Domino Rebecca, La mia amica ebrea


Rebecca Domino, La mia amica ebrea

Rebecca Domino, La mia amica ebrea

Titolo: La mia amica ebrea
Genere: narrativa
Autore: Rebecca Domino
Editore: Lulu.com
Prezzo: € 1.99
Pagine: 294 p.
Genere: Romanzo
Sottogenere: Narrativa Storica
Anno di pubblicazione: 2014


 Trama:

Amburgo, 1943. La vita di Josepha, quindici anni, trascorre fra le uscite con le amiche, le lezioni e i sogni, nonostante la Seconda Guerra Mondiale. Le cose cambiano quando suo padre decide di nascondere in soffitta una famiglia di ebrei. Fra loro c’è Rina, quindici anni, grandi e profondi occhi scuri.
Nella Germania nazista, giorno dopo giorno sboccia una delicata amicizia fra una ragazzina ariana, che è cresciuta con la propaganda di Hitler, e una ragazzina ebrea, che si sta nascondendo a quello che sembra essere il destino di tutta la sua gente.
Ma quando Josepha dovrà rinunciare improvvisamente alla sua casa e dovrà lottare per continuare a sperare e per cercare di proteggere Rina, l’unione fra le due ragazzine, in un Amburgo martoriata dalle bombe e dalla paura, continuerà a riempire i loro cuori di speranza.
Un romanzo che accende i riflettori su uno dei lati meno conosciuti dell’Olocausto, la voce degli “eroi silenziosi”, uomini, donne e giovani che hanno aiutato gli ebrei in uno dei periodi più bui della Storia.


 

Biografia (tratta dal blog dell’autrice)

Sono nata nel 1984 e, sin da quando ero piccola, ho la passione per la scrittura e la lettura. Alle scuole elementari mi piaceva molto scrivere temi e spesso, nel tempo libero, riempivo i quaderni di racconti. Ho coltivato questa mia passione per anni anche se, dalla fine della scuola superiore, è passata al secondo posto, per lasciar spazio ad altri interessi che credevo fossero passioni più forti e durature, ma che non si sono rivelati tali.
Da circa due anni ho ripreso in mano la penna, ho ricominciato scrivendo racconti brevi e poi lavorando su vari romanzi di diversi generi, che però sono rigorosamente inediti, una sorta di “prove” prima di ricominciare sul serio.

La mia amica ebrea
di Rebecca Domino
Anteprima del capitolo 1

 

Ho capito che le cose sono peggiorate – peggiorate davvero – quando mia madre
mi ha detto che quest’anno non possiamo festeggiare il mio compleanno.
Oggi, 10 maggio 1943, compio quindici anni.
Non abbiamo mai festeggiato in modo speciale, soprattutto da quando è
scoppiata la guerra, ma la sola idea di non festeggiare affatto mi rende triste.
Quando sento bussare e poi odo la voce di Anja che parla con la mamma, sorrido
e mi sento subito meglio. Chiudo il libro che sto leggendo e mi affretto a raggiungere
la porta. Anja, Trudi e Jutte sono sull’uscio.
– Seffi, Seffi! – esclama Anja, non appena mi vede – andiamo, andiamo! –
– Dove avete intenzione di andare? – le chiede mia madre, con aria confusa. È
stanca. La mamma è sempre stanca, e pensare che fino a non troppo tempo fa era lei a
mandare avanti la baracca, com’era solita dire la signora Beckenbauer.
Mio padre era al fronte, allora, lo avevano mandato in Unione Sovietica: non so
dove si trovi precisamente, ma quando papà ne parla abbassa il tono di voce,
incupisce lo sguardo e dice che si trova “lontano, molto lontano, dove l’arancione del
tramonto sembra il fuoco dell’Inferno”.
– Ti prego, mamma – dico, voltandomi verso di lei. Mia madre si gratta un
sopracciglio, a forza di farlo sta perdendo peluria.
– Purché non andiate troppo lontano e tu sia a casa prima dell’oscuramento,
Josepha –
– Sono sempre a casa prima dell’oscuramento, lo sai –
Mia madre si limita ad annuire, poi mi unisco alle mie amiche e usciamo.
È così caldo che comincio a sudare dopo qualche passo: Anja capitana il
gruppetto, come il solito, e ogni tanto avvicina il viso a quello di Jutte, che le da’
delle leggere gomitate nelle costole. E’ ovvio che stanno tramando qualcosa, ma
faccio finta di non averlo capito.
Camminiamo lungo la strada, saltellando e chiacchierando, e salutiamo le
persone che incontriamo. Li conosciamo tutti, e grazie a mia madre sono a
conoscenza delle tragedie di ognuno di loro. Quando raggiungiamo il boschetto alla
fine della via, sono così madida di sudore che me lo asciugo con il dorso della mano.
Trudi mi guarda con aria allibita ed io scoppio a ridere. Nel frattempo, Anja e Jutte
stanno ancora confabulando ma non ce la faccio più a fingere, così mi volto verso di
loro.
– Allora? – chiedo – volete dirmi cosa mi state nascondendo? –
– Buon compleanno! – esclamano le mie amiche, all’unisono. Sapevo che
stavano organizzando qualcosa del genere, lo facciamo sempre, quando è il
compleanno di una di noi: le chiamiamo le “nostre feste a sorpresa” e le facciamo
sempre qui, in quest’angolino di verde.
– Non te lo aspettavi, vero? – chiede Trudi.
– No – mento, ma è una bugia a fin di bene. Quello che non mi aspettavo
davvero è il regalo. È Anja a tirarlo fuori dal nascondiglio improvvisato, sotto un
cespuglio: non c’è un pacchetto, è una semplice scatola di legno.
La prendo, e mio malgrado mi accorgo di essermi commossa. Anche Jutte se ne
accorge, perché comincia a prendermi in giro.
– Seffi e le sue lacrime! –.
Lo ripete sino allo sfinimento.
– Smettila – sbotto, a un certo punto, e lei si zittisce, però non mi va di litigare
con lei il giorno del mio compleanno, quindi la guardo in volto;
– Sei stata tu a intagliare la scatola, non è vero? – chiedo.
Jutte annuisce con aria seria, poi noto che comincia a sorridere. Sorrido anch’io.
Apro la scatola e vi trovo tre fogli di carta, ne prendo uno, che porta la firma di Anja.
Alzo lo sguardo sulla mia amica, poi lo abbasso sulla poesia. È dedicata a me.
Quando ho finito di leggerla, prendo in mano gli altri fogli: sono poesie, o pensieri.
Riguardano me, la nostra amicizia, e quest’anno. L’anno in cui tutte e quattro
compiamo quindici anni.
Alla fine del pensiero di Trudi c’è una frase che colpisce la mia attenzione, la
rileggo un paio di volte, nella mente:
1943. L’anno dei nostri quindici anni, chissà se moriremo così e questa nostra
età resterà incisa per sempre sulle lapidi, mentre noi saremo angeli – bambine.
Mentirei se dicessi che non ho paura della guerra. Sono abituata al rumore delle
bombe, ormai: la guerra è cominciata nel 1939, quando avevo solamente undici anni.
Mi ha portato via mio padre per mesi e mesi, e me l’ha riconsegnato come un
giocattolo rotto, senza una gamba.
Papà va in giro con la sua stampella di legno al posto della gamba sinistra ed io,
la mamma e Ralf dobbiamo aiutarlo a camminare in fretta quando dobbiamo
rifugiarci nella cantina. Sono abituata al rumore degli spari, alle lacrime negli occhi
della gente, a provar pena per persone che prima della guerra trovavo antipatiche, a
piangere nel cuore della notte per persone che erano mie amiche e che sono morte in
un bombardamento.
Sino a quest’anno, Amburgo non è stata bombardata molto spesso: papà dice
sempre che fino a quando sentiremo il fragore di una bomba che cade, saremo al
sicuro.
All’inizio, le cose sono cambiate lentamente: Ralf ed io continuavamo ad andare
a scuola. Frequentavo il penultimo anno della scuola media, avevo passato bene gli
esami al quarto anno della Volksschule e mi piaceva sedermi dietro il banco.
Frequentavo la stessa classe di Anja, Jutte e Trudi, ci siamo conosciute fra una
lezione di storia e una di matematica. Pian piano le cose sono cominciate a cambiare
anche a scuola: alcuni miei compagni non si sono più presentati e poi si è scoperto
che le loro famiglie li avevano mandati in campagna, “al sicuro”.
Questo prima delle evacuazioni di massa degli allievi in età scolare.
Poi i miei compagni ebrei hanno smesso di frequentare la scuola, era una delle
tante cose che non potevano e ancora non possono fare. La nostra classe perdeva
studenti su studenti e, quando hanno cominciato a far evacuare intere scuole, i miei
genitori hanno deciso che io sarei rimasta qui. Che saremmo rimasti tutti assieme. Del
resto, Wandsbek è un quartiere residenziale e tranquillo.
Non ho smesso di istruirmi, però: le mie amiche ed io, insieme a un gruppetto di
altre ragazze, frequentiamo le lezioni presso la dimora privata della signorina Abt.
Anche se è una signorina, la nostra insegnante ha superato i cinquant’anni, ha
dato un figlio e due nipoti alla guerra, uno è ancora disperso. A dispetto di questo, ha
sempre il sorriso sulle labbra e dice in continuazione che siamo noi giovani a darle
speranza.
Speranza. A volte, sono speranzosa: penso che la guerra finirà, penso che le cose
non potranno andare peggio di così, ma poi il cielo ricomincia a lasciar cadere le
bombe, sento i rumori degli aerei, le grida della gente e mi rannicchio contro la parete
della cantina quando odo la pioggia di bombe.
Ci sono delle volte in cui penso che rimarremo bloccati lì sotto, com’è successo
alla signora Bach e alla sua famiglia: loro abitavano nel centro, la loro casa è caduta
come se fosse stata costruita con del cartone. La signora Bach, i tre figli e il marito
erano in cantina. Li hanno liberati tre giorni dopo. Nella nostra cantina ci sono dei
materassi vecchi e umidi, un po’ di libri e giornali della mamma, e delle torce.
Spesso però passiamo il tempo senza far niente: i libri e i giornali se ne stanno lì
a prendere la polvere e noi ascoltiamo il rumore delle bombe che cadono.
~
Mangiamo con una piccola candela al centro della tavola, come ogni sera.
Mandiamo giù i Kartoffelpuffer senza dire niente. Un tempo, prima della guerra,
parlavamo durante i pasti, adesso ognuno mangia in gran fretta perché il cibo
scarseggia e non sapremo mai quando sparirà completamente dalle nostre tavole.
– Non finirà mai del tutto – non fa altro che ripetere papà, però mangia in fretta a
sua volta. Appena ha svuotato il piatto, Ralf parla di Hitler. Ne sento parlare così
spesso, ormai, che a volte penso che sia un famigliare, come un vecchio zio che non
ho mai visto di persona perché abita lontano.
Mio fratello maggiore fa parte della Gioventù Hitleriana, così come mio padre fa
parte del partito. La differenza è che Ralf ha scelto volontariamente di unirsi alla
Gioventù Hitleriana mentre papà è stato obbligato a unirsi al partito: ormai, sappiamo
tutti cosa succede a quelli che non lo fanno.
Papà avrebbe potuto perdere il lavoro e, anche se si tratta solo di un umile
mestiere come il calzolaio, abbiamo bisogno dei soldi che guadagna.
Io non faccio parte della Gioventù Hitleriana, non ho mai voluto farlo: ho
litigato spesso con Ralf a questo proposito, lui dice che sono una stupida, come la
maggior parte delle femmine, dice che non capisco che Hitler solleverà le sorti della
Germania, che la sta ripulendo dalla feccia e via dicendo. Prima che si unisse alla
Gioventù Hitleriana, mio fratello era un ragazzetto confuso, esattamente come me.
Adesso capisco che a quegli incontri gli ripetono sino allo sfinimento quello che
sentivo dire a scuola, che rimbalza ancora di bocca in bocca lungo le strade, che
leggo sui giornali, guardo nei film o ascolto alla radio.
Quando abbiamo finito di cenare, mio padre va a dormire e Ralf si chiude in
camera sua. Non so cosa fa quando si rintana nella sua stanza da letto, tutto solo: le
tende nere sono chiuse, e ascolto i rumori della notte mentre lavo le stoviglie.
La mamma siede al tavolo, le mani sul volto. Lo fa sempre quando pensa a
qualcosa che la preoccupa: le tessere annonarie, la frequenza con cui stanno
aumentando i bombardamenti, un conoscente rimasto ferito o ucciso, la gamba di mio
padre, o semplicemente la guerra in generale.
Io ho imparato ad affinare l’udito, a causa dell’oscuramento: sento una voce
provenire da fuori, poi odo dei rumori. Mi volto verso mia madre. Ormai sappiamo
distinguere il boato delle bombe che cominciano a cadere: queste devono essere
ancora lontane, perché il rumore arriva ovattato alle nostre orecchie.
– In cantina! In cantina! – grida Ralf, aprendo la porta di camera. La mamma
corre da papà, spalanca la porta e lo aiuta ad alzarsi dal letto.
Il cuore mi batte all’impazzata nel petto: me ne sto qui, accanto ai piatti che sino
a un secondo fa stavo lavando, poi Ralf mi passa accanto e apre la porta. L’aria calda
della notte entra in casa. Infiliamo in fretta le maschere antigas.
– Prendi un’altra torcia, Seffi! – mi ordina la mamma – e qualcosa da mangiare –
C’è sempre qualcosa da mangiare in cantina, e di solito si tratta di pane, ma
quando cadono le bombe, la mamma mi dice sempre di prenderne ancora. Lo faccio:
salgo in punta di piedi e raggiungo la credenza, prendo del pane, del formaggio e un
po’ di burro, poi seguo la mia famiglia fuori di casa. Come quasi ogni notte, intravedo
le figure dei nostri vicini: non c’è luce nella strada, pertanto i fasci delle nostre torce
tagliano l’oscurità.
Qua fuori il rumore è così assordante che mi accorgo di star picchiettando con i
piedi sul terreno, per incitare Ralf ad aprire la botola della cantina.
Non appena mio fratello ci riesce, scendiamo all’interno e richiudiamo la botola:
papà accende un paio di torce, io mi siedo sul bordo del mio letto.
Ci sono ancora le coperte che abbiamo buttato giù un paio di notti fa. Ho sempre
pensato che, da qua sotto, sia più difficile capire la distanza reale delle bombe: è
come se ogni rumore esterno fosse soffocato.
Restiamo in silenzio, immobili: papà e mamma siedono sul bordo del loro letto,
la mano di mio padre poggiata sul dorso di quella di mia madre, Ralf si passa le mani
fra i capelli, seduto su un vecchio sgabello.
Non possiamo far altro che aspettare.
Aspettare che le bombe smettano di cadere dal cielo, aspettare che colpiscano la
nostra casa, aspettare di sentire il frastuono di un intero edificio che crolla e che ci
seppellisce qua sotto.
In poche parole, semplicemente aspettare.

Fonte: http://www.e-brei.net/uploads/Narrativa/LaMiaAmicaEbrea.pdf External link


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http://www.lulu.com/shop/rebecca-domino/la-mia-amica-ebrea/ebook/product-21416032.html External link

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