Eisner Will, Fagin l’ebreo


Autore:Will Eisner

Fagin l'ebreo

Fagin l’ebreo

Titolo: Fagin l’ebreo
Edizione: Fandango, Roma, 2008 , pag. 128, ill., cop.fle., dim. 16,8x24x1 cm , Isbn 978-88-6044-097-6
Originale: Fagin the Jew [2003]
Traduttore: Andrea Plazzi
Lettore: Renato di Stefano, 2008
Classe: fumetti

Dalla prefazione:

Nel giugno del 1940 iniziai una serie a fumetti destinata a un inserto per i quotidiani: il titolo era The Spirit, il protagonista un giustiziere mascherato. Tra i personaggi, nel ruolo di spalla umoristica, c’era Ebony, un giovane afroamericano. Niente di innovativo: Jack Benny aveva Rochester, nel cinema c’era Stepin Fetchit e alla radio Amos e Andy. Si trattava di stereotipi caricaturali all’epoca normalmente accettati: in quel periodo della storia culturale degli Stati Uniti, l’uso scorretto della lingua inglese su base etnica costituiva una forma in voga di umorismo. Ebony parlava come un “Negro”, il suo umorismo delicato e pieno di calore controbilanciava l’efferatezza delle trame criminali. Volevo raggiungere molti lettori ed ero convinto che potesse funzionare.

Nel 1945, dopo alcuni anni di interruzione a causa del servizio militare, tornai a lavorare alla serie. Avevo una maggiore consapevolezza delle implicazioni sociali degli stereotipi razziali e cominciai ad approfondire maggiormente la figura di Ebony. Come spesso accade agli autori di fumetti, mi affezionai molto al personaggio e cercai di renderlo il più possibile vicino alla realtà, proprio come io lo immaginavo. Il movimento per i diritti civili andava aumentando la sua importanza e questo mi portò a introdurre un detective di colore dall’eloquio più che corretto, e a trattare con maggiore sensibilità l’assistente del mio eroe.

Un giorno ricevetti una lettera da un vecchio compagno di classe del liceo che, divenuto attivista per i diritti civili, mi rimproverava per avere abbandonato le comuni posizioni liberal di un tempo. Lo stesso giorno mi arrivò anche una lettera dal direttore di un quotidiano afroamericano di Baltimora, che mi lodava per “l’eccellente rappresentazione” di Ebony nelle mie strisce. Quelle lettere mi aprirono gli occhi sul fatto che, pur scrivendo e disegnando storie pensate per l’intrattenimento, attraverso l’immagine stereotipata che avevo creato alimentavo un pregiudizio razziale. Alla costante ricerca della diversità etnica, sostituii Ebony con un ragazzo eschimese e, in seguito, con Sammy, un ragazzo bianco. La serie si concluse nel 1952, la mia attività proseguì con i fumetti didattici e non mi resi mai conto di come la mia rappresentazione di Ebony — vista in prospettiva storica fosse in conflitto con la rabbia che avvertivo nei confronti dell’antisemitismo nell’arte e nella letteratura.

Se da un lato non ho mai provato nessun senso di colpa per avere creato Ebony, dall’altro, nel corso degli anni, tenendo corsi di fumetto, divenni sempre più consapevole del problema perché le mie lezioni non potevano non affrontare il problema degli stereotipi. Giunsi così alla conclusione che esistevano stereotipi “buoni” e stereotipi “cattivi”; e che la discriminante fosse determinata dall’intenzione. Lo stereotipo è uno strumento essenziale del linguaggio della narrazione per immagini ed è compito dell’autore riconoscerne l’impatto sul giudizio sociale. Nell’America del XXI secolo ci opponiamo alla “classificazione razziale” e chi ritrae gli altri facendo uso di immagini deve porsi il problema degli stereotipi scorretti.

È con questi precedenti e con questa consapevolezza dell’influenza delle immagini sulla cultura popolare che iniziai a realizzare romanzi a fumetti che affrontavano i temi della cultura ebraica e del pregiudizio con cui ancora gli ebrei si ritrovano a fare i conti. Alcuni anni fa, mentre consideravo possibili adattamenti grafici di racconti popolari e di classici della letteratura, mi resi conto dell’origine degli stereotipi etnici più comuni. Le illustrazioni che accompagnavano le prime edizioni originali di Oliver Twist erano un esempio di “diffamazione per immagini” in un classico della letteratura. Il ricordo dell’uso terrificante che i nazisti ne fecero cento anni dopo, durante la Seconda guerra mondiale, confermava la capacita di persistenza degli stereotipi negativi. Oppormi a questo stato di cose divenne un pensiero ossessivo per me e decisi così di dedicarmi a un ritratto più fedele di Fagin External link, raccontando la sua vita nell’unico modo in cui ne sarei stato capace.

Questo libro, dunque, non è un adattamento di Oliver Twist. È la storia di Fagin l’ebreo.

Will Eisner External link, Florida, 2003

 


 

Approfondimenti

Rispondi