Vukovar – 1998

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Vukovar

[…] si è rovesciato lo spreco di munizioni di artiglieria.
[…] Dio è stato un bersaglio militare, il Dio dell’altro.
Chi spara alle tue cose sacre vuol fare di più che solo ucciderti: vuole radere al suolo il tuo passato, cancellare le tue feste, sradicare dai sassi le ossa degli antenati, spezzare i matrimoni, ardere i registri delle nascite, le biblioteche, raschiare via i tuoi secoli dal mondo.

Erri De Luca – Izet Sarajlić, Lettere fraterne, ed. Libreria Dante &Descartes, Napoli, 2007, p.16-17.


Aprile 1998

10 aprile 1998. Con l’amico Andrej organizziamo un viaggio a Vukovar, la sua città. In quei giorni di vacanze pasquali ero suo ospite a Zagabria. “Fino a quando non vedrai la mia città tu non potrai capire” mi ripeteva da quando lo conobbi nel 1994. Lo presi sul serio.

Il 15 gennaio 1998 la città di Vukovar, dopo un periodo di transizione sotto l’egida dell’ONU (UNTAES), torna sotto la giurisdizione di Zagabria. Potevamo intraprendere il nostro viaggio. Partimmo in treno la mattina presto e ritornammo a sera tardi. Giornata intensa. Molte emozioni.

Quella che segue è una documentazione fotografica di quel viaggio. Ho fatto digitalizzare i negativi delle fotografie scattate quel giorno e ripropongo le più significative in questa pagina.


Galleria

Non è sempre facile stare in disparte e non essere in grado di fare nulla,
se non registrare le sofferenze che stanno intorno.

Robert Capa

  • Vukovar 10 aprile 1998
  • Vukovar 10 aprile 1998
  • Vukovar 10 aprile 1998
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  • Vukovar 10 aprile 1998
  • Vukovar 10 aprile 1998
  • Vukovar 10 aprile 1998
  • Vukovar 10 aprile 1998
  • Vukovar 10 aprile 1998


Appunti di viaggio

L’uomo che non è capace
di sognare
è un povero diavolo,
un castrato.
L’uomo che è capace di sognare
e di trasformare i suoi sogni in realtà
è un rivoluzionario.
L’uomo che è capace di amare
e di fare dell’amore
uno strumento per il cambiamento
è anch’egli un rivoluzionario.
Il rivoluzionario quindi è un sognatore,
è un amante, è un poeta,
perché non si può essere rivoluzionari
senza lacrime negli occhi
e tenerezza nelle mani.

Thomas Borge, Nicaragua

Quanto scritto risale al 1995 ma ben si addice alle immagini proposte che scattai venerdì 10 aprile 1998.

Appunti di viaggio

Il telegiornale fornisce notizie di Srebrenica, Žepa, Bihać, città assediate, bombardate, conquistate, saccheggiate distrutte, bruciate [solo in seguito abbiamo saputo anche degli eccidi].

A Vukovar, nel 1991, le stesse scene, lo stesso dolore, lo stesso cinismo della comunità internazionale, la stessa indifferenza.

E ancora altre città e villaggi Tomislavgrad, Glamoč, Bosansko Grahovo. Diversa connotazione etnica. In tutti gli esempi proposti di tratta sempre di persone ridotte a profughi, costretti a fuggire, ad abbandonare tutto e tutti. Forse viene meno anche la speranza di poter vivere in un mondo pacifico in cui l’altro è amico e non “lupo” per me, in un mondo in cui tutti hanno la stessa dignità di uomo e di donna, in un mondo nel quale prima ancora di essere croato, musulmano, serbo, italiano, sei donna, sei uomo, con il tuo carico di gioie e dolori, di speranze e di angosce. E’ la negazione completa dell’ALTRO, di qualsiasi altro che non sia uguale a me (uguale? Ma chi può arrogarsi il diritto di tracciare confini tra gli uomini?). E’ la negazione dell’alterità e della diversità. Addirittura si vuole eliminare anche quello che appartiene all’altro, la sua cultura e i segni che lo contraddistinguono: scuole, biblioteche, ospedali, chiese, monumenti, le case…

Penso che al di là di cause prossime e remote, economiche, sociali, politiche, internazionali (che ho comunque cercato di capire) al nocciolo troviamo che il problema fondamentale è la risposta che noi riusciamo a dare, come singoli e come comunità, al problema della diversità, (da molti è purtroppo percepita come problema) alla relazione con l’altro. Alex Langer ha scritto che:

Il conflitto balcanico non è scoppiato all’improvviso. Ci sono stati dei movimenti di “preparazione” al conflitto interni, di carattere politico-culturale, che lo hanno reso possibile e legittimato agli occhi delle popolazioni. Ci fu da più parti una delegittimazione della convivenza plurinazionale secondo il motto “Meglio sapremo distinguerci e separarci, meglio potremo poi anche capirci”.

Alexander Langer, deputato italiano al Parlamento Europeo, promotore del “Verona Forum per la pace e la riconciliazione nel territorio della ex Jugoslavia”, in “EX-JUGOSLAVIA: I BAMBINI NELLA GUERRA”. Alex ci ha lasciato suicidandosi. Lo ringrazio per tutto quello che è stato per la pace, per le minoranze, per la soluzione pacifica dei conflitti interetnici, per i poveri. Ha lasciato scritto di continuare le sue battaglie… è comunque difficile non sentirsi più soli!

E’ questo un principio contrapposto a quello della convivenza pacifica e interculturale. Questo movimento di pensiero non è di secondaria importanza, solo delegittimando l’altro posso ottenere consenso sociale e far ricorso alla violenza!!! La guerra prima che con le armi la si combatte con le idee che preparano e rendono possibili successivamente i conflitti armati.

“E’ importante constatare che l’esclusione dell’alternativa che implica il ricorso alla forza viene predeterminata dal modo in cui viene risolto il problema del riconoscimento delle persone e della socialità della situazione in generale. Se si è in grado di dimostrare che le vittime sono in realtà delle non persone, allora il tipo di soluzioni ai problemi che potrebbero porre muta drasticamente. Ad esempio, fu importante per i nazisti stabilire lo status generico di non-ariani per gli Ebrei, per gli zingari e per le altre persone “indesiderabili”, prima di rendere possibile la soluzione di liberare la nazione da queste minoranze attraverso la loro eliminazione fisica. Nel contesto di un modello di socialità prestabilito, le soluzioni avrebbero assunto la forma dell’esilio o della deportazione”.

R.Harrè, L’uomo sociale, Raffello Costa Editore, Milano, 1994, p. 134.
Antonio, Vukovar, 10 aprile 1998.


Allo stesso modo si è delegittimato i “serbi” o i “croati” trasformandoli rispettivamente in “četnici” o in “ustaša“, persone di cui non ci si può fidare, fascisti sanguinari assetati di vendetta e disposti a tutto! Questo penso sia il filo rosso più sottile e profondo che ci lega alla ex Jugoslavia, perché anche in Italia in merito al tema dell’accettazione dell’alterità e diversità abbiamo molto da lavorare, da inventare, da creare per costruire una convivenza che sia veramente pacifica e arricchente per tutti. Una convivenza in cui l’altro, vuoi donna, africano, ebreo, “zingaro”, non sia visto con il sospetto di un potenziale nemico da cui difendersi ma con lo sguardo benevolo di chi riconosce in ogni uomo la dignità che gli è propria.

Scriveva una rappresentante del gruppo femminista-pacifista di Belgrado Žene u crnom (Donne in nero. Queste donne tutti i Mercoledì manifestavano in silenzio davanti al parlamento di Belgrado contro la guerra, le violenze, gli stupri ‘etnici’, l’arruolamento forzato dei riservisti)

“Non c’è nazionalismo che tenga la mia voglia di ridere con te!”.


I luoghi delle foto

Andrej, Vukovar, 10 aprile 1998.

Le foto che seguono sono state scattate nella città di Vukovar venerdì 10 aprile 1998 (a Belfast – altra città e regione martoriata – nella stesse ore si firmava l’accordo del Venerdì Santo, Good Friday Agreement, conosciuto anche come Belfast Agreement)


Ex-Jugoslavia: storia di un conflitto


Cronistoria della Guerra di Vukovar

1991 – maggio

A Borovo (Selo), “il paese dei pini”, nelle immediate vicinanze di Vukovar, vennero uccisi in un’imboscata prima due e poi dodici poliziotti croati. Erano i primi giorni del mese di maggio 1991. Ha inizio così l’attacco alla regione della Slavonia e alla città di Vukovar.

1991 – agosto

I villaggi vengono assediati, occupati e la popolazione non serba viene deportata. La regione della Baranja cade nell’agosto del 1991.

La città di Vukovar è bombardata con l’artiglieria pesante e incursioni aeree. Secondo gli esperti, La Jugoslovenska narodna armija (JNA) o Armata Popolare Iugoslava avrebbe impegnato circa 20.000 uomini, 300 carri armati, razzi e mortai.

Sono facile bersaglio l’ospedale, il palazzo dei sindacati, la Chiesa Cattolica e l’acquedotto, tra i simboli di questa città.

1991 – novembre

Durante l’assedio, tra il settembre e il novembre del 1991 circa 1.800 persone, centinaia di poliziotti e un migliaio di volontari con un modesto bagaglio militare, presero parte alla difesa, della città della Slavonia orientale. Il 60% circa di essi erano cittadini di Vukovar, il restante volontari confluiti da altre parti della Croazia e dalla Bosnia Erzegovina.

Da un punto di vista militare la battaglia “per Vukovar” si decide quando arrivano gli irregolari, come gli uomini di Zeljko Ražnatović “Arkan”, comandante della Guardia volontaria serba con un seguito di varia umanità attirata dall’illegalità e dalle “voci” sulla possibilità di arricchirsi con il saccheggio: saranno loro a far e il “lavoro sporco”, a stanare miliziani e abitanti dal labirinto delle cantine e dai rifugi.

18 novembre 1991

il 18 novembre 1991 l’Armata popolare jugoslava (Jna) entra in città, dopo un assedio di tre mesi.

Quando Vukovar venne occupata, militari dell’esercito serbo sotto la guida di tre ufficiali, Miroslav Radić, Milan Mrkšić e Veselin Sljivančanin, perpetuarono crimini contro le norme e i trattati internazionale. Torturarono e commisero atrocità contro la popolazione civile, prigionieri di guerra e feriti. Centinaia di feriti e civili vennero presi dall’ospedale e uccisi dalle forze paramilitari serbe. Per questo eccidio fu incriminato dal Tribunale per i crimini nella ex Yugoslavia ICTY l’allora Sindaco della città di Vukovar Slavko Dokmanović.

Alcune fosse comuni furono scoperte alcuni mesi più tardi da giornalisti stranieri presso Ovčara dove le esecuzioni ebbero luogo. Oltre 5.000 persone furono deportate in campi di prigionia in Serbia. Molti non fecero mai più ritorno.

1995 – novembre

Novembre 1995: venne istituito con gli accordi di Dayton l’United Nations Transitional Administration for Eastern Slavonia, Baranja and Western Sirmium UNTAES con mandato fino al 15 Gennaio 1998.

1997 – dicembre

Con la risoluzione 1145 (1997) del 19 Dicembre 1997, il Consiglio di Sicurezza decide di costituire un gruppo di osservatori con il compito di monitorare il comportamento della polizia croata nella regione del Danubio in particolare per il rispetto del ritorno delle persone, per un periodo di 9 mesi.

1998 – 15 gennaio

Il 15 gennaio 1998 la città di Vukovar, dopo un periodo di transizione sotto l’egida dell’ONU (UNTAES), torna sotto la giurisdizione di Zagabria (Croazia).

Le fotografie che propongo nella galleria di questa pagina documentano come appariva ai miei occhi, tre mesi dopo, il 10 aprile 1998, la città.


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