Nono Luigi, Sul ponte di Hiroshima


Doves fly around the Atomic Bomb Dome at the Peace Memorial Park after their release during the memorial ceremony in Hiroshima, on August 6. The western Japanese city marked its 64th anniversary of the atomic bombing. AFP/ Getty Images / Kazuhiro Nogi  Read more here: http://blogs.sacbee.com/photos/2009/08/hiroshima-64th-anniversary-of.html#storylink=cpy

Hiroshima Memoriale della pace.

6 agosto 1945.  Esplode l’ordigno atomico “Little Boy” sganciato da Enola Gay, il bombardiere dell’Aeronautica Statunitense, sulla città giapponese di Hiroshima. Un immenso scoppio, una deflagrazione, una grande luce che provoca il “buio”. Sembra un paradosso, la conseguenza dell’apparire della luce è il buio. Invece a Hiroshima è la realtà. L’uomo è capace anche di questo: di uccidere centinaia di migliaia di esseri umani indifesi in pochi attimi. Sembra il contr’altare alle parole con le quali si apre la Bibbia dove nel libro della Genesi 1 si legge:

2 La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre

A differenza di quanto leggiamo nel testo sacro ebraico-cristiano, non si crea nulla di buono, bello e giusto ma si porta distruzione, annientamento, anti-vita. La luce non è foriera di una  creazione ma di un annichilimento. E’ una negazione. E’ l’esplosione del male. Hiroshima ritorna informe, deserta: tenebra. Nasce spontanea una domanda: e lo Spirito di Dio? Aleggia ancora?

Mi ponevo queste riflessioni mentre ascoltavo “Canti di vita e d’amore” di Luigi Nono che un amico musicologo, Alessandro Lattanzi, mi ha suggerito e fatto conoscere. Il primo si intitola “Sul ponte di Hiroshima” (testo da “Der Mann auf der Brücke: Tagebuch aus Hiroshima und Nagasaki” di Günther AndersExternal link). Lo stesso Luigi Nono in alcuni sui taccuini, a proposito di questi componimenti, annotava:

“Intolleranza 1960 è il destarsi della coscienza di un uomo, che, ribellatosi a una costrizione del bisogno – emigrante minatore –, ricerca una ragione un fondamento umano di vita, per cui “all’uomo un aiuto sia l’uomo” (Brecht).
Questa tematica si sviluppa in Sul ponte di Hiroshima – Canti di vita e d’amore, composti nella primavera del ’62, su commissione del Festival di Edinburgo, come possibilità dell’amore nella coscienza della realtà di oggi (“no more Hiroshima” – la lotta antifascista e anticolonialista in due episodi, Spagna e Algeria) come risultante necessaria nella lotta per la vita di oggi.

“Possibilità dell’amore nella coscienza della realtà di oggi”. Più che una speranza e un progetto sembra una sfida, un paradosso un’assurdità. Davanti all’atlante geopolitico del mondo in cui viviamo, sperare in un amore che sia più forte dell’odio e della distruzione, delle divisioni etniche, della barbarie, della violenza della guerra, di quel lento genocidio che è l’accaparrarsi delle risorse del pianeta a vantaggio di pochi richiede una grande forza. “All’uomo un aiuto sia l’uomo” (Brecht) è davvero l’unico sentiero in cui inoltrarsi per ritrovare quella bontà e bellezza della creazione donata a ogni uomo che vive sulla faccia della terra. E’ anche, credo, il punto di incontro che unisce tutti gli uomini senza distinzioni di credo e/o convinzioni politiche.


I testi

I
Sul Ponte di Hiroshima [“Essere o non essere Diario di Hiroshima e Nagasaki” von Günther Anders]

soprano e tenore – orchestra

Essi
non devono giacere
e basta.
la loro
non è una morte abituale
ma
un monito,
un avvertimento.

orchestra
su un ponte di Hiroshima
un uomo
pizzica le corde di uno strumento
e canta.
dove vi aspettate di trovare il volto,
non troverete un volto,
ma una cortina:
perché non ha più volto.
dove vi aspettate di trovare la mano,
non troverete una mano,
ma un artigilio d’acciaio:
perché non ha più mano.
finché non avremo esorcizzato il pericolo,
che alla sua prima manifestazione
portò via 200.000 uomini,
quell’automa
sarà su quel ponto
e
canterà la sua canzone.
sarà su tutti i ponti
che conducono al nostro futuro comune
come atto di accusa
come messaggero.
facciamo quanto occorre
per potergli dire:
non sei più necessario;
puoi lasciare il tuo posto.

II
Djamila Boupachà [Canto di J. L. Pacheco “Esta Noche”]

soprano solo

Quitadme de los ojos
esta niebla de siglos.
Quiero mirar las cosas
como un niño.

Es triste amanecer
y ver todo lo mismo.
Esta noche de sangre,
este fango infinito.

Ha de venir un día,
distinto.
Ha de venir la luz,
creedme lo que os digo.

III
Tu [Canto di Cesare Pavese “Passerò per Piazza di Spagna”]

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
[I fiori spruzzati
di colore alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite.] Le scale
le terraze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane—
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
[Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina.] S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu—ferma e chiara.


 

La musica

 

Canti, I (“Sul ponte di Hiroshima”) e II (“Djamila Boupacha”)

Canti, III (“Tu”)


 

Approfondimenti

 

Ringrazio il musicologo Alessandro Lattanzi per avermi segnalato e fatto conoscere quest’opera

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