1947 – I dieci punti di Seelisberg


Nell’estate del 1947, dal 30 luglio al 5 agosto in quel di Seelisberg, in Svizzera, settanta intellettuali colà convenuti (cattolici, evangelici ed ebrei di diciannove Paesi diversi) su invito dell’associazione statunitense National Council of Christians and Jews  si riunirono per verificare la possibilità di una cooperazione fattiva nella lotta contro l’antisemitismo. Essi si erano riuniti per esprimere il loro profondo dolore per la Shoah, la loro determinazione a combattere l’antisemitismo e il loro desiderio di promuovere relazioni più forti tra ebrei e cristiani. Denunciarono l’antisemitismo sia come peccato contro Dio e l’umanità che come pericolo per la civiltà moderna. E per rispondere a queste preoccupazioni vitali, formularono un appello alle chiese cristiane sotto forma di 10 punti, allo scopo di rinnovare e riformare la loro comprensione dell’ebraismo e delle relazioni tra ebraismo e Cristianesimo.

Tra gli intellettuali cattolici presenti, lo storico Henri Marrou, padre Jean Daniélou e l’abate Vieillard, mentre Jacques Maritain, impossibilitato ad andare, inviò una corposa lettera sull’argomento. Il documento conclusivo, nell’intendimento dei congressisti, doveva influenzare in modo nuovo l’educazione religiosa dei cristiani: ispirato da una proposta dello storico francese Jules Isaac (che aveva perso l’intera famiglia nel Lager di Auschwitz), detto I dieci punti di Seelisberg, esso eserciterà una vasta influenza sull’apertura del cammino del dialogo sfociata poi nel documento Nostra Aetate del concilio Vaticano II.

Partecipanti all'incontro di Seelisberg

Partecipanti all’incontro di Seelisberg

I dieci punti di Seelisberg

I) Ricordare che è lo stesso Dio vivente che parla a tutti nell’Antico come nel Nuovo testamento.

II) Ricordare che Gesù è nato da una madre ebrea della razza di Davide e del popolo di Israele e che il suo amore eterno ed il suo perdono abbracciano il suo popolo e tutta l’umanità.

III) Ricordare che i primi discepoli, gli apostoli ed i primi martiri erano ebrei.

IV) Ricordare che il precetto fondamentale del Cristianesimo, quello dell’amore di Dio e del prossimo, già promulgato nell’Antico Testamento e confermato da Gesù, obbliga Cristiani ed Ebrei in tutte le relazioni umane senza alcuna eccezione.

V) Evitare di denigrare l’ebraismo biblico o post-biblico allo scopo di esaltare il Cristianesimo.

VI) Evitare di usare la parola “ebrei ” nel senso esclusivo di “nemici di Gesù” o l’espressione “nemici di Gesù ” per designare il popolo ebraico tutto quanto.

VII) Evitare di presentare la Passione in modo tale che quanto vi è di odioso per la condanna a morte di Gesù ricada su tutti gli ebrei o soltanto su di loro. Non sono stati infatti tutti gli ebrei che hanno reclamato la morte di Gesù. No sono loro soltanto ad essere responsabili,poiché la croce che ci salva tutti rivela che il Cristo è morto a causa dei peccati di noi tutti.Ricordare a tutti i genitori e a tutti gli educatori cristiani la grave responsabilità che si assumono presentando in modo semplicistica il Vangelo ed in particolare il racconto della Passione. Così facendo rischiamo, lo vogliamo o no , d’ispirare dell’avversione nella coscienza o nel subcosciente dei loro figli o degli ascoltatori. Psicologicamente parlando, nelle anime semplici, pervase da un amore ardente e da una viva compassione per il Salvatore crocifisso, l’orrore che esse risentono, com’è naturale, per i persecutori di Gesù, si tramuterà facilmente in odio generalizzato per gli ebrei di tutti i tempi,compresi quelli del giorno d’oggi.

VIII) Evitare di riferire le maledizioni della Scrittura e il grido d’una folla inferocita: “il suo sangue ricada su di noi e suoi i nostri figli!” senza ricordare che questo grido non può aver il sopravvento sulla preghiera infinitamente più alta di Gesù: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

IX) Evitare di dar credito all’empia opinione secondo la quale il popolo ebraico è condannato, maledetto, riservato a ad un destino di sofferenze.

X) Evitare di parlare degli Ebrei come se non fossero stati i primi ad appartenere alla Chiesa.

 


 

Cinquant’anni fa l’udienza di Giovanni XXIII a Jules Isaac
La donna che fece incontrare
il Papa e l’ebreo

Maria Vingiani e le origini della dichiarazione conciliare “Nostra aetate”
di Marco Roncalli

“Cara signorina, non vi dimentico, e il progetto di cui abbiamo parlato è sempre bene in mente. La mia intenzione è di realizzarlo all’inizio dell’anno prossimo, se siete d’accordo. Per il momento preparo una conferenza che devo tenere a Parigi, alla Sorbona, il prossimo 15 dicembre”.
Chi scrive queste righe, il 28 novembre 1959, è Jules Isaac, storico francese, ebreo la cui famiglia era stata deportata ad Auschwitz nel

Jules Isaac1943 – sarebbe ritornato solo il figlio minore Jean-Claude – secondo il teologo Clemens Thoma “uno dei grandi visionari dell’intesa cristiano-ebraica dopo la seconda guerra mondiale”, già allievo di Henri Bergson e amico di Charles Péguy, nonché autore di manuali scolastici, ma anche di libri-choc come Jésus et Israel, nel 1948, anno in cui era stato tra i fondatori della prima Amicizia ebraico-cristiana.
La destinataria, invece, è la veneziana Maria Vingiani, instancabile promotrice dell’esperienza del dialogo in Italia, pioniera sin dal 1947 del movimento ecumenico in Italia e fondatrice negli anni del concilio Vaticano II del Segretariato per le attività ecumeniche. È a lei che Jules Isaac ricorda il “progetto”, insieme all’annunciata “conferenza” che doveva in qualche modo favorirlo.
Alla Sorbona il professore avrebbe rilanciato il suo appello alla coscienza cristiana e a Roma affinché il Papa prendesse atto della “necessità di raddrizzare l’insegnamento concernente Israele” e – questo il “progetto” – gli concedesse quell’incontro da lui prefigurato già all’indomani dell’elezione di Giovanni XXIII.
Jules Isaac e Maria Vingiani si erano conosciuti a Venezia il 16 settembre 1957. Lui nella laguna per motivi culturali insieme al figlio sopravvissuto alla Shoah, lei giovane assessore alle Belle Arti della “Serenissima”. Lui le aveva donato il suo Jésus et Israel – definito “il grido di una coscienza indignata” – l’aveva messa al corrente dei suoi studi sull’antisemitismo, della sua passione per la verità, e della missione che si era dato:  far conoscere Gesù agli ebrei, Israele ai cristiani. Lei gli aveva parlato dei suoi impegni culturali e religiosi, e del patriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, che proprio l’anno prima aveva dedicato la sua lettera pastorale per il quinto centenario della morte di san Lorenzo Giustiniani a un rilancio della conoscenza della Bibbia:  “tutta la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento”, da rendere “d’uso comune e familiare”. Sarà la stessa Vingiani, parecchi anni dopo a dire che, quando Roncalli fu eletto Papa, Jules Isaac avvertì subito che poteva riporre speranza in colui che pochi anni prima, inaugurandosi una linea diretta di navigazione Venezia-Haifa (il patriarca Roncalli lì per una benedizione, la Vingiani al varo come madrina), aveva confidato che si trattava già di una buona cosa, ma che sarebbe stata ancor meglio un’alleanza fra Roma e Gerusalemme.
Ecco allora la richiesta di un’udienza, carica di attese. Chiedendola, Jules Isaac aveva allegato anche un dossier dal titolo eloquente “Della necessità di una riforma dell’insegnamento cristiano nei confronti di Israele”, che tuttavia non arrivò sulla scrivania del Papa. In ogni caso l’udienza speciale venne assicurata attraverso l’ambasciata francese e l’anziano storico preparò con cura il suo viaggio, chiedendo ragguagli a tante persone (da François Mauriac ad André Chouraqui, da padre Paul Démann a monsignor Charles-Marie de Provenchères arcivescovo di Aix en Provence, dall’ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, Guy Le Roy de la Tournelle, ad alcuni cardinali).
Se il 15 gennaio 1960 non aveva nascosto alla Vingiani “tutte le difficoltà per portare a termine l’azione” augurandosi “Spero mi sarà possibile venire a Roma (…) Sono persuaso che i nostri scambi di pensieri a Venezia non sono stati inutili e che Lei sta lavorando per abbattere le alte barriere dei pregiudizi”, se il 21 maggio seguente poteva informarla con le parole “La questione è a una svolta (…) Ho comunicato all’ambasciatore de la Tournelle che sarò a Roma dall’8 giugno – all’indomani di Pentecoste – e mi dicono che l’udienza potrà essere richiesta a partire dal 10”, quando Jules Isaac fu a Roma, l’udienza parve cancellata con il pretesto dei numerosi impegni del Papa (e a sua insaputa).
E così, dopo una telefonata urgente, la Vingiani si precipitò all’hotel Commodore. Lì, trovato nella hall Jules Isaac, che, lacrime sul viso, si lamentava, prontamente lo rassicurò. Consapevole dell’importanza di questo incontro non solo per l’amico, ma anche per il Pontefice, convinta che i due dovessero parlarsi e confrontarsi, riuscì subito “per vie legittime, pur se improprie” – parole poi usate dal segretario del cardinale Bea, padre Schmidt – a rendere possibile l’udienza.
Non era il suo primo incontro con un Papa:  nel 1949, a Castel Gandolfo, ne aveva avuto uno brevissimo con Pio xii al quale aveva lasciato i dieci punti fissati dalla Conferenza di cristiani ed ebrei di Seelisberg – una base di partenza per il dialogo fra cristiani ed ebrei – che il Papa non conosceva e che promise di leggere. Era il 16 ottobre, sei anni prima era avvenuta la deportazione degli ebrei dal Ghetto nella capitale. Pio xii – raccontò Isaac – gli era parso “assai emozionato”:  nulla poi aveva più saputo.
Questa volta però l’udienza avrebbe potuto essere assai più decisiva:  Giovanni XXIII aveva già annunciato il concilio. Alle 11 un segretario d’ambasciata si recò a prendere Isaac all’hotel e ad accompagnarlo in Vaticano. Il resto è stato più volte raccontato dallo stesso Isaac. Le guardie svizzere gli resero omaggio. Gli fu comunicato che il Papa era stanco perché al solito, si era alzato presto, perché vi erano numerose udienze, e così via.
Arrivò il momento atteso. Papa Roncalli lo ricevette in piedi, Isaac si inchinò e Giovanni XXIII gli porse la mano invitandolo a sedere accanto a lui – “incarnava la semplicità”, “non sembrava affaticato”, “una bontà che ispirava confidenza”.
Come previsto, il Papa iniziò la conversazione, parlando del suo culto per l’Antico Testamento, i Salmi, i Profeti. Parlò del suo nome scelto pensando anche alla Francia, chiese dove fosse nato e lui lo portò sul suo terreno. Probabilmente il Papa leggeva nel suo interlocutore i versetti 1-3 del Salmo 128 – “Dalla giovinezza, molto mi hanno perseguitato – lo dica Israele – dalla giovinezza molto mi hanno perseguitato, ma non hanno prevalso”. Jules Isaac ebbe tempo per esporgli i punti essenziali della sua conferenza alla Sorbona, sottolineò la necessità che il capo della Chiesa cattolica condannasse in modo solenne l’insegnamento del disprezzo e la sua essenza anticristiana, e che del tema si occupasse il concilio.
Alla fine, dopo circa mezz’ora, prima del congedo, chiese:  “Posso avere almeno un briciolo di speranza?”. E Giovanni XXIII:  “Molto più che una speranza, lei ha diritto di avere”, aggiungendo:  “Sono il Capo, ma devo anche consultarmi, far studiare dagli uffici le questioni sollevate, qui non c’è una monarchia assoluta”. La consegna però era avvenuta. Il Papa l’aveva fatta sua.
Anche se i due anziani protagonisti di quell’incontro di cinquant’anni fa, morirono di lì a poco, l’udienza segnò una svolta. Sul diario papale solo un cenno all’incontro di quel 13 giugno 1960 con “il prof. Jules Isaac” definito “interessante”, aggettivo che copre tante cose:  probabilmente pure il pensiero immediato di una messa a tema del dialogo ebraico-cristiano fra i lavori conciliari.
Fu lo stesso Papa Giovanni a darne incarico al cardinale Agostino Bea, biblista, conoscitore dell’ebraismo. Vi si sarebbe impegnato obbedendo anche a una vocazione personale. Da qui le origini del percorso che, fra molte difficoltà, specie da parte di cristiani-arabi e tradizionalisti, porterà alla dichiarazione conciliare Nostra aetate. Promulgata nel 1965, all’inizio del testo – com’è noto – sottolinea il valore spirituale del vincolo che unisce il popolo del Nuovo Testamento con la stirpe di Abramo. Forse non proprio il testo immaginato da Isaac per le attese particolari in realtà diluite in un documento sulle religioni, e tuttavia un documento importante. Alla base di futuri incontri inimmaginabili:  in chiesa e in sinagoga. Alla base di quel rapporto nuovo fra cristiani ed ebrei purificato da pregiudizi e stereotipi che ogni giorno dobbiamo tenere aperto.

(L’Osservatore Romano 14-15 giugno 2010)

Fonte: http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/2010/135q04a1.html

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