Domino Sofia, Quando dal cielo cadevano le stelle


 Sofia Domino, Quando nel cielo cadevano le stelleTitolo: Quando dal cielo cadevano le stelle
Autore: Sofia Domino
Editore: Lulu.com
Prezzo: € 1.99
Pagine: 496 p.
Genere: Romanzo
Sottogenere: Narrativa Storica
Anno di pubblicazione: 2014

Trama:

Lia ha tredici anni. È una ragazzina italiana piena di sogni e di allegria, con l’unica colpa di essere ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale. Dallo scoppio delle leggi razziali la sua vita cambia, e con la sua famiglia è costretta a rifugiarsi in numerosi nascondigli, a sparire dal mondo. Da quel mondo di cui vuole fare disperatamente parte. Passano gli anni, conditi da giornate piene di vicende, di primi amori, di paure e di speranze, come quella più grande, la speranza che presto la guerra finirà. Ma nessuno ha preparato Lia alla rabbia dei nazisti. Il 16 ottobre 1943, la comunità ebraica del ghetto di Roma viene rastrellata dalla Gestapo e i nazisti le ricorderanno che una ragazzina ebrea non ha il diritto di sognare, di sperare, di amare. Di vivere. Lia sarà deportata ad Auschwitz con la sua famiglia, e da quel giorno avrà inizio il suo incubo. Terrore, lavoro, malattie, camere a gas, morti. E determinazione. Quella che Lia non vuole abbandonare. Quella determinazione che vorrà usare per gridare al mondo di non dimenticare. Quella determinazione che brillerà nei suoi occhi quando il freddo sarà troppo pungente, quando la fame sarà lancinante, quando la morte sarà troppo vicina e quando sarà deportata in altri campi di concentramento.
Quella determinazione che le farà amare la vita, e che le ricorderà che anche le ragazzine ebree hanno il diritto di sognare. Perché non esistano mai più le casacche a righe, perché nessuno sia più costretto a vivere in base a un numero tatuato su un braccio o in base a una stella cucita sulla veste.
Perché dal cielo non cadano più le stelle.


 

Biografia (tratta dal blog dell’autrice)

Sono nata nel 1987. In molti mi definiscono giovanissima, e certamente non sono avanti con l’età, ma credo che a 26 anni la mente di una persona sia molto sviluppata.
Sin da quando ero piccola, amavo fantasticare, creavo scenette e scrivevo delle storie. Con il passare del tempo ho cominciato a scrivere dei racconti, prima su quaderni, poi con la macchina per scrivere e adesso con il computer.

Sono arrivata a un punto in cui non riuscirei più a smettere di scrivere. Per alcuni anni, durante le scuole superiori, smisi di scrivere, ma adesso questa è diventata la mia più grande passione. Oltre a viaggiare e a vivere. Oltre a ogni esperienza che è ricca di emozioni e di scoperte.


Quando dal cielo cadevano le stelle
di Sofia Domino

Anteprima del capitolo 1

Roma. Luglio, 1943.
Lia si sentiva sempre più nervosa. La ragazzina era seduta su una vecchia
coperta grigia e aveva lo sguardo fermo sulla madre. Giuditta aveva appena acceso
una candela, e la luce tremolante della fiamma s’infilava nelle crepe del muro.
Erano trascorsi tre anni da quando Lia e la sua famiglia erano andati a vivere in
quella buia cantina, nei pressi del quartiere Trastevere. Il loro non era stato un vero e
proprio trasferimento, poiché d’improvviso erano stati costretti a lasciare la loro casa.
La colpa non era stata dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ma avevano
dovuto nascondersi perché erano ebrei.
Lia si abbracciò le ginocchia, intravedendo alcune ciocche di capelli ricaderle
sulle spalle; aveva i capelli scuri e folti come quelli di suo padre, Daniele, e ne era
sempre stata contenta.
– Sei molto fortunata – le dicevano le sue compagne di scuola – hai dei capelli
meravigliosi… –
– Anche a me piacciono – osservava Lia, stringendosi al petto la cartella piena di
libri.
– Sarai una donna davvero bella! – esclamavano le altre.
– A me non interessa essere una donna bella, io vorrò essere una donna
intelligente –.
A quelle parole le sue compagne solitamente non commentavano niente e
continuavano a camminare in silenzio.
– Giuditta – sussurrò Daniele, interrompendo involontariamente i pensieri di Lia
– perché sei così nervosa? –
Daniele era seduto dietro all’unico tavolo disponibile; un tavolo di legno,
zoppicante, che avevano lasciato al centro della stanza. La cantina era molto piccola e
i signori Parisi avevano aiutato Lia e la sua famiglia ad appendere dei bastoni agli
angoli delle mura: sui bastoni avevano fatto ricadere delle tende, che avevano la
funzione di parete. Dietro a ciascuna tenda, ogni membro della famiglia Urovitz
aveva il suo piccolo angolo di mondo, ma poiché gli angoli erano quattro e loro erano
in sei, alla fine avevano dovuto accontentarsi.
– Chalom dormirà con Tommaso – aveva decretato Daniele tre anni prima,
quando grazie alla famiglia Parisi erano riusciti a trovare quel nascondiglio nella
cantina della loro casa – io dormirò con mia moglie e con mia madre. Lia dormirà da
sola… –
Lia era stata contenta di quella soluzione. Era molto solare e cordiale, e adorava
la sua famiglia, ma sapeva che avrebbe potuto trascorrere mesi, se non anni, in quella
cantina, e quindi avrebbe avuto bisogno d’intimità.
– Ci abitueremo presto a vivere qui dentro – aveva sussurrato Lia una notte di
qualche anno prima, rivolgendosi a Tommaso, suo fratello maggiore.
-­‐ Non sarà la stessa cosa – aveva osservato lui, con aria crucciata – non potremo
più uscire, Lia, più. Non potremo sfogarci correndo, oppure se litigheremo con
mamma o papà non potremo uscire sbattendo la porta. Là fuori c’è la guerra, e se
qualcuno dovesse scoprire che siamo ebrei, allora… –
Tommaso non aveva concluso la frase, ma tutti sapevano che cosa succedeva
agli ebrei nelle altre Nazioni.
La ragazzina tornò con la mente al presente. Daniele stava ancora aspettando
una risposta da parte di sua moglie, mentre il piccolo Chalom, di cinque anni, stava
giocando con sua nonna, Myriam, con un pezzo di stoffa.
– Lo sai qual è la mia più grande paura – disse Giuditta, guardando il marito
negli occhi.
– Che qualche famiglia cristiana chieda ai Parisi di venire a vivere qua – rispose
Daniele, con un filo di voce.
– Potrebbe succedere! – sostenne Giuditta, posando la candela sul ripiano del
tavolo – lo sai benissimo. A causa dello scoppio della guerra molti cittadini di
campagna stanno trovando rifugio in città, e Flavio lo ripete sempre… se qualche
famiglia dovesse chiedere aiuto a lui o a sua moglie, sarà un problema. Se qualcun’
altro dovesse sapere che noi siamo nascosti qua dentro… –
Lia spostò la sua attenzione su suo padre, ma lui non commentò niente.
La ragazzina sospirò, ritrovandosi a guardare la fiamma della candela che si
muoveva sinuosamente, creando delle ombre sul pavimento polveroso. Sapeva che
sua madre aveva ragione; sfortunatamente con lo scoppio della guerra troppe persone
perdevano le loro case e dovevano fuggire da quelle macerie. Sconvolte, si
dirigevano verso le città e chiedevano aiuto ai vari abitanti.
La famiglia Parisi, composta da Flavio e Ludovica – due coniugi cristiani -, però
sarebbe stata costretta a non aiutare quelle persone innocenti, le quali altrimenti
avrebbero scoperto che la cantina era il nascondiglio di una famiglia ebrea… ma
perché? Lia si alzò dalla coperta, cercando di sgranchirsi le gambe. Le facevano
male i muscoli, giacché stava seduta per ore e ore, così rimase in piedi vicino alla
tenda che divideva la sua camera dal resto della stanza. Le sarebbe tanto piaciuto se
qualcun’altro fosse andato a vivere in quella cantina. Non augurava quella sorte a
nessuno, e sapeva che abitando con altre persone il cibo sarebbe diminuito, ma da un
lato sapeva che l’arrivo di una nuova, eventuale famiglia, avrebbe portato un’aria di
novità.
– Nessuno vorrebbe trovare rifugio con degli ebrei! – le avrebbe però ricordato
sua madre con acidità.
– Lia! –
La ragazzina si riscosse dai suoi pensieri e notò che sua nonna l’aveva appena
chiamata. Myriam aveva settant’anni e lunghi capelli grigi le ricadevano sulle spalle.
Il suo volto era rugoso ed espressivo e i suoi occhi, dolci, sembravano sempre
brillare, come quelli di Lia. Come ogni membro della famiglia Urovitz, Myriam
aveva il naso allungato, le labbra fini e le orecchie grandi.
– Tu sei ebrea Lia, vero? – le aveva domandato una bambina durante un giorno
scolastico nel 1937.
– Sì, come fai a saperlo? –
– Sei diversa da noi – aveva risposto l’altra, scostandosi dagli occhi una ciocca
di capelli biondi. E quella bambina aveva avuto ragione; i lineamenti del volto degli
Urovitz, così come quelli di altri ebrei, erano il loro inconfondibile marchio.
Lia andò a sedersi vicina alla nonna.
– Bambina – l’accolse Myriam – mi sembri pensierosa… –
– Stavo ascoltando i discorsi di mamma e papà… –
Myriam soffocò una smorfia;
– I tuoi genitori sono molto nervosi, non ascoltarli sempre. Se ogni giorno
ascoltassimo le lamentele degli altri, allora impazziremmo –.
Lia abbozzò un sorriso, poi tornò a guardare davanti a sé; suo padre stava
leggendo un giornale mentre sua madre stava sbucciando alcune patate polverose.
Tommaso, invece, era nascosto dietro la sua tenda.
La cantina era buia e claustrofobica, e delle volte a Lia sembrava di essere stata
separata dal resto del mondo e, forse, era davvero così. Da quando lei e la sua
famiglia erano stati obbligati a trovare un nascondiglio, nessuno di loro era più uscito.
Fuori c’era la guerra, ma Lia avrebbe dato qualsiasi cosa per affacciarsi anche
per un solo istante dalla botola d’accesso e sentire i raggi del sole sul suo viso.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per rivedere Roma, per correre nel ghetto ebraico, dove
era nata e cresciuta, per perdere lo sguardo nell’azzurro del cielo e per aspettare
l’arrivo della notte.
Da quanto tempo non vedeva le stelle brillare? Da quanto tempo non ammirava
il tramonto accendere il cielo? Da quanto tempo, semplicemente, non parlava ad alta
voce, non rideva, non faceva degli scherzi,non correva… non viveva?
La ragazzina si abbracciò nuovamente le ginocchia. Quella vita in clandestinità
andava avanti da troppo tempo. Nel 1940, quando gentilmente la famiglia Parisi si era
offerta di nascondere gli Urovitz nella loro cantina, Lia e Tommaso avevano creduto
che quella nuova sistemazione sarebbe andata avanti per poco, invece… tre anni. Lia
era entrata in quella cantina a dieci anni e adesso ne aveva tredici. A quel tempo
Chalom aveva da poco cominciato a camminare, mentre Tommaso aveva cominciato
a nascondersi all’attuale età di Lia…
Probabilmente Chalom non avrebbe neanche saputo descrivere il sole.
– Mi piace giocare! – esclamò improvvisamente il bambino, poi scoppiò a ridere
lanciando in aria il pezzo di stoffa. Fuori Chalom avrebbe giocato a palla, a
battimuro, a tingolo, a mazza e pirolo, a salta montone oppure a campana, ma adesso
doveva accontentarsi di quel poco che aveva.
– Non fare rumore, Chalom! – sussurrò sua madre, in un sussurro – se da fuori
qualcuno dovesse sentirci, allora potrebbe venire a curiosare –.
– Perché? – chiese Chalom, confuso.
– Perché… perché le persone sono molto curiose – intervenne Lia.
– Vorrebbero giocare con noi? –
La ragazzina si strinse nelle spalle. Non voleva smorzare l’entusiasmo del suo
fratellino, ma non voleva neanche mentirgli;
– Forse. Forse qualcuno di loro vorrebbe giocare con noi –.
Myriam sorrise alla nipote e Chalom tornò a giocare.
– Forse qualcuno vorrebbe giocare con noi… – ripeté tra sé e sé Giuditta,
abbozzando un sorriso nervoso – che eresia. Se qualcuno scoprisse che siamo
nascosti qui, ci farebbe dimenticare i giochi… –
– Soltanto Flavio e Ludovica sanno che siamo nascosti qui – le ricordò il marito,
alzando lo sguardo dal giornale che stava leggendo.
– Anche Edda e Sabino lo sanno – precisò Lia.
– Certo che sì – commentò Daniele, con orgoglio; Sabino De Rosa era il suo più
grande amico. Il signor De Rosa era cristiano, così come sua moglie, e a sua volta,
esattamente come stava facendo la famiglia Parisi, aveva deciso di correre il rischio
di nascondere degli ebrei. Sabino aveva trovato per loro un nascondiglio perfetto,
nello sgabuzzino sul retro della sua casa, e aveva raccontato alla famiglia Urovitz che
al momento stava nascondendo sei famiglie. Di tanto in tanto Edda e Sabino
andavano a trovare Daniele e gli altri in cantina, cercando di portar loro delle notizie
dal mondo esterno, e solitamente andavano a trovarli di sera, quando il buio era
calato e quando i più curiosi non potevano vedere bene i vari movimenti.
– Non dobbiamo dimenticarci che anche Mea sa del nostro nascondiglio –
sussurrò Myriam in un secondo momento.
Lia si voltò verso sua nonna, che aveva parlato con un filo di voce per non farsi
sentire da Tommaso. Lui era innamorato di Mea e le mancava molto, poiché potevano
vedersi poco. La ragazza aveva quindici anni e, dato che non era ebrea, non aveva
avuto bisogno di nascondersi. Tommaso e Mea si erano fidanzati prima del 1940 e
adesso, dopo ben tre anni, non avevano sciolto il loro legame. Di tanto in tanto Mea,
suo fratello Davino e i loro genitori, Ottaviano e Verdiana, andavano a loro volta a far
visita agli Urovitz, e Lia adorava quei momenti.
Mea era una ragazza molto dolce, e se Davino era un tipo taciturno, a lei invece
piaceva conversare. Spesso si rifugiava con Tommaso dietro la tenda della sua
camera, ma delle volte si sedeva a tavola e raccontava numerosi avvenimenti.
La guerra la spaventava, così come le notizie sui vari bombardamenti e la paura
che le tessere annonarie non sarebbero più bastate per tutta la popolazione – visti i
drastici cambiamenti che erano avvenuti dal 1939, quando la guerra era scoppiata -,
ma spesso Mea si ritrovava a parlare d’altro e Lia l’ascoltava con attenzione,
specialmente quando conversava di cucina e di dolci.
Solitamente Lia e la sua famiglia mangiavano della zuppa, dei cetrioli, delle
patate, delle cime di rapa e del pane. Ma anche il pane stava diminuendo. Le loro
tessere annonarie non erano quasi più valide, e anche per i Parisi trovare qualcosa da
mettere sotto i denti stava diventando molto difficile. Ecco perché Lia adorava
quando Mea parlava dei vari dolcetti.
Il modo in cui la ragazza descriveva il velo di zucchero che cadeva sulle torte
era perfetto.
Lia sussultò quando sentì un rumore sordo provenire dalla strada. Alzò lo
sguardo al soffitto, immaginando Roma oltre il muro;
– Che cosa è stato? – domandò Chalom, smettendo di giocare.
– Stt… fai silenzio tesoro – sussurrò Myriam, al suo fianco.
Lia non riuscì a distogliere lo sguardo dal soffitto. Che cos’era stato quel
rumore? Possibile che sua madre avesse ragione? Possibile che qualcuno prima o
poi si sarebbe accorto del loro nascondiglio?
Possibile che quel giorno fosse arrivato?
Era il luglio 1938 quando, tornando felicemente a casa da scuola, Lia era corsa
da suo padre e da sua madre.
Le piaceva studiare e forse sarebbe potuta arrivare fino alla quinta.
Quella mattina la bambina aveva appreso nuove nozioni e assieme ai suoi
genitori voleva approfondire i vari argomenti che aveva studiato.
– Mamma, papà – aveva esclamato Lia – adoro la scuola! –
Solitamente sua madre le avrebbe sorriso e suo padre le avrebbe chiesto
qualcosa in merito, ma quando quel giorno Lia era tornata a casa aveva subito
respirato un’aria tesa.
Avvicinandosi a suo padre, seduto su una sedia, lo aveva visto con le mani tra i
capelli.
– Papà – aveva esclamato Lia, terrorizzata – ti senti male? –
– No, sto… sto bene –.
Lei gli aveva sorriso, felice, poi gli aveva chiesto quello che tanto le premeva.
– Oggi pomeriggio potrò andare in biblioteca? –
Gli occhi di Daniele si erano riempiti di lacrime e la figlia si era pentita di aver
fatto quella domanda.
Eppure non riusciva a capire la reazione di suo padre, capitava spesso che lui
l’accompagnasse alla biblioteca…
– Non potrai andarci – aveva sussurrato Daniele.
– Potrò andarci domani? – aveva chiesto allora Lia, speranzosa.
In quello stesso istante anche Giuditta e Tommaso si erano avvicinati,
camminando con passi felpati. Lia aveva notato le stesse espressioni tristi sui loro
volti, così, colta da un’improvvisa ispirazione, aveva azzardato:
– Hanno chiuso la biblioteca? –
Per un istante nessuno aveva aperto bocca, poi Daniele aveva scosso la testa, si
era incupito ancora di più e in un mormorio aveva spiegato alla figlia:
– Sono entrate in vigore le leggi razziali –.
Lia aveva corrugato la fronte.
Daniele aveva guardato la moglie, poi aveva detto:
– Sto parlando del Manifesto della razza1, pubblicato questa mattina sul Giornale
d’Italia –.
Lia si era chiesta che cosa avesse esattamente pubblicato il Giornale d’Italia quel
15 luglio.
– E’ stata fissata la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza
– le aveva spiegato il padre, alzando un dito per ogni cosa che aveva elencato – le
razze umane esistono. Esistono grandi razze e piccole razze. Il concetto di razza è
puramente biologico. Esiste ormai una pura razza italiana. È tempo che gli italiani si
proclamino francamente razzisti e… –
Lia aveva notato gli occhi di suo padre diventare ancora più grandi, poi aveva
terminato quella lista.
– Gli ebrei non appartengono a quella razza –.
Improvvisamente la bambina aveva sentito la paura travolgerla.
– Che cosa… che cosa significa? –
La risposta, però, era arrivata col passare del tempo; i cartelli di divieto per gli
ebrei erano aumentati e nel giro di pochi giorni non avevano più potuto:
* Continuare a lavorare;
* Servirsi di collaboratori domestici di razza ariana;
* Frequentare luoghi di villeggiatura d’importanza strategica;
* Essere portieri in case abitate da ariani;
* Esercitare il commercio ambulante (solo a Roma gli ambulanti che dovettero
riconsegnare le loro licenze furono 800);
* Gestire agenzie di affari, agenzie di libretti ed esercizi di fotografia;
* Essere mediatori, piazzisti e commissionari;
* Eseguire il commercio di libri, vendite di oggetti usati e articoli per bambini;
* Gestire scuole di ballo e noleggiare film;
* Accedere a biblioteche pubbliche…2
La vita per gli ebrei era notevolmente cambiata. Daniele aveva perduto il lavoro
come agente di commercio ed era riuscito a trovare un incarico come dattilografo per
corrispondenza.
Nell’ottobre del 1938, Tommaso aveva accusato dei problemi alla vista, così per
circa una settimana era dovuto andare a piedi da casa sua all’oculista.
Partiva da casa alle 17.00 e rientrava alle 21.00, solo perché non poteva più
utilizzare i mezzi di trasporto.
Lia aveva trovato tutto quello ingiusto, ma non aveva mai smesso di sperare che
tutto sarebbe tornato normale.
La ragazzina sapeva che la vita era meravigliosa, e sicuramente avrebbe
ritrovato il suo cammino. Nel 1939 però era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e
nel febbraio del 1940 Mussolini aveva ordinato l’espulsione degli ebrei nei successivi
dieci anni.
Molti ebrei si erano sentiti costretti a lasciare l’Italia, alcuni avevano scelto di
non cambiare le loro abitudini, mentre altri, come gli Urovitz, avevano deciso di
nascondersi nel loro Paese.
Solo per un istante Daniele aveva proposto di lasciare l’Italia e di trovare rifugio
in Svizzera, ma la salute di Myriam giorno dopo giorno era diventata sempre più
cagionevole e per l’anziana donna sarebbe stato estenuante affrontare un viaggio
tanto lungo e rischioso.
Alla fine gli Urovitz erano rimasti a Roma e Daniele aveva trovato quel
nascondiglio dalla famiglia Parisi. Lia e gli altri avevano dovuto lasciare la loro casa
e prendere soltanto lo stretto necessario: dei vestiti, alcuni quaderni, dei libri, dei
soldi, dei gioielli, delle coperte, delle candele, la macchina per scrivere, degli specchi
e delle scarpe.
Quando era arrivato il giorno di andarsene, Lia non aveva quasi più riconosciuto
la sua stanza; era così spoglia che degli estranei, probabilmente, avrebbero creduto
che la casa fosse stata abbandonata per sempre.
– Gli altri potranno credere quello che vorranno – aveva detto Daniele, il giorno
del loro trasferimento – in pochi dovranno sapere che abbiamo trovato rifugio nella
cantina dei Parisi. Sapete che Mussolini vuole eliminare tutti gli ebrei! –
I Parisi rischiavano molto: coloro che erano scoperti ad aiutare gli ebrei
venivano severamente puniti.
– Noi vogliamo aiutarvi – aveva però sostenuto Franco, e Lia gli era sempre stata
molto grata.
Gli eroi della guerra, infatti, erano anche tutte quelle persone che avevano deciso
di rischiare per nascondere delle famiglie di ebrei.

 

Fonte: http://www.e-brei.net/uploads/Narrativa/QuandoDalCieloCadevanoLeStelle.pdf External link


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http://www.lulu.com/shop/sofia-domino/quando-dal-cielo-cadevano-le-
stelle/ebook/product-21416037.html External link


Note:

1 Il Manifesto della razza fu redatto da cinque cattedratici; Arturo Donaggio, Franco Savorgnan, Edoardo Zavaratti, Nicola Pende e Sabato Visco.
2 La lista include molti più divieti. Inoltre furono sostituiti i nomi ebraici di vie, luoghi e moli marittimi e furono rimosse le lapidi che ricordavano cittadini ebrei.

 

WWW.E-BREI.NET

 

 

http://moniaiori-thesecretdoor.blogspot.it/2014/01/la-mia-amica-ebrea-e-quando-dal-cielo.html

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