Dio e i suoi strumenti (1 Cor 3,6)


 Dialogo_AC_Cremona

5 Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. 6 Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. 7 Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. 8 Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. 9 Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio.

1 Cor 3,5-9

Dio e i suoi strumenti (1 Cor 3,6)

Dio e i suoi strumenti (1 Cor 3,6) - San Paolo

San Paolo, Andrej Rublev

È un testo sicuramente ricco di suggestioni, stimolante, quanto mai attuale, quello che la Sacra Scrittura ci consegna e ci apprestiamo a riflettere. Paolo si trova ad Efeso e gli giungono notizie dalla comunità di Corinto. Si tratta di una piccola comunità cristiana di una città porto di mare, cosmopolita, un grande centro commerciale. Una comunità che lui non ha fondato, nella quale ha battezzato solo poche persone (1Cor 1,12-13). Il discorso di Paolo è dominato dall’immagine del ciclo della produzione agricola come metafora dell’annuncio della Parola: l’immagine è mutuata direttamente da Gesù 1, anche se qui viene elaborata in modo diverso. C’è chi semina, c’è chi irriga, c’è un campo che viene seminato e irrigato; soprattutto c’è colui che fa crescere: Dio.
La centralità e la priorità nella metafora paolina è senza dubbio Dio senza il quale sarebbe vano il nostro costruire, il nostro affaticarci (Salmo 127). Se questa preminenza divina viene sostituita da chi opera, sia il seminatore, sia colui che irriga, allora le conseguenze per la comunità saranno le divisioni. Anzitutto dobbiamo dire che la divisione, la rottura dei rapporti, l’inimicizia, sono sentimenti di cui ognuno di noi fa esperienza. Giuseppe Ungaretti in una sua celebre poesia ce ne parla con quell’efficacia e vivezza che gli sono proprie:

“Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia”.2

Divisioni di cui ancora S. Paolo parla nella lettera ai Galati e descrive accompagnate da invidie, gelosie, dissensi, discordie, fazioni… (Gal 5,19).
Da una parte quindi dobbiamo riconoscere la centralità e l’autorità di Dio e dall’altra il ruolo di ministri, cioè di servi (Gv 13,1-15) di coloro che nella comunità hanno autorità. Nel testo paolino, infatti, non vale più la logica del mondo, dove il discepolo in qualche modo appartiene al maestro, per cui si può dire come dicevano i corinzi “«Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa»” (1 Cor 1,12-13). Qui vale una logica nuova, la logica di Dio. La croce, dunque, non è solo il paradigma del Vangelo, ma anche il fondamento e il modello di ogni ministero-servizio nella Chiesa. Ministri. Nell’originale il termine è “servi”, termine che Paolo utilizza molto spesso per parlare del proprio impegno apostolico e di coloro che collaborano con lui e/o sono alla guida delle comunità 3. Anche in questo caso si deve ricordare che il termine deriva da Gesù 4. Paolo e Apollo sono gli strumenti attraverso i quali la comunità di Corinto è venuta alla fede. I Corinzi non credono “in”, ma “attraverso” di loro in Cristo. Di conseguenza i ministri nella Chiesa, per quanto santi e carismatici possano essere, dovrebbero essere sempre e solo degli strumenti che ci permettono di arrivare al Signore. Detto ciò, non credo si debba cadere nel rischio dell’integrazione o peggio dell’uniformazione, tutti uguali, ma cercare il rispetto delle diverse sensibilità avendo chiara consapevolezza di essere degli strumenti nelle mani di Dio e non degli artefici. La pluralità infatti è ricchezza dello Spirito:

«Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo il Signore» (1Cor 12,4-5).

Le divisioni che Paolo stigmatizza sono uno scandalo per la chiesa anzitutto perché contrarie alla volontà di Gesù stesso, alla sua preghiera:

Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 21).

Il Concilio Vaticano II afferma con forza che l’unità dei cristiani è uno dei suoi principali intenti e che “tale divisione non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura”5. S’impongono anzitutto allora la conoscenza dell’altro e il rispetto evitando facili riduzioni e/o semplificazioni che rischiano di svilire la posizione di chi è diverso da me e di non rispondere a verità. È necessaria la ricerca di ciò che ci unisce nel rispetto di ciò che ci divide. La metafora paolina ci guida a comprendere non solo le divisioni tra confessioni cristiane ma anche tutte quelle divisioni e/o contrapposizioni, ma anche gelosia, invidie… tra movimenti, tra parrocchie, tra associazioni, all’interno della stessa parrocchia. Vale comunque il monito del Concilio, sono sempre uno scandalo e danneggiano la presentazione del Vangelo di Cristo il quale rimane in secondo piano se non del tutto oscurato dai personalismi. Un’altra considerazione: se chi semina, chi irriga sono solo collaboratori ma si sentono, si presentano o vengono considerati loro gli artefici allora siamo di fronte ad una negazione dell’operato divino e forse un a oscuramento di Dio stesso. Ci si ritiene “la verità” e non coloro che annunciano la verità. Non “apriamo più la strada a” 6, ma ci sentiamo strada.
Questo vale anche per gli educatori, per i catechisti per tutti coloro che hanno il compito di formare e guidare. Don Bosco scriveva:

“Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi”.7

È difficile pensarsi dei collaboratori, mettere da parte il nostro comprensibile bisogno di considerazione e gratificazione, ma solo il riconoscere Dio come il Signore, l’ascolto attento della sua parola ci aiuteranno a non incrinare le relazioni e a non trasformare il “campo”, l’“edificio” in una nuova Babele.

Antonio Ariberti


 

Note:

1 Vedi ad esempio la cosiddetta parabola del “seminatore” Mc 4,1-9, Mt 13,1-9, Lc 8,4-8.

2 Giueppe Ungaretti, I Fiumi, 1918.

3 2 Cor 3,6; 6,4; 11,23; Rom 16,1; Fil 1,1.

4 Vedi soprattutto Mc 10,42-45, Mt 20,25-28, Lc 22,25-27.

5 DECRETO SULL’ECUMENISMO UNITATIS REDINTEGRATIO, http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19641121_unitatis-redintegratio_it.html

6 In quest’ottica credo sia significativa la figura di Giovanni Battista Mc 1,7; Gv 1,29; Gv 3,29-30.

7 GIOVANNI BOSCO, Epistolario, Torino, 1959, vol.4, p. 209.

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