani 13,1-5

1 Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. 2 Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. 3 I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, 4 poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. 5 Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza.

35 Lettera Enciclica di Papa Giovanni XXIII, 15 maggio 1961.

38 Lettera dell’Amministrazione Comunale di Cremona, del 25 giugno 2013.


i Ebrei 11

1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. 2 Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza. 3 Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede. 4 Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora. 5 Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio. 6 Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s’accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano. 7 Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un’arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede. 8 Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. 9 Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. 10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.
11 Per fede anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso. 12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.
13 Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. 14 Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria. 15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi; 16 ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città. 17 Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio, 18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome. 19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo. 20 Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.
21 Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all’estremità del bastone. 22 Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell’esodo dei figli d’Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa. 23 Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re. 24 Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, 25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. 26 Questo perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla ricompensa. 27 Per fede lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile. 28 Per fede celebrò la pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti. 29 Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti. 30 Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni. 31 Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl’increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori. 32 E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti, 33 i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni,34 spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri. 35 Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione. 36 Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia. 37 Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati –38 di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra. 39 Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: 40 Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

ii Gaudium et Spes 74. Natura e fine della comunità politica

Gli uomini, le famiglie e i diversi gruppi che formano la comunità civile sono consapevoli di non essere in grado, da soli, di costruire una vita capace di rispondere pienamente alle esigenze della natura umana e avvertono la necessità di una comunità più ampia, nella quale tutti rechino quotidianamente il contributo delle proprie capacità, allo scopo di raggiungere sempre meglio il bene comune (156). Per questo essi costituiscono, secondo vari tipi istituzionali, una comunità politica. La comunità politica esiste dunque in funzione di quel bene comune, nel quale essa trova significato e piena giustificazione e che costituisce la base originaria del suo diritto all’esistenza. Il bene comune si concreta nell’insieme di quelle condizioni di vita sociale che consentono e facilitano agli esseri umani, alle famiglie e alle associazioni il conseguimento più pieno della loro perfezione (157). Ma nella comunità politica si riuniscono insieme uomini numerosi e differenti, che legittimamente possono indirizzarsi verso decisioni diverse. Affinché la comunità politica non venga rovinata dal divergere di ciascuno verso la propria opinione, è necessaria un’autorità capace di dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, non in forma meccanica o dispotica, ma prima di tutto come forza morale che si appoggia sulla libertà e sul senso di responsabilità. È dunque evidente che la comunità politica e l’autorità pubblica hanno il loro fondamento nella natura umana e perciò appartengono all’ordine fissato da Dio, anche se la determinazione dei regimi politici e la designazione dei governanti sono lasciate alla libera decisione dei cittadini (158). Ne segue parimenti che l’esercizio dell’autorità politica, sia da parte della comunità come tale, sia da parte degli organismi che rappresentano lo Stato, deve sempre svolgersi nell’ambito dell’ordine morale, per il conseguimento del bene comune (ma concepito in forma dinamica), secondo le norme di un ordine giuridico già definito o da definire. Allora i cittadini sono obbligati in coscienza ad obbedire (159). Da ciò risulta chiaramente la responsabilità, la dignità e 1 importanza del ruolo di coloro che governano.

Dove i cittadini sono oppressi da un’autorità pubblica che va al di là delle sue competenze, essi non rifiutino ciò che è oggettivamente richiesto dal bene comune; sia però lecito difendere i diritti propri e dei concittadini contro gli abusi dell’autorità, nel rispetto dei limiti dettati dalla legge naturale e dal Vangelo. Le modalità concrete con le quali la comunità politica organizza le proprie strutture e l’equilibrio dei pubblici poteri possono variare, secondo l’indole dei diversi popoli e il cammino della storia; ma sempre devono mirare alla formazione di un uomo educato, pacifico e benevolo verso tutti, per il vantaggio di tutta la famiglia umana.

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(156) Cf. GIOVANNI XXIII, Encicl. Mater et Magistra: AAS 53 (1961), p. 417.

(157) Cf. Rm 13,1-5.

(158) Cf. Rm 13,5.

(159) Cf. PIO XII, Messaggio radiof., 24 dic. 1942 Con sempre nuova freschezza: AAS 35 (1943), pp. 9-24; 24 dic. 1944: AAS 37 (1945), pp. 11-17; GIOVANNI XXIII, Encicl. Pacem in terris: AAS 55 (1963), pp. 263 [Dz 3968], 271, 277-278.

iii Noam Chomsky, Come definire il bene comune

Gli esseri umani sono animali sociali, e che tipo di persone diventano dipende soprattutto dalle condizioni sociali, e istituzionali in cui vivono. Quindi siamo portati a chiederci quale organizzazione della società garantisca meglio giustizia, benessere e realizzazione delle aspirazioni di ognuno, cioè il bene comune. Per farlo vorrei partire da un’interessante categoria di principi etici: quelli che sono universali, in quanto in teoria professati da tutti, ma che in pratica sono ignorati da tutti. Vanno da principi molto generali, come quello per cui dovremmo applicare a noi stessi i medesimi criteri che applichiamo agli altri (se non criteri ancora più severi), a dottrine specifiche, come l’impegno a promuovere la democrazia e i diritti umani, proclamato da tutti, anche dai mostri più disumani, ma che in realtà pochissimi rispettano.

Un buon punto da cui partire è il saggio Sulla libertà di John Stuart Mill, la cui epigrafe – tratta da I limiti dell’attività dello stato di Wilhelm von Humboldt, uno dei fondatori del liberalismo classico – sottolinea “l’assoluta ed essenziale importanza dello sviluppo umano nella sua più ricca diversità”. Ne consegue che le istituzioni che ostacolano questo sviluppo sono illegittime, a meno che possano in qualche modo giustificare la propria esistenza. L’interesse per il bene comune dovrebbe spingerci tutti a trovare il modo di favorire lo sviluppo umano in tutta la sua più ricca diversità. Adam Smith, un altro pensatore illuminista che aveva una visione simile, riteneva che non fosse poi così difficile concepire politiche umane. Nel suo saggio Teoria dei sentimenti morali, osservava: “Per quanto egoista si possa ritenere un uomo, ci sono evidenti principi nella sua natura che lo portano a interessarsi alle sorti del prossimo suo e che gli rendono indispensabile l’altrui felicità, benché egli non ne guadagni nulla se non il piacere di contemplarla”. Smith riconosce il potere di quel- la che chiama “la vile massima dei padroni dell’umanità” : “Tutto per noi e niente per gli altri”. Ma le più benevole “passioni originarie della natura umana” possono compensare questa patologia.

Il liberalismo classico naufragò sulle secche del capitalismo, ma il suo impegno umanitario e le sue aspirazioni non morirono. Rudolf Rocker, un pensatore e attivista anarchico del ventesimo secolo, avrebbe riproposto idee simili. Rocker parla di “una precisa tendenza della storia dell’umanità” ad aspirare al “libero e incontrastato sviluppo di tutte le forze individuali e sociali della vita”, e traccia la storia di una tradizione anarchica che sarebbe culminata nell’anarcosindacalismo o, in Europa, in una variante del “socialismo libertario”. Questo tipo di socialismo, sostiene, non propone un “sistema sociale fisso e chiuso in se stesso”, con una risposta precisa a tutti i problemi della vita umana, ma piuttosto una tendenza dello sviluppo umano a realizzare gli ideali dell’illuminismo.

Visto in questi termini, l’anarchismo rientra nella più ampia sfera di pensiero e d’azione del socialismo libertario che avrebbe portato alle conquiste della rivoluzione spagnola del 1936; alle aziende autogestite che oggi si stanno diffondendo nella cintura industriale statunitense, nel Messico settentrionale, in Egitto e in diversi altri paesi, soprattutto nel Paese Basco; ai molti movimenti cooperativi di tutto il mondo, e a una buona parte delle iniziative promosse dalle organizzazioni femministe e da quelle per la difesa dei diritti civili e umani. Questa tendenza cerca di individuare le strutture gerarchiche e autoritarie che ostacolano lo sviluppo umano, e le sfida molto ragionevolmente a giustificare la propria esistenza. Se non sono in grado di farlo, dovrebbero essere smantellate e, secondo gli anarchici, “ricostruite dal basso”.

Allargare il pavimento della gabbia

In parte tutto questo può sembrare ovvio: perché mai qualcuno dovrebbe difendere strutture e istituzioni illegittime? Per fortuna le ovvietà hanno come minimo il merito di essere vere, cosa che le distingue da molte altre affermazioni politiche. E io penso che costituiscano un buon punto di partenza per arrivare a una definizione del bene comune. Per Rocker, “il problema del nostro tempo è quello di liberare l’uomo dalla sciagura dello sfruttamento economico e della schiavitù politica e sociale”. A questo punto mi sembra opportuno sottolineare che il libertarismo americano si distacca nettamente dalla tradizione anarchica, in quanto accetta, anzi propugna, la subordinazione dei lavoratori ai padroni dell’economia,e la sottomissione di tutti gli aspetti più distruttivi del mercato. L’anarchismo è notoriamente contrario allo stato e, per usare le parole di Rocker, propone come alternativa “l’amministrazione pianificata delle cose nell’interesse comune”, affidata ad ampie federazioni di comunità e luoghi di lavoro autogestiti. Ma oggi gli anarchici che mirano a questo obiettivo spesso sostengono che lo stato dovrebbe proteggere le persone, la società e la terra stessa dalla devastazione prodotta dal capitale concentrato in mani private. Questa non è una contraddizione. Nella società attuale ci sono persone che vivono in condizioni terribili. Quindi è necessario usare ogni mezzo per salvaguardarle, anche se l’obiettivo a lungo termine è la costruzione di un’alternativa migliore. Il movimento dei contadini brasiliani parla di “allargare il pavimento della gabbia”, la gabbia delle istituzioni coercitive che può essere allargata dalla lotta popolare, come in effetti è successo nel corso degli anni.

Potremmo estendere quest’immagine e vedere la gabbia delle istituzioni statali come una forma di difesa dalle belve che si aggirano al suo esterno: le predatorie istituzioni capitalistiche dedite per principio al guadagno privato, al potere e al dominio, per le quali l’interesse della comunità è marginale, esaltato nei discorsi re- torici ma ignorato nella pratica al livello di principio e perfino di legge.

La maggior parte degli scritti accademici più autorevoli in materia di scienze politiche confronta gli atteggiamenti dei cittadini con le politiche governative. In Affluence and influence. Economic equality and political power in America, lo studioso di Princeton Martin Gilens rivela che la maggioranza della popolazione de- gli Stati Uniti è in pratica priva di diritti. Circa il 70 per cento della popolazione della fascia di reddito più bassa non influisce minimamente sulla politica, conclude Gilens. Salendo di fascia, l’influenza aumenta gradualmente. Al massimo livello ci sono le persone che invece la determinano, con mezzi noti a tutti. Il sistema che ne deriva non è una democrazia ma una plutocrazia. O, per essere meno drastici, quella che lo studioso di diritto Conor Gearty chiama “neodemocrazia”, associata al neoliberismo: un sistema in cui pochi godono della libertà, e la sicurezza, nel senso più pieno della parola, è garantita solo alle élite, all’interno di un sistema più generale di diritti formali.

Come la talpa di Marx Invece, come sostiene Rocker, un sistema davvero democratico dovrebbe assumere il carattere di “un’alleanza tra gruppi liberi di uomini e donne basata sul lavoro cooperativo e sull’amministrazione pianificata delle cose nell’interesse della comunità”. Nessuno ha mai pensato che il filosofo statunitense John Dewey fosse un anarchico. Però Dewey affermava che “oggi il potere consiste nel controllare i mezzi di produzione, di scambio, di pubblicità, di trasporto e di comunicazione. Chiunque detenga questo potere regola la vita del paese”, anche se permangono alcune forme democratiche. Fino a quando queste istituzioni non saranno nelle mani dei cittadini, la politica resterà “l’ombra gettata sulla società dalle grandi aziende”, come succede ancora oggi. Queste idee conducono naturalmente a una visione della società basata sul controllo delle istituzioni produttive da parte dei lavoratori, come quella prospettata da alcuni pensatori del diciannovesimo secolo, non solo Karl Marx ma anche il meno noto John Stuart Mill. Mill scriveva: “La forma di associazione che, se l’umanità continua a migliorare, ci si deve aspettare che alla fine prevalga… è l’associazione su basi di uguaglianza dei lavoratori che possiedono collettivamente il capitale con cui essi svolgono le loro attività e che sono diretti da manager nominati e rimossi dai lavoratori”.

I padri fondatori degli Stati Uniti erano consapevoli dei rischi della democrazia. Durante i dibattiti dell’assemblea costituente James Madison metteva in guardia i suoi colleghi su quei rischi. Prendendo a modello l’Inghilterra osservava che “se le elezioni fossero aperte a tutte le classi sociali, i possedimenti dei proprietari terrieri inglesi sarebbero in pericolo”. Così Madison vole- va “disegnare la struttura di un sistema che (…) durasse nel tempo” per “garantire il diritto di proprietà contro il pericolo derivante da un’uguaglianza e da un suffragio universale che affiderebbe il controllo della terra a chi non ne possiede neanche una parte”. Gli accademici statunitensi in genere concordano con lo studioso della Brown university, Gordon S. Wood, secondo il quale “la costituzione è essenzialmente un documento aristocratico ideato per tenere a freno le tendenze democratiche dell’epoca”. Molto prima di Madison, nella sua Politica, Aristotele aveva riscontrato nella democrazia lo stesso problema: dopo aver preso in esame una serie di sistemi politici, il filosofo greco concludeva che fosse la migliore – o forse la meno peggiore – forma di governo. Ma le riconosceva un difetto. La grande massa dei poveri avrebbe potuto usare il suo potere di voto per sottrarre le loro proprietà ai ricchi, il che sarebbe stato ingiusto. Madison e Aristotele arrivano però a conclusioni opposte: Aristotele consiglia di ridurre la disuguaglianza con quello che noi chiameremmo stato sociale. Madison pensava che la soluzione fosse ridurre la democrazia.

Nei suoi ultimi anni Thomas Jefferson, l’autore principale della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, colse la natura fondamentale di questo conflitto, non ancora superato. Jefferson aveva seri timori sul futuro di quell’esperimento democratico e faceva una distinzione tra “aristocratici e democratici”. Gli aristocratici sono “quelli che temono il popolo e ne diffidano, quindi vogliono togliergli ogni potere per metterlo nelle mani delle classi superiori”. I democratici, invece, “si identificano con il popolo, hanno fiducia in lui, vogliono prendersene cura e lo considerano il depositario più onesto e sicuro, anche se non più saggio, del pubblico interesse”. Oggi i successori degli “aristocratici” di Jefferson sono in dubbio su chi debba svolgere il ruolo guida: i tecnocrati e gli intellettuali che mirano a risolvere i problemi con la politica, o i banchieri e i dirigenti delle grandi aziende. È questa tutela politica che la vera tra- dizione libertaria cerca di smantellare e di ricostruire dal basso, trasformando l’industria, come diceva Dewey, “da ordine feudale a ordine sociale democratico”, basato sul controllo esercitato dai lavoratori, sul rispetto della dignità di chi produce, in quanto persona reale e non strumento nelle mani di altri.

Come la talpa di Marx – “la nostra vecchia amica, la nostra vecchia talpa, che sa scavare così bene sottoterra per poi emergere all’improvviso” – la tradizione libertaria scava appena sotto la superficie, sempre pronta a far capolino, a volte in un modo sorprendente e inaspettato, per cercare di realizzare quella che a me sembra una ragionevole approssimazione del bene comune. ♦ bt

Internazionale 1036 | 31 gennaio 2014

 

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