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MIR HODA

VUKOVAR

MIRHODA

 

LA PACE E' NELLE NOSTRE MANI

Cremona 14 dicembre 2000


L'ONU ha proclamato il 2000 anno internazionale per la cultura della pace. Perché parlare di una cultura della pace? La guerra non è assenza di conflitto, silenzio delle armi? E allora che senso ha parlare di cultura? Non sono discorsi astratti, senza attinenza con i problemi della gente, un inutile spreco di risorse? Peggio ancora utopia che non porterà a niente se non ad un intrecciarsi di inutili parole?

Con il gruppo Mir Hoda di cui faccio parte ho vissuto in questi ultimi anni il conflitto balcanico da vicino. Dal 7 al 10 dicembre mi sono recato a Vukovar a trovare persone conosciute nel campo profughi di Rijeka nel quale svolgevamo la nostra attività sia di aiuti umanitari sia di educazione alla pace in modo particolare (ma non solo) con i bambini attraverso la nostra presenza di amicizia e condivisione. È stato un "bagno rigeneratore": l'amicizia, il calore, l'affetto, l'ospitalità, la voglia di ricostruire e ricominciare che ho trovato in quelle persone sono contagiose.

Vukovar è una città storica della Slavonia orientale proprio sul confine con la Serbia rappresentato dal fiume Danubio. È stata assediata e distrutta dai serbi nel 1991. Nel 1997, dopo un periodo di transizione sotto l'egida dell'ONU è tornata alla Croazia senza che venisse sparato un solo colpo di fucile. Cosa che purtroppo non è sempre successa in questi anni e la ragione delle armi è stata più forte anche in chi voleva portare la pace. Alcuni criminali di guerra colpevoli dei crimini nel 1991 sono stati processati al tribunale dell'Aja. La città è ancora per più dei 2/3 distrutta: le ferite, le case distrutte, i campi minati, la povertà, le macerie sono li a ricordare la follia e la crudeltà dell'uomo. Ricostruire una casa necessita di mattoni, di cemento, di soldi. Ricostruire una convivenza necessita di grande coraggio. Il coraggio che devono trovare gli ottomila serbi e i settemila croati di Vukovar. Apparentemente la speranza e la voglia di una vita normale sono forti. Le divisioni tra le scuole croate e serbe, le "disco" per croati e le "disco" per i serbi sono li a testimoniare la difficoltà del dialogo... le ferite per rimarginarsi hanno bisogno di tempo.

Una frase di Primo Levi mi ha sempre colpito e fatto riflettere su quello che vivevo con gli amici/e della ex Yugoslavia. L'autore di "Se questo è un uomo" scriveva nell'introduzione del suo libro

"A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico". Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, [...], allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo".

È l'idea di nemico il primo anello di una catena che inevitabilmente porterà ad una guerra. Solo se penso all'altro come un nemico da cui difendermi avrò già fatto i primo passo verso il conflitto. Se l'idea di nemico è fondamenta della guerra allora l'idea di amico diviene la premessa indispensabile per costruire un'autentica idea di pace che ha la forza di tradursi in gesti ed in atti concreti. L'amico che io scopro anzitutto conoscendo l'altro, avvicinandomi a lui e alle sue diversità. La pace nasce anzitutto in ognuno di noi, solo se ho pace posso donarla agli altri, può manifestarsi nelle mie scelte, nelle mie azioni. Ognuno di noi può dare solo quello che ha. È in quest'ottica che vedo l'impegno che le Nazioni Unite si sono prese con la proclamazione di un anno internazionale della cultura della pace. Un impegno personale, molto concreto a far si che l'idea dell'altro diverso da me non diventi un nemico da combattere.

I primi 10 anni del nuovo millennio, dal 2001 al 2010, sono perciò stati dedicati all'educazione alla pace, e precisamente alla "costruzione di una pedagogia della non-violenza". Sono sei i punti chiave del Manifesto 2000 per una cultura di Pace e Non-violenza sottoscritto e proposto a chiunque lo voglia far proprio da alcuni nobel per la pace: rispetta tutta la vita, rigetta la violenza, condividi con gli altri, ascolta per capire, preserva il pianeta, riscopri la solidarietà. Sono impegni che molte persone con la loro vita, molte associazioni con il loro impegno, i loro sforzi rendono visibili a noi tutti. Persone e associazioni che ci fanno capire quanto possano essere vere e reali le prospettive che una cultura della pace può portare in chi ha il coraggio di mettere in gioco la propria vita per questi ideali. Tra alcune di queste associazioni possiamo ricordare per il loro impegno i Beati i costruttori di pace impegnati soprattutto nell'ex Jugoslavia con progetti di animazione in favore della pace, di educazione multietnica nelle scuole, con iniziative di incontro fra le diverse etnie. La Comunità Papa Giovanni XXIII che ha scelto di andare a vivere in piccole comunità nelle zone interessate da conflitti. Con la loro presenza spesso riescono ad abbassare la tensione e scoraggiare le aggressioni nei confronti della popolazione. Nella nostra realtà cremonese vorrei ricordare l'Associazione Ambasciata della democrazia locale a Zavidovici che oltre alla presenza di cremonesi a Zavidovici ha visto coinvolti gli enti locali e altre associazioni cremonesi,. I volontari della caritas. [Scrive Kofi Annan il14 settembre 1999 nel Messaggio di inaugurazione dell'anno internazionale della cultura della pace: "Ognuno di noi - giovane e vecchio, ricco e povero, i Governi come la società civile - devono fare la loro parte. La stessa fondazione delle Nazioni Unite fu un inizio. Mettiamo ora i nostri sforzi e tiriamo fuori il suo grande potenziale. La pace è nelle nostre mani. La cultura della pace può essere nostra".] La cultura della pace può essere nostra e solo se ognuno di noi ci crede veramente, solo se ognuno di noi è disposto a vivere quotidianamente gesti concreti che portano l'altro, l'altro diverso da me, l'altro che mi è straniero per il suo modo di pensare, per le sue tradizioni, per la sua religione ad essere non più un nemico ma un amico.

 

Aprile 1998 visita alla città di Vukovar con Andrej

Un resoconto del viaggio, informazioni sulla storia della città e documentazione fotografica le potete trovare nelle pagine 
del Gruppo Volontari Mir Hoda.

Articolo scritto nel maggio del 1999 per il giornalino "Mosaico" della Federazione Oratori di Cremona

Kossovo, Serbia, NATO, guerra, bombardamenti, profughi… da un po’ di tempo questi sono nomi con i quali abbiamo imparato a familiarizzare. Quante volte li abbiamo Katarina, ragazzina di Vukovarsentiti alla televisione, e  quante immagini abbiamo visto. Ma chi sono queste persone e soprattutto cosa sta succedendo. Non sempre è facile riuscire a capire tutte quelle informazioni che sentiamo alla televisione.
Proviamo a vedere. La guerra la fanno i grandi. Anzi a scuola ci insegnano che la guerra la combattono gli eserciti. Non è vero. Almeno non lo è più. La maggior parte delle guerre che si sono combattute in questo secolo e che si stanno tuttora combattendo vedono spesso eserciti contro civili: persone armate con sofisticati strumenti di morte contro uomini, donne, ragazzi/e come voi che non possono difendersi . Dunque nei paesi che sentiamo nominare, in Kossovo come in Serbia ci sono persone innocenti che sono vittime della violenza. Una bomba è una bomba, pensata, costruita e lanciata per distruggere, uccidere, dunque non esistono bombe buone e bombe cattive.
La guerra non è lontana, è vicina a noi. Zlata, una ragazza di Sarajevo, così descrive una sua giornata durante i bombardamenti.

Lunedì 20 aprile 1992

Cara Mimmy,

la guerra non è per niente uno scherzo. Distrugge, uccide, brucia, divide, semina dolore. Oggi è caduta una pioggia di granate sulla Bascarsija, il centro storico della città. Ci sono state delle esplosioni terribili. Siamo scesi giù in cantina, quella fredda, buia, disgustosa cantina. E la nostra
non è neanche tanto sicura. Mamma, papà e io siamo rimasti in piedi, stringendoci l'uno con l'altro in un angolo che ci sembrava sicuro. [...].

Zlata


È terribile trovarsi da un giorno all’altro coinvolti in una guerra. Vedere i nostri genitori sempre più preoccupati di quello che sta succedendo, vedere carri armati in mezzo al tuo quartiere, non riuscire a dormire per gli spari dei cannoni, per l’esplosione delle granate o le incursioni aeree, non poter più uscire a giocare con i propri amici, anzi scoprire che non ci sono più. Vi assicuro che nessuno vorrebbe trovarsi in situazioni del genere, provare a vivere in queste condizioni.

Sempre Zlata descrive così il suo essersi trovata coinvolta in una guerra:
Sabato 17 luglio 1993

[...] «Improvvisamente, inaspettatamente, qualcuno sta utilizzando la violenza di una guerra che mi terrorizza per strapparmi in modo brutale dalle rive della pace, da splendide amicizie, dai giochi, dagli affetti, dalla gioia. Mi sento come un nuotatore che è stato costretto, contro la sua volontà, a tuffarsi nell'acqua ghiacciata. Sono stordita, triste, infelice e spaventata e mi chiedo dove mi stiano portando, mi chiedo perché abbiano portato via la pace dalle rive serene della mia infanzia. Accoglievo ogni nuovo giorno con allegria, perché aveva una sua bellezza. Ero felice di vedere il sole, di giocare, cantare, in poche parole avevo un'infanzia felice. Non ne desideravo una migliore. A poco a poco mi stanno venendo meno le forze; non riesco più a nuotare in queste gelide acque. Riportatemi quindi sulle rive della mia infanzia, dove avevo caldo, dov'ero felice e contenta, riportatevi anche tutti gli altri bambini che sono stati privati  dei loro anni felici e a cui è stata tolta la gioia di vivere. Il messaggio che voglio comunicare a tutti è uno solo: PACE!».


Ma l’uomo è così cattivo? Anche noi ci arrabbiamo, litighiamo, ma si può fare qualcosa per  imparare a non odiare per sempre? Per litigare un po’ meno? Quello che è successo ad una famiglia di ricci ci aiuterà a capire come si può andare d’accordo anche se non siamo tutti uguali, se pensiamo in modo diverso, se abbiamo caratteri diversi, se chiamiamo Dio con nome diverso, se le parole usate per comunicare non sono le stesse. Ma vediamo cosa è successo a questa famiglia di ricci.


Un’estate, una famiglia di ricci venne ad abitare nella foresta. Il tempo era bello, faceva caldo e tutto il giorno i ricci si divertivano sotto gli alberi. Correvano nei campi, vicino alla foresta,  giocavano a nascondino tra i fiori, acchiappavano le mosche per nutrirsi e la notte, si addormentavano sul muschio, nei pressi delle tane. Un giorno videro cadere una foglia da un
albero: era autunno. Giocarono a rincorrere la foglia e le foglie che cadevano erano sempre più numerose. Le notti erano un po’ più fresche, dormivano sotto le foglie secche. Faceva sempre più freddo. Nel fiume a volte si formava il ghiaccio. La neve aveva ricoperto le foglie. I ricci tremavano tutto il giorno, e la notte non potevano chiudere occhio tanto avevano freddo. Così una sera decisero di stringersi uno accanto all’altro per riscaldarsi, ma fuggirono ben presto ai quattro angoli della foresta: con tutti quegli aculei si erano feriti il naso e le zampe. Timidamente si
avvicinarono nuovamente, ma di nuovo si punsero il muso. E tutte le volte che uno correva verso l’altro, capitava la stessa cosa. Era assolutamente necessario trovare il modo di stare vicini: gli uccelli si tenevano caldo l’un l’altro, così pure i conigli, le talpe e tutti gli animali. Allora, con dolcezza, a poco a poco, sera dopo sera, per potersi scaldare senza pungersi, si accostarono l’un l’altro, ritirarono i loro aculei e con mille precauzioni trovarono infine la giusta misura. Il vento che soffiava non dava più fastidio, ora potevano dormire al caldo tutti insieme.


Capito ragazzi? Più piantiamo gli aculei contro gli altri, più ci facciamo del male e sempre più difficile sarà vivere insieme e rispettarci. Se non impariamo questo ora, da grandi sarà sempre più difficile e la tentazione di usare la violenza sarà grande.

È facile litigare, è facile fare una guerra, non si deve essere molto intelligenti ne’ forti, basta non usare la testa!

 

Lo slogan del gruppo di volontari al quale appartengo è “LA PACE CAMMINA SULLE NOSTRE GAMBE”, con questa frase vogliamo dire che la pace è troppo importante perché sia solo sulle gambe di qualcuno, perché solo in pochi si impegnano per costruirla. La pace ci riguarda, riguarda anche te, e anche tu devi essere disposto a imparare a vivere con altri controllando che “gli aculei non facciano troppo male”.

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Noi abbiamo anche delle pagine in Internet, se sei interessato ad approfondire questi argomenti, con i tuoi amici dell’oratorio, con i tuoi compagni di scuola, con i tuoi genitori, vieni a trovarci:
http://www.mirhoda.altervista.org/

Antonio Ariberti

 

 

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