Francesco d’Assisi, l’Islam e Maulānā Rūmī


Propongo questo articolo a firma di Maurizio Sabbadini sul misterioso  incontro ecumenico fra il santo italiano, fondatore della più grande confraternita monastica cristiana e il sultano d’Egitto Malik al-Kamil.
Interessanti i parallellismi che l’autore mostra tra S.Francesco d’Assisi (1182-1226) e il poeta mistico persiano Maulānā Jalāl ad-Dīn Muḥammad Balkhī Rūmī (1207-1273), fondatore della confraternita sufi dei “dervisci rotanti  “.

Ho integrato il testo originale con links, immagini e citazioni dalle fonti francescane.


Nella vita assai breve, dal 1182 [circa] all’ottobre del 1226, [soli 44 anni], del Santo italiano per antonomasia, San Francesco d’Assisi, v’è un episodio che mi ha sempre molto colpito: quello del suo viaggio in Oriente in occasione della quinta Crociata e del suo incontro con il Sultano, o “Soldano” per dirla come nelle cronache del  1200. Così [si esprimeva] anche Dante nella Divina Commedia, Inferno.

Occorre dire subito che una biografia realistica e precisa della vita di San Francesco non è potuta arrivare fino a noi: essendo egli stato oggetto da subito, all’indomani della sua morte, di studi, imitazioni, illuminazioni, fonte d’ispirazioni e quant’altro, questo ha fatto sì che la narrazione biografica sia stata inevitabilmente pregiudicata dall’intenzione “politica” degli autori.

Del suo viaggio e soprattutto dell’incontro con il Sultano vi sono quindi molte versioni.

Si sa per certo che il viaggio iniziò da Ancona nell’estate del 1219. Ma quali furono le vere ragioni di un viaggio così impegnativo? Al di là di poco attendibili riletture che cercarono addirittura di far passare S.Francesco per un sostenitore delle crociate o, per lo meno, che il santo le potesse avvallare in qualche modo, ritengo che siano da privilegiare le ragioni di pace che si ispirano alla famosa prima Regola, del 1210, che tra l’altro raccomandava alla comunità dei fratelli:

“quando i frati vanno per il mondo, non portino nulla per il cammino, ne’ sacco ne’ borsa ne’ pane ne’ bastone. E in qualunque casa entreranno, dicano per prima cosa: pace a questa casa…”. (Regola non bollata, XIV)

Come avrebbe potuto Francesco accettare che i Crociati si chiamassero Miles Christi (soldati di Cristo), e che uccidessero nel nome di Cristo stesso? Egli che predicava “beati i pacifici”, e aveva scritto ai suoi compagni

“se qualcuno non vuole o non può amare il suo prossimo come se stesso, almeno non gli faccia del male”.

Le fonti storiche ricordano come Francesco si sia recato più volte dinnanzi ai pontefici del suo tempo per predicare la pace, e per chiedere il loro consenso ai suoi progetti di missione apostolica pacifica presso i saraceni.

Fu dunque così che, nel momento più cruciale della Quinta Crociata, bandita dal Concilio Lateranense [IV], Francesco decise di partire con un gruppo di dodici compagni, tra cui Fra’ Illuminato, per il Campo dei Crociati, attendati nei pressi di Damietta, in Egitto. Vi si recò, come scrisse san Bonaventura,

“con la ferma intenzione di presentarsi al Sultano d’Egitto.”.

Federico II di Svevia (sinistra) incontra al-Malik al-Kāmil (destra).

Federico II di Svevia (sinistra) incontra al-Malik al-Kāmil (destra).

Il Sultano d’Egitto era Malik al-Kamil, “il sovrano perfetto” (1180 – 1238), re saggio e dotto, qualche storico asserisce che fosse un Sufi. Proprio con lui Federico II di Svevia, altro sovrano illuminato,  (rifiutò al Papa Gregorio IX per tutto il suo regno di partecipare alle crociate e per questo fu scomunicato) stipulerà dieci anni dopo, nel 1229, un trattato per il recupero pacifico dei Luoghi Santi di Gerusalemme. Giunti nel campo dei crociati, racconta Tommaso da Celano, Francesco e i cuoi compagni predicarono contro le Crociate. Sembra infatti che, nelle sue prediche, Francesco sostenesse la necessità di procedere a trattative di pace, suscitando l’ira del bellicoso delegato pontifico Pelagio Galvan, che rifiutò la proposta di trattativa di Malik al-Kamil, spingendo i Crociati ad una guerra che si concluderà poi con la disfatta totale ponendo le basi per la fine dell’era delle Crociate.

A questo punto, dai testi di Ernoul, di San Bonaventura, di Tommaso da Celano e di Jacques de Vitry emergono due diverse realtà, una più storica e l’altra più da leggenda agiografica.

Quest’ultima parla addirittura di una “ordalia” (dipinta anche da Giotto in Assisi) con la quale S.Francesco  avrebbe dimostrato la veridicità della sua religione (indi la falsità dell’Islam) e di una successiva conversione del Sultano. Lascio ad ognuno ritenere quanto di vero possa esserci in questa versione.

Quali sono i fatti storici? E’ certo che Malik al- Kamil ricevette Francesco d’Assisi e Fra’ Illuminato, e li ospitò con magnanimità per un certo numero di giorni.

“Il Soldano – racconta san Bonaventura che raccolse i ricordi di Fra’ Illuminato -, volentieri ascoltava Francesco.  Anzi lo invitò pure, con una certa insistenza, a rimanere con lui (…)”.

Lo invitò anche ad incontrare teologi e saggi musulmani per un dibattito sulle due religioni.

Sappiamo da uno studio di Luis Massignon che uno di questi saggi era Fakhr al-Din al-Färisi, grande figura di mistico musulmano che, è scritto in fonti arabe, “fu consultato dal sultano per l’affare del famoso monaco”. Luis Massignon (1883-1962) fu un orientalista e teologo francese che visse a lungo tra i musulmani e fu autore di una celebre opera sul mistico musulmano Manṣūr al-Ḥallāj. Questi ispirò l’opera di un altro grande studioso italiano, il frate francescano Giulio Basetti Sani di Firenze (1912 – 2001), che studiò a fondo l’Islam, al punto che i fratelli francescani lo chiamavano scherzosamente “Maometto”, e che scrisse tra gli altri il libro “L’ Islam e Francesco d’Assisi”.

Secondo questi studiosi appariva evidente che S.Francesco  fu ispirato dal movimento Sufi del tempo. Perché affermano ciò?

Martirio dei frati francescani a Ceuta - Tadeo Gaddo - Firenze - Galleria dell'Accademia

Martirio dei frati francescani a Ceuta – Tadeo Gaddo – Firenze – Galleria dell’Accademia

Torniamo alla sua visita al Sultano. Com’è possibile che uno sconosciuto chierico (non dimentichiamo che allora, quello che fu poi dichiarato Santo da Papa Gregorio IX nel 1228, due anni dopo la morte, non era così famoso nemmeno in Italia) riuscisse ad arrivare al Sultano, ad ottenere quello che nessun cristiano aveva ottenuto fino ad allora, in piena guerra, e persino senza l’appoggio dei cristiani e Crociati stessi? A ciò si aggiunga che i religiosi che tentarono ancora l’impresa dopo di lui finirono subito con la testa mozzata: i primi furono proprio 5 frati francescani nel 1220, i primi martiri dell’Ordine. Seguì una lunga serie di insuccessi e dialoghi infruttuosi.

In base alle fonti storiche si può affermare che il tenore dei rapporti tra le comunità cristiana e musulmana del tempo non permetteva alcuna apertura di dialogo. Il panorama era alquanto sconfortante: da parte cristiana, permeato dal clima delle crociate, il punto di vista era esplicitato nelle encicliche papali in cui si leggeva lo sprezzo per i cosiddetti infedeli. D’altra parte nemmeno lo schieramento musulmano presentava possibilità di apertura: il mondo arabo si presentava chiuso su se stesso, indifferente al diverso che veniva etichettato come inferiore e imperfetto. Possiamo quindi affermare con certezza che il clima non era certo adatto ad un tentativo di dialogo interreligioso. Ciò nonostante Francesco riuscì. Pagò un prezzo piuttosto duro, rimase in terra Santa almeno un anno, e sicuramente i patimenti e le difficoltà del lungo viaggio concomitarono alla sua prematura morte avvenuta non molto tempo dopo, ma riuscì in una missione impossibile per il tempo.

Come poté egli essere in qualche modo riconosciuto, considerato degno di incontrare il Sultano e di dialogare coi massimi saggi del Sufismo del tempo? La risposta non può che collegarsi ad una sua affinità con [la spiritualità mistica del]l’Islam.

Jalāl al-Dīn Rūmī, anche conosciuto come Jalāl ad-Dīn Muḥammad Rūmī, conosciuto come Mevlānā in Turchia e come Mawlānā in Iran e Afghanistan è stato un ʿālim, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico di origine persiana.

Jalāl al-Dīn Rūmī, anche conosciuto come Jalāl ad-Dīn Muḥammad Rūmī, conosciuto come Mevlānā in Turchia e come Mawlānā in Iran e Afghanistan è stato un ʿālim, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico di origine persiana.

Introduciamo a questo punto la celebre figura di Maulānā Rūmī, maestro Sufi definito “il San Francesco dell’Islam”: Maulānā Gialāl al-Dīn Rūmī  nacque il 30 setttembre 1207 a Balkh, nella regione del Khorasan, oggi Afghanistan. La città, importante tappa lungo la Via della Seta, rappresentava il crocevia dove confluivano uomini e culture diverse, in una zona a cavallo tra il mondo persiano, quello turco, cinese e indiano. Il carattere cosmopolita della città, insieme alla figura del padre, un ortodosso dottore della legge islamica, contribuirono a forgiare la personalità di Rūmī. Durante l’invasione mongola, il padre decise di abbandonare la città con la famiglia e i discepoli. Al termine di un lungo viaggio giunse a Konya, in Anatolia e qui trascorse il resto della sua vita fino alla morte nel 1273. Rumi significa “il Romano”, di lì la possibilità che sia stato anche in Italia. Pur trovando tracce storiche di una visita di Rumi a Damietta nel 1216, dunque a 9 anni di età, e 3 anni prima di Francesco, appare difficile pensare che una così giovane figura abbia potuto influenzare il Santo italiano che nacque 25 anni prima.  Maulānā Rūmī ebbe  il suo Maestro in Shams-i-Tabriz (letteralmente il Sole di Tabriz, nota città iraniana) di cui si conosce molto poco. Rumi incontrò Shams-i-Tabriz che aveva 37 anni (1244). Shams-i-Tabriz morì in un tumulto popolare nel 1247.

Alī ibn Muhammad ibn al-ʿArabī

Alī ibn Muhammad ibn al-ʿArabī

Maulānā Rūmī conobbe a Damasco anche un altro personaggio importante: Alī ibn Muhammad ibn al-ʿArabī (Murcia 1165-Damasco 1240) conosciuto in Occidente come Doctor Maximus uno dei più grandi mistici arabi, teorizzatore della wahdat al-wujūd (unità dell’essere). Ibn al-ʿArabī potrebbe essere l’anello di congiunzione con Francesco, che, come si evince dai suoi “Fioretti” viaggiò anche in Spagna (ivi recandosi in pellegrinaggio a Santiago de Compostela),  in Marocco e in Siria.

In ogni caso gli elementi Sufici trasudano molteplici in vari ambiti della vita di S.Francesco e molte sono le affinità con il grande Maulānā Rūmī:

  • Entrambi poeti, entrambi fondatori di una loro Confraternita monastica fra le maggiori, san Francesco nel Cristianesimo e Rumi nell’Îslâm. Entrambi vissero nel XIII secolo. Osserviamo allora  che questo XIII secolo fu un periodo fertile di inizi, formazioni e delineazioni sia per il mondo Occidentale che per quello orientale. Varie figure basilari del mondo cattolico e del mondo islamico si trovarono in parallelo nel corso di questo secolo. Per esempio Dante che diede inizio alla poesia in lingua italiana e Yunus Emre per la lingua turca.
  • San Francesco si formò in gioventù a contatto diretto con trovatori francesi a loro volta influenzati dai trovatori musulmani, in particolare andalusi. Sappiamo che san Francesco parlava correntemente il provenzale. Per ciò che riguarda l’ambiente del tempo in cui san Francesco visse, non vanno dimenticati l’imperatore Federico II°, detto per antonomasia «il più musulmano dei re cattolici, il più cattolico dei re musulmani», e il grande Dante Alighieri. La poesia italiana si formò alla Corte di Federico II° per il contatto intenso con i poeti musulmani, di cui il maggiore, nella Sicilia stessa, fu Îbn Hamdîs (1055-1132). Dante Alighieri trasse ispirazione strutturale e figurale per la sua Divina Commedia dal testo musulmano “Il viaggio notturno del Profeta Maometto”.
  • La novella della bella povera che sposò un Re, ne ebbe figli che vissero alla mensa del Re, e che significava come gli eredi del Re Eterno non avranno mai da preoccuparsi per il loro sostentamento, che il Santo raccontò al Papa la si trova anche in Farîd âlDîn Âttâr (1140 c.1220 c.) autore dell’Elahi-nameh, e poi in una variante nel Mathnawî di Jalâl âlDîn Rûmî. Con questo non intendendo affermare che Francesco e Rûmî abbiano copiato da Âttâr ma l’esistenza di un non casuale parallelismo a livello spirituale.
  • È consuetudine musulmana ripetere i 99 Nomi di Dio facendo scorrere tra le dita un rosario composto di novantanove grani (o di trentatré fatti scorrere tre volte). Questo rosario si chiama subha in arabo e tashbî (o anche komboloy) in turco. È ben noto che esso deriva attendibilmente da quello buddista, di centootto grani, in uso nell’Asia centrale e orientale fin dal IV° secolo, così come è noto che dalle organizzazioni monacali buddhiste derivano quelle Sufi. A sua volta il rosario musulmano introdotto nell’Îslâm dai Sufi, fu adottato da san Francesco dando origine al rosario cattolico diffuso dai francescani appunto e in seguito definito nella forma attuale da san Domenico.
  • Nel capitolo XI° dei Fioretti si legge come S. Francesco, per scegliere dove andare ad un crocevia, fece roteare frate Masseo… Forse qualcuno di voi avrà però sentito parlare anche dei Sufi Mevlevi, i cosiddetti “Dervisci roteanti”, la Confraternita fondata a Konya da Jalâl âlDîn Rûmî. Forse non è casuale la somiglianza fra il roteare di frate Masseo e il roteare dei Sufi Mevlevi nella loro cerimonia specifica, il Semà.

  • E veniamo ora al Cantico delle Creature, o di Frate Sole. Âbu âlFath âlWâsiti, egiziano (?-1184), i cui discepoli erano alla corte del Sultano quando vi fu san Francesco, scrisse un testo: La lode a Dio secondo le parole del Corano. Sono tutte citazioni tratte dal Corano, e quindi già presenti in Europa, dove il Corano fu tradotto per la prima volta, in latino, nel 1143. Le similitudini sono notevolissime.
  • Maulānā Rūmī scrisse numerose poesie dedicate al Sole, il sole di Tabriz.  Chiamò addirittura una delle sue raccolte di poesie la Collezione del Sole di Tabriz. Nella sua opera viene continuamente usata la parola Sole.
  • Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco si intrattenne a Damietta nel 1219, quando si recò alla corte del sultano, ove incontrò vari Sufi, conversando a lungo con loro. Ma non fu questo un primo incontro: già nella primavera del 1214 san Francesco aveva conosciuto dei Sufi nella Spagna musulmana e in Marocco.
  • Il saio è il mantello di lana con cappuccio precipuo dei Sufi. Lana in arabo si dice “suf”, da cui “Sufismo”. Il saio francescano è quello stesso dei Sufi in Terra Santa, in Marocco e nella Spagna; ed è quello che san Francesco vide alla corte del sultano. In Kalâbâdhî, grande maestro Sufi del X° secolo (913 c.-995), leggiamo:

    «Povertà e pazienza sono il saio sotto il quale alberga un cuore che vede solo in Dio i giorni di festa e di serenità»

  • Come i Sufi, i seguaci di San Francesco, attraverso le sue regole, poterono notare che, diversamente dai cristiani, non si doveva pensare prima alla propria salvezza. Tale principio viene continuamente messo in rilievo dai Sufi, che considerano una vanità l’interesse per la salvezza personale.
  • S.Francesco iniziava così le sue predicazioni: ‘La pace di Dio sia con voi’. Questa è una classica forma di saluto araba.
  • Papa Innocenzo diede il permesso per la fondazione dei ‘Frati Minori ‘ o francescani. Umiltà a parte, è intuitivo pensare che allora esistesse un Ordine noto come ‘Frati Maggiori’, e se così fosse quale sarebbe il collegamento? Le uniche persone conosciute con questo nome e contemporanee di Francesco aventi il nome appunto di ‘Frati Maggiori’ facevano parte di un Ordine di Sufi fondato da Najmuddin Kubra, detto ‘il Più Grande’. Una delle maggiori caratteristiche di questo grande Maestro Sufi era la sua misteriosa influenza sugli animali. Le immagini lo mostrano circondato da uccelli. Domò un cane feroce semplicemente guardandolo negli occhi, come fece Francesco con il lupo di Gubbio. I miracoli di Najmuddin erano ben noti in Oriente sessant’anni prima della nascita di Francesco.
  • San Francesco istituì per la sua Confraternita dei “Frati Minori” tre ordini di frati. Così è anche nelle Confraternite Sufi con la sola differenza che i Sufi e le Sufi si sposano e vivono nel mondo.
  • I Sufi sono religiosi musulmani ma, come nel cristianesimo ci sono preti e frati, così nell’Îslâm i Sufi sono frati e non preti. Francesco rifiutò d’essere ordinato prete, e si accostò maggiormente all’ordinamento laico democratico più che a quello ecclesiastico. Così è anche per i Sufi, il cui motto fondamentale dice:

«NEL mondo, ma non DEL mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.»

Secondo la filosofia Sufi vi è una necessità comune per tutte le Vie mistiche, a qualsiasi religione appartengano: la necessità di un Maestro. Un esperto che abbia già percorso il cammino e che sappia quindi guidare convenientemente e preservare dagli errori. Un Maestro del tutto disinteressato, amorevole, paternamente sollecito, esperto della psiche umana e delle sue devianze. Non ci è pervenuta notizia storica di un Maestro per S.Francesco, ma appare chiaro che S. Francesco d’Assisi fu iniziato da un Sufi. Solo questo gli permise di arrivare indenne dal Sultano, non certo il fatto di “annunciare il Cristo” come dicono certi sprovveduti osservanti.

Infatti, il Santo così spiritualmente vicino al mondo musulmano, tornato in patria scrisse nelle prima stesura della Regola del suo Ordine, il capitolo 16. In tale capitolo Francesco istruiva i suoi confratelli su come comportarsi per poter instaurare il dialogo con i musulmani. Le direttive date dal santo e le sue valutazioni sull’Islam risultavano di una modernità estrema e sconvolgenti alla luce delle idee comuni del tempo; risultarono talmente incomprensibili che la cosiddetta Regola non bollata, la prima stesura della Regola francescana scritta dal Santo,  venne rifiutata dal Papa che impose una pesante censura e costrinse Francesco ad eliminare il capitolo 16.

Può sembrare dunque che il tentativo di dialogo instaurato dal santo di Assisi si sia risolto in un fallimento, ma non è così. Il dialogo ci fu. Tanti uomini del tempo, rimasti sconosciuti ai più, e vicini ai loro Maestri, furono beneficiati e capirono.

Se anche nei periodi più cupi di eclisse dello spirito, com’era nel tempo in cui si svolgeva la Quinta Crociata, e come per molti versi è anche oggi, vi sono sempre uomini in ricerca e dotati di una natura spirituale e Guide Illuminate che li conducono, ciò accade perché l’umanità ne ha bisogno. Una società totalmente priva di Maestri spirituali cesserebbe semplicemente di esistere. La Ricerca Spirituale è l’unica che conferisca significato al mondo materiale nel quale l’uomo si trova prigioniero. Solo la goccia di Dio dentro ogni uomo rende l’esistenza sopportabile, ed è in grado di  condurlo dal finito e all’infinito, dalla morte all’immortalità. Di qui la perennità della ricerca mistica e lo sforzo che gli uomini di tutti i tempi hanno fatto per poter vedere oltre il finito, verso quella Realtà Spirituale che determina e abbraccia tutte le cose. Questa è la Via, questa è la Via di San Francesco, di Maulānā Rūmī, dei Maestri venuti di tempo in tempo. Essi sono le Guide per tutti gli uomini di buona volontà che cercano la pace del cuore e il bene dell’umanità. Che fortuna potersi trovare al loro cospetto!

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Fonti francescane

 

Tommaso da Celano

CAPITOLO XX

Tommaso da Celano

Tommaso da Celano

DESIDEROSO DEL MARTIRIO FRANCESCO PRIMA CERCA Dl ANDARE MISSIONARIO NELLA SPAGNA POI IN SIRIA. PER SUO MERITO, DIO MOLTIPLICA I VIVERI E SCAMPA I NAVIGANTI DAL NAUFRAGIO

417           55. Animato da ardente amore di Dio, il beatissimo padre Francesco desiderava sempre metter mano a grandi imprese, e, camminando con cuore generoso la via della volontà del Signore, anelava raggiungere la vetta della santità .

418           Nel sesto anno dalla sua conversione ardendo di un intrattenibile desiderio del martirio, decise di recarsi in Siria a predicare la fede e la penitenza ai Saraceni. Si imbarcò per quella regione, ma il vento avverso fece dirottare la nave verso la Schiavonia. Allora, deluso nel suo ardente desiderio e non essendoci per quell’anno nessun’altra nave in partenza verso la Siria, pregò alcuni marinai diretti ad Ancona di prenderlo con loro. Ne ebbe un netto rifiuto perché i viveri erano insufficienti. Ma il Santo, fiducioso nella bontà di Dio, salì di nascosto sulla imbarcazione col suo compagno. Ed ecco sopraggiungere, mosso dalla divina Provvidenza, un tale, sconosciuto a tutti, che consegnò ad uno dell’equipaggio che era timorato di Dio, delle vivande, dicendogli: «Prendi queste cose e dalle fedelmente a quei poveretti che sono nascosti nella nave, quando ne avranno bisogno ». E avvenne che, scoppiata una paurosa burrasca, i marinai, affaticandosi per molti giorni a remare, consumarono tutti i loro viveri; poterono salvarsi solo con i viveri del poverello Francesco, i quali, moltiplicandosi per grazia di Dio, bastarono abbondantemente alla necessità di tutti finché giunsero al porto di Ancona. I naviganti compresero ch’erano stati scampati dai pericoli del mare per merito di Francesco, e ringraziarono l’onnipotente Iddio, che sempre si mostra mirabile e misericordioso nei suoi servi.

419      56. Lasciato il mare, il servo dell’Altissimo Francesco si mise a percorrere la terra, e solcandola col vomere della parola di Dio, vi seminava il seme di vita, che produce frutti benedetti. E subito molti uomini, buoni e idonei chierici e laici, fuggendo il mondo e sconfiggendo virilmente le insidie del demonio, toccati dalla volontà e grazia divina abbracciarono la sua vita e il suo programma

420      Ma sebbene, a similitudine dell’albero evangelico  producesse abbondanti e squisiti frutti, ciò non bastava a spegnere in Francesco il sublime proposito e l’anelito ardente del martirio. E così, poco tempo dopo intraprese un viaggio missionario verso il Marocco, per annunciare al Miramolino e ai suoi correligionari la Buona Novella. Era talmente vivo il suo desiderio apostolico, che gli capitava a volte di lasciare indietro il compagno di viaggio affrettandosi nell’ebbrezza dello spirito ad eseguire il suo proposito. Ma la bontà di Dio, che si compiacque benignamente di ricordarsi di me  e di innumerevoli altri, fece andare le cose diversamente resistendogli in faccia. Infatti, Francesco, giunto in Spagna, fu colpito da malattia e costretto a interrompere il viaggio.

421      57. Ritornato a Santa Maria della Porziuncola, non molto tempo dopo gli si presentarono alcuni uomini letterati e alcuni nobili, ben felici di unirsi a lui. Da uomo nobile d’animo e prudente, egli li accolse con onore e dignità, dando paternamente a ciascuno ciò che doveva. E davvero poiché era dotato di squisito e raro discernimento, teneva conto della condizione di ciascuno.

422      Ma non riesce ancora a darsi pace finché non attui, con tentativi ancor più audaci il suo bruciante sogno. E nel tredicesimo anno dalla sua conversione, partì per la Siria, e mentre infuriavano aspre battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno, non esitò a presentarsi al cospetto del Sultano. Chi potrebbe descrivere la sicurezza e il coraggio con cui gli stava davanti e gli parlava, e la decisione e l’eloquenza con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana? Prima di giungere al Sultano, i suoi sicari l’afferrarono, l’insultarono, lo sferzarono, ed egli non temette nulla: né minacce, né torture, né morte; e sebbene investito dall’odio brutale di molti, eccolo accolto dal Sultano con grande onore! Questi lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo; ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri.

423      Ma in tutte queste cose il Signore non concedeva il compimento del desiderio del Santo, riservandogli il privilegio di una grazia singolare.


I fioretti di San Francesco (edizione Cesari)

CAPITOLO IV.

Incipit dei Fioretti (Da BEIC, biblioteca digitale)

Incipit dei Fioretti (Da BEIC, biblioteca digitale)

Come l’angelo di Dio propose una quistione a frate Elia guardiano d’un luogo di Fai di Spoleto, e perchè frate Elia li rispose superbiosamente, si partì e andonne in cammino di san Giacomo, dove trovò frate Bernardo, e disseli questa storia.
Al principio e cominciamento dell’Ordine quando erano pochi frati, e non erano ancora presi i luoghi, san Francesco per sua divozione andò a San Giacomo di Galizia, e menò seco alquanti frati, fra i quali fu l’uno frate Bernardo; e andando così insieme pel cammino, trovò in una terra un poverello infermo, al quale avendo compassione, disse a frate Bernardo: Figliuolo, io voglio che tu rimanga qui a servire a questo infermo; e frate Bernardo, umilmente inginocchiandosi e inchinando il capo, ricevette l’ubbidienza del padre santo, e rimase in quel luogo; e san Francesco con gli altri compagni andarono a San Giacomo. Essendo giunti là, e stando la notte in orazione nella chiesa di san Giacomo, fu da Dio rivelato a san Francesco, ch’egli dovea prender di molti luoghi per lo mondo, imperciocchè l’Ordine suo dovea ampliare e crescere in grande moltitudine di frati; e in cotesta rivelazione cominciò san Francesco a prender luoghi in quelle contrade. E ritornando san Francesco per la via di prima, ritrovò frate Bernardo e l’infermo, con cui l’avea lasciato, perfettamente guarito: onde san Francesco concedette l’anno seguente a frate Bernardo ch’ egli andasse a san Giacomo; e così san Francesco ritornò nella Val di Spoleto e istavasi in un luogo deserto egli e frate Masseo e frate Elia ed altri; i quali tutti si guardavano molto di noiare o storpiare san Francesco della orazione; e ciò faceano per la grande riverenza che gli portavano, e perchè sapeano che Iddio gli rivelava grandi cose nelle sue orazioni. Avvenne un dì che, essendo san Francesco in orazione nella selva, un giovine bello, apparecchiato a camminare, venne alla porta del luogo, e picchiò sì in fretta e forte e per sì grande spazio che i frati molto si maravigliarono di così disusato picchiare. Andò frate Masseo, e aperse la porta, e disse a quel giovane: Onde vieni tu, figliuolo, che non pare che tu ci fossi mai più, sì hai picchiato disusatamente? Rispose il giovane: E come si dee picchiare? Disse frate Masseo: Picchia tre volte, l’una dopo l’altra di rado: poi t’aspetta tanto che il frate abbia detto il Pater nostro e venga a te; e se in questo intervallo e’ non viene, picchia un’altra volta. Rispose il giovane: lo ho grande fretta, e però picchio così forte, perciocchè io ho a fare un viaggio, e qua son venuto per parlare a frate Francesco; ma egli sta ora nella selva in contemplazione, e però non lo voglio storpiare: ma va’ e mandami frate Elia, ch’io voglio fare una quistione, perch’io intendo che egli è molto savio. Va frate Masseo e dice a frate Elia che vada a quel giovane: ed egli se ne scandalizza e non vuole andare; di che frate Masseo non sa che si fare, nè che rispondere a colui; imperciocchè se dice, frate Elia non può venire, mentiva; se dicea, come era turbato e non vuole venire, sì temea di dargli malo esempio. E perocchè intanto frate Masseo penava a tornare, il giovane picchiò un’altra volta come in prima, e poco istante, tornò frate Masseo alla porta, e disse al giovane: Tu non hai osservata la mia dottrina nel picchiare; rispose il giovane: Frate Elia non vuol venire da me: ma va’ e di’ a frate Francesco ch’io son venuto per parlare con lui; ma perocch’ io non voglio impedire lui della orazione, digli che mandi a me frate Elia. E allora frate Masseo n’andò a san Francesco, il quale orava nella selva colla faccia levata al cielo, e disselli l’ambasciata del giovane e la risposta di frate Elia: e quel giovane era angelo di Dio in forma umana. Allora san Francesco, non mutandosi del luogo, nè abbassando la faccia, disse a frate Masseo: Va’, e di’ a frate Elia che per ubbidienza immantinente vada a quel giovane. Udendo frate Elia l’ubbidienza di san Francesco, andò alla porta molto turbato, e con grande impeto e romore l’aperse, e disse al giovane: Che vuoi tu? Rispose il giovane: Guarda, frate, che tu non sia turbato, come tu pari; perocchè l’ira impedisce l’animo e non lascia discernere il vero. Disse frate Elia: Dimmi quello che tu vuoi da me. Rispose il giovane: Io ti domando, se agli osservatori del santo Evangelio è lecito di mangiare ciò che gli è posto innanzi secondo che Cristo disse a’ suoi Discepoli; e domandoti ancora se a nessun uomo è lecito di porre innanzi alcuna cosa contraria alla libertà evangelica. Rispose frate Elia superbamente: Io so ben questo, ma non ti voglio rispondere, va’ per i fatti tuoi. Disse il giovane: Io saprei meglio rispondere a questa quistione che tu. Allora frate Elia turbato, e con furia chiuse l’uscio e partissi. Poi cominciò a pensare della detta quistione e dubitarne fra sè medesimo, e non la sapea solvere; imperocchè egli era vicario dell’Ordine, ed avea ordinato e fatta costituzione, oltre al Vangelo ed oltre la Regola di san Francesco, che nessuno frate nell’Ordine mangiasse carne; sicchè la detta quistione era espressamente contra di lui. Di che non sapendo dichiarare sè medesimo, e considerando la modestia del giovane e che gli avea detto che saprebbe rispondere a quella quistione meglio di lui, egli ritornò alla porta e aprilla per domandare il giovane della predetta quistione: ma egli s’era già partito, imperocchè la superbia di frate Elia non era degna di parlare coll’angelo. Fatto questo, san Francesco, al quale ogni cosa da Dio era stata rivelata, tornò dalla selva, e fortemente con alte voci riprese frate Elia dicendo: Male fate, frate Elia superbo, che cacciate da noi gli angeli santi i quali ci vengono ad ammaestrare. Io ti dico che temo forte, che la tua superbia non ti facci finire fuori di quest’Ordine. E così gli avvenne poi, come san Francesco gli disse; perocchè morì fuori dell’Ordine. In quel dì medesimo, in quell’ora, che quell’angelo si partì, sì apparì egli in quella medesima forma a frate Bernardo, il quale tornava da San Giacomo, ed era alla riva d’un grande fiume; e salutollo in suo linguaggio dicendo: Iddio ti dia pace, o buon frate; e maravigliandosi forte il buon frate Bernardo, e considerando la bellezza del giovane e la loquela della sua patria, colla salutazione pacifica e colla faccia lieta, sì il domandò: onde vieni tu, buon giovane? Rispose l’angelo: Io vengo di cotal luogo, dove dimora san Francesco, e andai per parlare con lui; e non ho potuto, perocch’egli era nella selva a contemplare le cose divine, e io non l’ho voluto storpiare. E in quel luogo dimorano frate Masseo e frate Egidio e frate Elia; e frate Masseo mi ha insegnato picchiare la porta a modo di frate, ma frate Elia, perocchè non mi volle rispondere della quistione ch’io gli proposi, poi se ne pentì, e volle udirmi e vedermi, e non potè. Dopo queste parole disse l’angelo a frate Bernardo: Perchè non passi tu di là? Rispose frate Bernardo: Perocchè io temo del pericolo per la profondità dell’acque ch’io veggio. Disse l’angelo: Passiamo insieme, non dubitare; e prende la sua mano e in un batter d’occhio il pone dall’altra parte del fiume. Allora frate Bernardo conobbe che egli era l’Angelo di Dio, e con grande riverenza e gaudio ad alla voce disse: O angelo benedetto di Dio, dimmi qual è il nome tuo. Rispose l’angelo: Perchè dimandi tu del nome mio, il quale è Maraviglioso? E detto questo, l’angelo disparve e lasciò frate Bernardo molto consolato, in tanto che tutto quel cammino e’ fece con grande allegrezza; e considerò il dì e l’ora che l’angelo gli era apparito. E giugnendo al luogo dove era san Francesco con li predetti compagni, recitò loro ordinatamente ogni cosa; e conobbero certamente che quel medesimo agnolo in quel dì e in quella ora era apparito a loro e a lui.


CAPITOLO XI.
Come san Francesco fece aggirare intorno intorno più volte frate Masseo, e poi n’andò a Siena.
Andando un dì san Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava un poco innanzi: e giugnendo a un trebbio di via per lo quale si poteva andare a Firenze, a Siena e ad Arezzo, disse frate Masseo: Padre, per quale via dobbiamo noi andare? Rispose san Francesco: Per quella che Iddio vorrà. Disse frate Masseo: E come potremo noi sapere la volontà di Dio? Rispuose san Francesco: Al segnale ch’io li mostrerò; onde io ti comando per lo merito della santa obbedienza che in questo trebbio, nel luogo ove tu tieni i piedi, tu l’aggiri intorno intorno, come fanno i fanciulli, e non ristare di volgerti, s’io non tel dico.

Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro, e tanto si volse che per la vertigine del capo, la quale si suole generare per cotale girare, egli cadde più volte in terra; ma non dicendoli san Francesco che ristesse, ed egli volendo fedelmente ubbidire, si rizzava. Alla perfine, quando si volgeva forte, disse san Francesco: Sta’ fermo e non ti muovere; ed egli istette, e san Francesco il domandò: Inverso qual parte tieni la faccia? Risponde frate Masseo: Inverso Siena.

Disse san Francesco: Quella è la via, per la quale Iddio vuole che noi andiamo. Andando per quella via, frate Masseo si maravigliò di quello che san Francesco gli aveva fatto fare, come i fanciulli, dinanzi a’ secolari che passavano; nondimeno per riverenzia non ardiva di dire niente al padre santo. Appressandosi a Siena, i! popolo della città udì dello avvenimento del santo, e fecionglisi incontro; e per divozione il portarono lui e il compagno insino al vescovado, che non toccarono niente terra co’ piedi, in quella ora alquanti uomini di Siena combatteano insieme, è già v’ erano morti due di loro. Giugnendo ivi san Francesco, predicò loro sì divotamente e sì santamente che gli ridusse tutti quanti a pace e grande unità e concordia insieme. Per la qual cosa, udendo il vescovo di Siena quella santa operazione ch’avea fatta san Francesco, lo invitò a casa, e ricevettelo con grandissimo onore quel dì e anche la notte. E la mattina seguente san Francesco, vero umile il quale nelle sue operazioni non cercava se non la gloria di Dio, si levò per tempo col suo compagno e partissi senza saputa del vescovo. Di che il detto frate Masseo andava mormorando tra sè medesimo, dicendo per la via: Che è quello ch’ ha fatto questo buon uomo? me fece aggirare come un fanciullo, e al vescovo, che gli ha fatto tanto onore, non ha detto pure una parola, nè ringraziatolo; e parea a frate Masseo che san Francesco si fusse portato così indiscretamente. Ma poi per divina ispirazione ritornando in se medesimo, e riprendendosi infra ’l suo cuore, disse frate Masseo: Tu se’ troppo superbo, il quale giudichi le opere divine, e se’ degno dello inferno per la tua indiscreta superbia; imperocchè nel dì di ieri frate Francesco fece sì sante operazioni che se le avesse fatte l’Angelo di Dio, non sarebbero state più maravigliose: onde se ti comandasse, che gittassi le pietre, sì lo dovresti fare e ubbidirlo: che ciò che egli ha fatto in questa via è proceduto dall’operazione divina, siccome si dimostra nel buono fine ch’è seguito; perocchè, se non avesse rappacificati coloro che combattevano insieme, non solamente molti corpi, come già aveano cominciato, sarebbono istati morti di coltello, ma eziandio molte anime il diavolo arebbe tratto allo inferno; e però tu se’ stoltissimo e superbo, che mormori di quello che manifestamente procede dalla volontà di Dio. E tutte queste cose che dicea frate Masseo nel cuore suo, andando innanzi, furono da Dio rivelate a san Francesco. Onde appressandosi san Francesco a lui, disse così: A quelle cose che tu pensi ora, t’attieni, perocch’elle suono buone e utili e da Dio ispirate, ma la prima mormorazione che tu facevi era cieca e vana e superba, e messati nell’animo dal demonio. Allora frate Masseo chiaramente s’avvide che san Francesco sapea li secreti del suo cuore, e certamente comprese che lo Spirito della divina Sapienza dirizzava in tutti i suoi atti il padre santo.


CAPITOLO XXIV.
Come san Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia.
San Francesco istigato dal zelo della fede di Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltremare con dodici suoi compagni santissimi per andarsene diritto al Soldano di Babilonia, e giugnendo in una contrada di Saracini, ove si guardavano ai passi da certi sì crudeli uomini che nessuno dei Cristiani che vi passasse potea scampare che non fusse morto; e come piacque a Dio non furono morti ma, presi battuti e legati, furono menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui, san Francesco ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede egli volea entrare nel fuoco. Di che il Soldano cominciò ad avere grandissima divozione in lui, sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedea in lui; imperocchè nessuno dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo fervore del martirio, il quale in lui vedea. Da quel punto innanzi il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessero predicare dovunque piacesse loro; e diede loro un segnale, per lo quale egli non potessero essere offesi da persona.

Alla fine, veggendo san Francesco non potere fare più frutto in quelle parti, per divina rivelazione si dispose con tutti li suoi compagni di tornare tra li fedeli; e raunatili tutti insieme, ritornò insino al Soldano, e prendette da lui commiato. Ed allora gli disse il Soldano: Frate Francesco, io volentieri mi convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora; imperocchè, se costoro il sentissero, egli ucciderebbero te e me con tutti li tuoi compagni; e conciossiacosachè tu possa ancora fare molto bene, ed io abbia a spacciare certe cose di molto grande peso, non voglio ora inducere la morte mia e la tua, ma insegnami com’io mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu m’imponi. Disse allora san Francesco: Signore, io mi parto ora da voi; ma poi che io sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per la grazia di Dio, dopo la morte mia, secondo che piacerà a Dio, ti manderò due de’ miei frati, da’ quali tu riceverai il santo Battesimo di Cristo, e sarai salvo, siccome m’ha rivelato il mio Signore Gesù Cristo. E tu in questo mezzo li sciogli d’ogni impaccio, acciocchè quando verrà a te la grazia di Dio, ti truovi apparecchiato a fede e divozione; e così promise di fare e fece. Fatto questo, san Francesco torna con quello venerabile collegio de’ suoi compagni santi, e dopo alquanti anni san Francesco per morte corporale rendè l’anima a Dio. E il Soldano infermando, aspetta la promessa di san Francesco, e fa stare guardie a certi passi; e comanda che se due frati v’apparissero in abito di san Francesco, di subito fussero menati a lui. In quello tempo apparve san Francesco a due frati, e comandò loro che senza indugio andassero al Soldano, e procurassero la sua salute, secondo ch’egli avea promesso: li quali Frati di subito si mossero, e passando il mare, dalle dette guardie furono menati al Soldano, e veggendoli il Soldano, ebbe grandissima allegrezza e disse: Ora so io veramente, che Iddio ha mandato a me gli servi suoi per la mia salute, secondo la promessa che mi fece san Francesco per revelazione divina. Ricevendo adunque informazione della fede di Cristo, e il santo Battesimo dalli detti frati, così rigenerato in Cristo si morì in quella infermità, e fu salva l’anima sua per li meriti e per le orazioni di san Francesco.


REGOLA NON BOLLATA – CAPITOLO XIV
COME I FRATI DEVONO ANDARE PER IL MONDO

[40]

1 Quando i frati vanno per il mondo, non portino niente per il viaggio, né sacco, né bisaccia, né pane, né pecunia, né bastone (Cfr. Lc 9,3; 10,4-8; Mt 10,10).

2 E in qualunque casa entreranno dicano prima: Pace a questa casa (Cfr. Lc 10,5).

3 E dimorando in quella casa mangino e bevano quello che ci sarà presso di loro (Cfr. Lc 10,7).

4 Non resistano al malvagio; ma se uno li percuote su una guancia, gli offrano l’altra.

5 E se uno toglie loro il mantello, non gli impediscano di prendere anche la tunica.

6 Diano a chiunque chiede; e a chi toglie il loro, non lo richiedano (Cfr. Mt 5,39 e Lc 6,29.30).


 

Dante Alighieri, Divina Commedia,

Inferno

Ell’è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ’l Soldan corregge.
V, 60

Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,
ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano;
né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.
XXVII, 90

Paradiso

…per la sete del martiro
nella presenza del Soldan superba
predicò Cristo e l’altri che ‘l seguiro
(Paradiso XI, 100-102)


 

S. Francesco d’Assisi: Regola non bollata (1221)

CAPITOLO XVI
Dl COLORO CHE VANNO TRA I SARACENI E GLI ALTRI INFEDELI

[42]

1 Dice il Signore: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi.

2 Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe” (Mt 10,16).

3 Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo.

4 Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore (Cfr. Lc 16,2), se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione.

[43]

5 I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi.

6 Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1Pt 2,13) a e confessino di essere cristiani.

7 L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5).

[44]

8 Queste ed altre cose che piaceranno al Signore, possono dire ad essi e ad altri; poiché dice il Signore nel Vangelo: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,32);

9 e: “Chiunque si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando tornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli” (Lc 9,26).

[45]

10 E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. 11 E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: “Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna” (Cfr. Lc 9,24.; Mt 25,46).

12 “Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,10).

13 Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20).

14 E: “Se poi vi perseguitano in una città fuggite in un’altra (Cfr. Mt 10,23).

15 Beati sarete, quando gli uomini vi odieranno e vi malediranno e vi perseguiteranno e vi bandiranno e vi insulteranno e il vostro nome sarà proscritto come infame e falsamente diranno di voi ogni male per causa mia (Cfr. Mt 5,11.12);

16 rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Lc 6,23; Mt 5,12).

17 E io dico a voi, miei amici: non lasciatevi spaventare da loro (Cfr. Lc 12,4)

18 e non temete coloro che uccidono il corpo e dopo di ciò non possono far niente di più (Mt 10,28; Lc 12,4).

19 Guardatevi di non turbarvi (Mt 24,6).

20 Con la vostra pazienza infatti salverete le vostre anime (Lc 21, 19).

21 E chi persevererà sino alla fine, questi sarà salvo” (Mt 10,22; 24,13).


Approfondimenti

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Maestro della tavola Bardi, Predica al Sultano, Firenze, Santa Croce

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