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La Festa del Natale

LA NASCITA DI GESU' NEI VANGELI CANONICI - ORIGINE DELLA FESTA DEL NATALE - LA FESTIVITA' DEL 6 GENNAIO - I RE MAGI - ALCUNE TRADIZIONI - IL NATALE NELL'ARTE - APPROCCIO INTERCULTURALE ALLA FESTA DEL NATALE - POESIE DI NATALE - CANZONI DI NATALE - AUGURI - RIFLESSIONI SUL NATALE CRISTIANO - RACCONTI DI NATALE

 

RIFLESSIONI SUL NATALEgenovesino riposo dopo la fuga in egitto - Chiesa di S.Imerio CR

punto elenco Quel miraggio romano bruciato in una capanna
( Marina Corradi Avvenire)

punto elenco Il clandestino di Betlemme Link esterno
(Gianfranco Ravasi)

Accogliere la Gloria di Dio perché
il povero viva (P. Agostino)


La festa del Natale (Enzo Bianchi) Link esterno

 Don Primo Mazzolari 

 Natale del Signore 2006 (Enzo Bianchi)Link esterno 

 Chi mi parlerà sottovoce di Dio? (P.Agostino) 

 Il mistero del Natale (Edith Stein) 

Tutto il mondo è Betlemme (Enzo Bianchi)

Natale: il giorno dello stupore (Enzo Bianchi)

A Gesù che nasce (Don Tonino)

A Maria e Giuseppe in cerca di alloggio (Don Tonino)

Andare a Betlem (Don Tonino)

Buon Natale, tanti auguri... scomodi (Don Tonino)

Lettera di Natale (David Maria Turoldo)

 

 


Quel miraggio romano bruciato in una capanna
di Marina Corradi - Avvenire, 27 dicembre 2008

Era partita dalla Romania per passare il Natale con suo marito, immigrato a Roma. S’era portata il suo bambino di tre anni. Possiamo immaginarci il viaggio di questa madre, su uno di quei pullman malconci che portano in Italia la gente dell’Est. Lei con il figlio in braccio, scomoda sugli stretti sedili, pigiata fra i bagagli gonfi di altri migranti; e il sonno che nella notte ha il sopravvento, e il bambino stanco di stare fermo che piange. «Vedrai, vedrai com’è bella Roma, è una meravigliosa città, come non ne hai mai viste». Forse questo diceva la giovane romena al suo bambino, in viaggio verso l’Italia, l’Occidente, la parte “giusta” del mondo guardata a lungo con desiderio in tv, come in un sogno. Ma Roma, San Pietro, il Colosseo, sono rimasti miraggi. La “casa” che li aspettava era una baracca di lamiere in un bosco, a Castelfusano. Né luce né riscaldamento, né una strada: solo fango, e attorno, uguali, le capanne di altri cento disgraziati. Più che una casa, una stalla quella in cui si sono stretti a Natale la donna, suo marito e il bambino, come in un presepe miserabile e ignoto. All’alba poi, finita in fretta la festa, il marito è partito in cerca di lavoro, qualsiasi lavoro, facchino, lavavetri, a qualunque cosa disposto. La madre e il bambino, soli nella baracca. Con il freddo della notte nelle ossa, lei cerca di fare un fuoco. Con cosa? Il legno impregnato di umidità non prende. Una bottiglia d’alcol allora, dei rifiuti. La fiamma si alza ora, alimentata dal vento. Ma non porta tepore: si allarga, divampa incontrollabile, vorace corre ed già è addosso, sui vestiti, sulle coperte, sulle mani. Il vecchio della capanna vicina resta attonito e impotente: non c’è acqua, non c’è nulla per soffocare l’incendio. Solo la madre cerca di sbarrare col suo corpo la strada al fuoco, di mettersi di mezzo fra la morte e il bambino. Le urla dei due si confondono acute, il popolo della favela si sveglia atterrito, qualcuno accorre. È tardi, tutto è consumato. Neanche i mezzi dei pompieri riescono poi a arrivare nella baraccopoli, per quei sentieri. Arrancano nel fango inquirenti e cronisti per raggiungere quell’angolo ignoto, sconosciuto pianeta a pochi chilometri da Roma, approdo di disperati di cui, pare, nessuno s’era accorto. La gente della favela nel vedere la polizia scappa. Quelli che restano mostrano ai giornalisti i palmi delle mani callose, da scaricatori a giornata, da manovali in nero che s’arrampicano, clandestini, nei cantieri di Roma. Mostrano quelle mani a dire: siamo gente che lavora. E nell’odore acre dell’incendio, nell’immobilità di due corpi sotto a lenzuola come sudari, più pesante del fumo la vergogna: vergogna perché si può morire così, alle porte di Roma, per scaldarsi in una notte freddissima. E il fatto che sia accaduto il 26 dicembre sembra un segno, nel nostro Natale di crisi sì, ma in una casa calda, e con la tavola imbandita. Il bambino di Betlemme, aveva detto poche ore prima il Papa, è «un nuovo appello rivolto a noi» perché finisca la sofferenza dei bambini. Perché si argini, almeno, il dolore degli innocenti, di tutti gli scandali il più intollerabile. Su ogni bambino, aveva aggiunto il Papa, c’è il riverbero del Bambino di Betlemme. C’è infatti, lo si vede chiaro e straziante in quello sconosciuto bambino di tre anni, di cui come di un milite ignoto non sappiamo nemmeno il nome. Morto abbracciato a sua madre, in una capanna. Che schiaffo a Roma, che schiaffo a noi, brava gente impaurita dalla recessione e però ben nutrita e coperta in questo inverno freddo. La baracca, il fango di Castelfusano, i palmi delle mani aperte della gente della favela romana non siano dimenticate. Come gli occhi, che non conosceremo, di quel bambino, felice perché andava da suo padre, a Roma, in Italia, e gli pareva di entrare in un sogno.

Fonte: web


Accogliere la Gloria di Dio perché il povero viva
 
Il sogno di Giovanni XXIII che accarezzò e cercò di modellare attraverso il Concilio Vaticano II, quello di una Chiesa povera (non solo di Chiesa per i poveri), di tanto in tanto sembra improvvisamente riemergere, come le sbuffate di un vulcano apparentemente spento, che non riesce più a trattenere la forza prigioniera nelle viscere della terra.
Ci sono dei momenti nei quali i poveri manifestano la loro carica dirompente. Anche la loro sola presenza turba e rimescola le carte… Oggi tocca a loro: sono i Rom, sono i Rumeni, i lavavetri, sono le baraccopoli abitate da immigrati più o meno regolari a mostrare alla Chiesa che questo “Sogno di Dio” non è ancora spento, è lì che aspetta di essere riconosciuto ed accolto.
 
Ma spetta alla Chiesa, ad ogni singola comunità credente riconoscere che le loro esistenze sono un “luogo teologico”, attraverso il quale Dio viene a noi, si manifesta e ci interpella.
 
“…All’udire queste parole il Re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.” (Mt.2, 1-3)

Come può manifestarsi la Gloria di Dio in quelle fatiscenti baracche dei Rom in luoghi così degradati”, così fuori dai nostri “luoghi comuni”, lontani dal controllo delle nostre regole civili, così diversi dai fumi dei nostri incensi religiosi?

“ hai compassione di tutti, perché tutto puoi, non guardi ai peccati degli
uomini, in vista del pentimento. Poiché tu ami tutte le cose esistenti e
nulla disprezzi di quanto hai creato…Signore, amante della vita, poiché il
tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose.” (Sap. 11, 23 ss.)
 
Le nostre spiritualità capiranno che per incontrare oggi il “Dio amante della vita” sono invitate ad abbandonare i nostri confortanti privilegi religiosi e accettare il rischio e lo stupore di “scendere in basso”? In genere questo movimento di discesa lo ammiriamo (da lontano!) nei Missionari che scendono nelle favelas, e nelle bidonville delle metropoli Africane, Latino Americane e Asiatiche, ci stupiamo della presenza di Dio e dei suoi “miracoli”.
Ora questa discesa è appena fuori dei nostri centri abitati, ci è vicina fisicamente ma estranea, la evitiamo frettolosamente: ci è più facile portare la nostra solidarietà o immergerci in qualche lontana bidonville africana, ma non ci accorgiamo dei tuguri sotto casa, anzi manteniamo verso
costoro uno sguardo di disprezzo e di fastidio!
Quanta fatica ad accogliere e riconoscere la stessa presenza misteriosa di un Dio che pianta la sua tenda o la sua baracca proprio lì! Non basta certo portare dei pacco regalo a Natale in qualche accampamento sfuggito alla bramosia di sicurezza e di legalità, per ricuperare qualche spezzone di credibilità alle nostre assopite coscienze o invitare alla mensa del povero (con le telecamere accese!) qualche fortunato superstite alla “guerra dichiarata ai poveri”, per dimostrare che la nostra volontà di accoglienza non è del tutto morta, nonostante tutto!
 
Anche quest’anno Gesù continuerà a nascere fuori dalle nostre città, come sempre! Perché Dio si manifesta con più nitidezza stando al margine delle nostre civiltà, perché il Dio di Gesù assume sempre e ovunque il punto di vista del mondo dei vinti.
E’ la logica della pietra scartata, la stessa delle Beatitudini, è lo stile di Betlemme e della Croce…Quale accoglienza gli riserveremo? Se la Gloria di Dio è accolta e rivelata proprio da coloro che i vari poteri escludono e mettono fuori, nostro compito non sarà forse quello di andare da costoro con rispetto ed ascolto, per imparare ad accogliere il loro punto di vista: quello dei lavavetri, dei Rom, dei Rumeni, degli immigrati?

p. Agostino Rota Martir
 
Natale 2007
Campo nomadi di Coltano (PI)

 


Don Primo Mazzolari

"L' amore mette le sue radici nella povertà (... di qualsiasi genere). Noi non sappiamo più amarci perchè o siamo stanchi di fare il povero o abbiamo paura di diventare poveri, mentre solo il povero è nelle condizioni d'amore affermate da Cristo nel Natale"

Don Primo Mazzolari, Natale 1937

 

"Se un giorno fra le trincee fosse passato un bambino, chi avrebbe osato sparare? Tra le trincee costruite dalla nostra cattiveria è passato e passa, non soltanto nel giorno di Natale, Gesù, che ha il volto , gli occhi, la grazia incantevole dei nostri bambini. chi oserà sparargli contro?"

Don Primo Mazzolari, Natale 1931

 


 

Chi mi parlerà sottovoce di Dio?

drappo_Madonna_zingaraE’ la domanda che una bambina fece al suo parroco, lasciandolo sorpreso e senza parola…quel “sottovoce” colpisce anche me e richiede tanta attenzione e coraggio: non sempre è facile spogliarci delle nostre pretese, sicurezze che spesso finiscono con l’appesantire Dio stesso, rivestendolo delle nostre corazze religiose, dei nostri orgogli spirituali…impedendo a Dio di manifestare il suo volto di Padre, la sua tenerezza, la sua compassione.

Oggi spesse volte, soprattutto noi preti e religiosi siamo convinti che alzando forte la nostra voce, riusciamo a farci sentire di più, credendo di fare un buon servizio per la causa di Dio, di fronte ad un mondo che si intestardisce ad escludere Dio dal suo orizzonte…

Chi mi parlerà sottovoce di Dio?
Forse Dio anche oggi cerca di parlarci sottovoce, ma ci vede così indaffarati a difenderlo che teme di disturbarci troppo nella nostra missione…
Lui sa che una parola detta sottovoce può raggiungere più facilmente le profondità dei nostri cuori, se riusciamo a tenerli aperti e sensibili.

“Tutti quelli che ascoltarono i pastori si meravigliarono delle cose che essi raccontarono.” (Lc. 2,18)
Questi pastori, gente poco ben vista per la loro attività, ai margini della società diventano i portavoce del messaggio di Dio… non vengono scelti i sacerdoti del tempio, o qualche scriba incaricato a far valere la Legge di Dio in terra d’Israele, ma dei “fuori luogo” che si dimostrano capaci di leggere e interpretare le indicazioni degli angeli e quindi degni di raccontare e suscitare meraviglia tra coloro che li ascoltano.

E’ vero, Dio quando si impegna a fare qualcosa si affida a chi sta fuori, a differenza della società che quando progetta qualcosa spesso crea ulteriori esclusioni…
o cerca di tenere sotto controllo i “fuori luogo”, spesso visti come una minaccia o un degrado agli occhi dei benpensanti.
Quando ci rivolgiamo a loro alziamo la voce per far valere le nostre ragioni, per rimarcare i loro difetti e carenze, oppure li ammoniamo con le nostre prediche, insegnamenti, correzioni… dopotutto noi siamo i “buoni”, i depositari di verità o di civiltà e sono loro che ci devono ascoltare!
Facciamo fatica a credere che lo Spirito possa visitare e rivelare qualcosa al di fuori di noi, dei nostri “luoghi comuni” o addirittura… senza di noi.
Metterci in sintonia per riuscire ancora a meravigliarci dei loro racconti, e leggere l’azione di Dio dentro la nostra storia, vuol dire abbandonare tante nostre pretese,  abbassando i toni delle nostre certezze.

Eppure: “Dio ha scelto nel mondo ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessuno possa gloriarsi davanti a Dio.”
(1 Cor.1, 27-28)

Il Dio di Gesù  non si mette i guanti per timore di contaminarsi venendo a contatto con il nostro mondo, non sempre ascolta le precauzioni dei dotti e dei sapienti, gli inviti a mantenere le dovute distanze per salvaguardare la propria Santità… si fa carne per assaporare la compagnia di ogni uomo, per scoprire e ricostruire in ogni volto l’immagine originale di Dio.
Attraverso il Mistero dell’Incarnazione Dio sceglie di entrare nella nostra storia con passo silenzioso, sottovoce, normale, proprio come ogni essere umano, sceglie la via dell’ordinarietà e non quella della spettacolarità, alla quale noi non poche volte come Chiesa di Cristo ci mostriamo sensibili e plaudenti.

Gesù, il Figlio di Dio nasce sottovoce, lungo la strada, fuori della città di Betlemme1, la casa del pane, semplice villaggio ai margini dell’Impero e della terra santa d’Israele, cercato e trovato da semplici pastori, dopo aver raccolto quella voce degli angeli, ben strana alle loro orecchie e lasciate le loro greggi cercano l’Atteso delle genti, là in qualche riparo d’emergenza, come anticipo di quella che sarà la sua missione tra gli uomini: pellegrino di Dio della marginalità, pagina vivente di quelle Beatitudini  che un giorno rivelerà a tutti in cima ad una montagna.

Con quali parole Augurare un Buon Natale?
“Che Dio mangi il tuo pane”, è la benedizione che una donna Rom mi rivolse ad un semaforo della città, sono parole cariche di bontà e di Pace:
Dio e ogni persona possano incontrarsi nello spezzare insieme il pane dell’amicizia.

Ciao, p.Agostino

Coltano, campo Rom,  21 dic.2006
 

Betlemme ("Bayt Lahem") significa "Città del pane" (che deriva dall'ebraico, dove "Lekhem" = "Pane")

 

Il mistero del Natale

Marc Chagall the nieghbourhood of vence

Le tenebre ricoprivano la terra, ed egli venne come la luce che illumina le tenebre, ma le tenebre non l'hanno compreso. A quanti lo accolsero egli portò la luce e la pace; la pace col Padre celeste, la pace con quanti come essi sono figli della luce e figli del Padre celeste, e la pace interiore e profonda del cuore; ma non la pace con i figli delle tenebre. Ad essi il Principe della pace non porta la pace, ma la spada. Per essi egli è la pietra d'inciampo, contro cui urtano e si schiantano. Questa è una verità grave e seria, che l'incanto del Bambino nella mangiatoia non deve velare ai nostri occhi. Il mistero dell'incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del peccato. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno: «Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati». Alcuni seguirono il suo invito. Così i poveri pastori sparsi per la campagna attorno a Betlemme che, visto lo splendore del cielo e udita la voce dell'angelo che annunciava loro la buona novella, risposero pieni di fiducia: «Andiamo a Betlemme» e si misero in cammino; così i re che, partendo dal lontano Oriente, seguirono con la stessa semplice fede la stella meravigliosa. Su di loro le mani del Bambino riversarono la rugiada della grazia, ed essi «provarono una grandissima gioia». Queste mani danno e esigono nel medesimo tempo: voi sapienti deponete la vostra sapienza e divenite semplici come i bambini; voi re donate le vostre corone e i vostri tesori e inchinatevi umilmente davanti al re dei re; prendete senza indugio su di voi le fatiche, le sofferenze e le pene che il suo servizio richiede. Voi bambini, che non potete ancora dare alcunché da parte vostra: a voi le mani del Bambino nella mangiatoia prendono la tenera vita prima ancora che sia propriamente cominciata; il modo migliore di impiegarla è quello di essere sacrificata per il Signore della vita. «Seguimi», così dicono le mani del Bambino, [...]

I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri. Così la via che si diparte da Betlemme procede inarrestabilmente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla croce. Quando la santissima Vergine presentò il Bambino al tempio, le fu predetto che la sua anima sarebbe stata trafitta da una spada, che quel bambino era posto per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di contraddizione. Era l'annuncio della passione, della lotta fra la luce e le tenebre che si era manifestata già attorno alla mangiatoia!

In alcuni anni la Candelora e la Settuagesima1, la celebrazione dell'incarnazione e la preparazione alla passione, cadono nello stesso giorno. Nella notte del peccato brilla la stella di Betlemme. Sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade l'ombra della croce. La luce si spegne nell'oscurità del venerdì santo, ma torna a brillare più luminosa, sole di misericordia, la mattina della risurrezione. Il Figlio incarnato di Dio pervenne attraverso la croce e la passione alla gloria della risurrezione. Ognuno di noi, tutta l'umanità perverrà col Figlio dell'uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria.


1
La Grande Quaresima dura quaranta giorni. Tuttavia, non è possibile passare da un regime spirituale e alimentare normale ad un regime austero qual'è quello che contraddistingue il periodo quaresimale. Per questo la Chiesa in Occidente e in Oriente ha collocato un periodo intermedio tra il tempo liturgico ordinario e quello quaresimale. È un tempo nel quale si comincia ad abituare dolcemente il corpo e lo spirito ad un regime più esigente. Tale tempo intermedio in Occidente era denominato "Tempo di Settuagesima" e si estendeva nelle tre settimane precedenti la Quaresima. La sua apparizione avvenne a partire dal IV-V secolo in concomitanza con il fiorire del monachesimo. Con il tempo, allentandosi la tensione penitenziale, tale periodo si è sempre più svuotato di significato fino a quando, con la riforma liturgica della Chiesa cattolica-romana (1967), è stato abolito.


 

Tutto il mondo è Betlemme
La Stampa, 24 dicembre 2005

Natività CaravaggioIl Natale è ormai una festa non riservata ai cristiani ma carica di una valenza antropologica. I valori della quotidianità, del tessuto della vita, le relazioni umane, l’amicizia, l’amore, la fraternità sono ormai legati a questo giorno al punto che anche là dove vi è contrapposizione tra credenti e non credenti, la festa rimane tale per tutti: magari, invece di “Buon Natale!” i non credenti si augurano un più generico “Buone Feste!”, ma il clima dell’incontro, della gioia, dell’intimità è da tutti condiviso. Il Natale è un’autentica occasione per riaccendere una speranza che riguarda l’umanità intera: in questo senso tutti noi sappiamo benissimo “cos’è” il Natale.

Eppure ciascuno di noi ne ha un’immagine personalissima, legata ai ricordi d’infanzia e ai tanti Natali vissuti, a volti e parole di persone amate, a consuetudini che ha voluto conservare o ricreare, e ciascuno cerca di viverlo ogni anno secondo quell’immagine. Del resto, il porre l’accento sull’uno o sull’altro degli aspetti del mistero dell’incarnazione risale fino alle origini stesse della festa. È almeno dal iv secolo che i cristiani il 25 dicembre fanno memoria della nascita di Gesù Cristo a Betlemme di Giudea: una data scelta perché in quel giorno il mondo romano celebrava e festeggiava il “sole invitto”, il sole che in quel giorno terminava il suo progressivo declinare all’orizzonte e ricominciava a salire in alto nel cielo, aumentando così la durata della luce offerta alla terra. La notte, che dal 24 giugno aveva sempre accresciuto le sue ore, cominciava ad arretrare davanti al sole vincitore che come un prode cresceva sull’orizzonte. E siccome per i cristiani Gesù il Messia è il “sole di giustizia”, la “luce vera”, fu naturale collocare in quel giorno di festa pagana la celebrazione della natività del loro Signore. D’altronde la venuta del Messia era già stata salutata da Israele e dai profeti come “venuta, apparizione della luce”, come “luce che risplende per quelli che stanno nelle tenebre”.

Questa inculturazione del cristianesimo non è stata facile e forse il Natale dei cristiani conservò, almeno per i più, qualcosa di pagano, di estraneo alla fede se papa Leone Magno nel v secolo doveva biasimare “quei cristiani che prima di entrare nella basilica di San Pietro dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore si volgono verso il sole e piegano il capo in suo onore”! La meditazione cristiana faceva di quella festa il giorno dell’incarnazione di Dio, il giorno in cui è avvenuto uno scambio: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio”.

Poi, nel secondo millennio, soprattutto in occidente, la meditazione del Natale si è progressivamente concentrata sul “bambino Gesù”, sulla sua umanità, sulla sua debolezza e sulla “novità ordinaria” costituita dal venire al mondo di un uomo: l’evento non fu più letto tanto come manifestazione, venuta di Dio, quanto come mistero della povertà, dell’umiltà, della debolezza di Dio. Francesco d’Assisi seppe interpretare bene questo aspetto, creando il presepe di Greccio: una stalla, una mangiatoia, Maria, Giuseppe e il neonato, un asino e un bue, i pastori venuti ad adorare il bambino su invito dei messaggeri di Dio. Il presepe è la riproposizione iconica o scultorea di quell’evento umile e povero che, se ci pensiamo bene, è tra i più umani e quotidiani: una donna che partorisce un figlio. Scena oggi più rara in occidente, e per lo più relegata negli ospedali, ma scena un tempo abituale anche nelle nostre famiglie... Sì, una nascita, un essere umano che viene al mondo, è di per sé qualcosa che nella sua normalità stupisce: emerge il “terzo”, appare il nuovo e lo si accoglie con gioia e con buona disposizione del cuore. È un evento di speranza: chi vi assiste, in particolare se ormai avanti negli anni, è abitato e consolato dal pensiero che il mondo va avanti, che la vita fiorisce e si moltiplica, che un futuro migliore è possibile: segno tangibile del nostro essere immessi in una catena di generazioni. Credo sia anche per questo che il presepe ha avuto tanta fortuna nell’occidente cattolico, ma anche tanta narrazione iconografica nell’oriente ortodosso.

Nel Nord invece, dove il sole non dà evidenti segni di vittoria nel gelido inverno, la festa è segnata da un albero, l’abete, evocazione dell’albero della vita: un albero che resta vivo e verde nel bianco della neve è il vincitore sul rigore del freddo nelle steppe brulle. Ecco allora l’albero vicino alle case e alle chiese o addirittura al loro interno, addobbato di colori e di luce, quasi obbligato a fiorire e risplendere al cuore della notte invernale.

Se il modo di percepire e celebrare il Natale è cambiato nei secoli, i mutamenti si sono fatti più rapidi in questi ultimi decenni, al punto che chi è anziano può misurarli nell’arco della sua stessa esistenza. Un tempo, negli anni dell’immediato dopoguerra e fino al boom economico, anni da me trascorsi nella campagna monferrina, il Natale era davvero la festa più importante dell’anno e non certo per i regali, allora tali per modo di dire e ben scarsi... Alcuni anni c’era qualcosa da donare ai figli, ma altre volte i genitori sconsolati dicevano con molta naturalezza che non c’era niente perché l’annata era stata cattiva. Quando c’erano, i regali erano frutta secca, cioccolatini, caramelle, il panettone oppure, se ci si scostava dai dolci, un quaderno più bello, una nuova penna, qualche matita colorata...

Eppure, si attendeva il Natale con ansia. All’inizio della novena si iniziava a raccogliere il muschio, a preparare il tavolo o l’angolo della casa dove allestire il presepe. Si tiravano fuori con cura dalla scatola imbottita di paglia le statuine e le si contemplava come se le si vedesse per la prima volta, poi si rispolverava qualche lampadina per illuminare la grotta e qualche anfratto del presepe. Noi bambini ci davamo da fare con un misto di eccitazione e di attenzione perché volevamo che il presepe diventasse una “nostra” opera. Si ricreava così attorno alla grotta una rappresentazione della vita del paese come la conoscevamo: la bottega del falegname, quella del fabbro e dello stagnino, il mulino, il gregge del pastore, e poi l’asino e il bue che furono i primi a rincuorare il neonato scaldandolo con il fiato. Sì, perché, così ci dicevano, quelle due bestie sono più intelligenti degli uomini: infatti, sentono l’erba crescere, mentre noi non siamo capaci di percepire i misteriosi mutamenti della natura... Insomma, era tutto il paese a essere rappresentato attorno alla grotta, come se fosse diventato per qualche giorno Betlemme, e questo messaggio si imprimeva in modo indelebile nel cuore: non si sarebbe mai cancellato, come gli eventi dell’infanzia vissuti con attesa, stupore, gioia.

Qualcuno, invece del presepe, addobbava l’albero, anche se questa usanza non era gradita al parroco, perché aveva un vago sapore “protestante”, e l’ecumenismo doveva ancora trovare spazio nella chiesa. Io li preparavo entrambi, l’uno accanto all’altro, e quando mi mancava il pino, piantavo in un vaso una scopa di saggina capovolta, la scompigliavo e la addobbavo di luci e palle colorate. Sì, nello stupore creativo di noi bambini anche la scopa, così umile e necessaria, a Natale conosceva il suo momento di gloria luminosa.

Ma ciò che faceva percepire a tutti la gioia del Natale erano i preparativi per il pranzo, anche nelle famiglie più povere: le pentole che bollivano con il cappone, le donne che si riunivano per preparare insieme i ravioli e predisporre le sette portate “canoniche”, indispensabili perché il pranzo fosse “il pranzo di Natale”, un unicum in tutto l’anno. Gli uomini invece cercavano il ceppo da mettere nel camino: non la solita legna, ma un ceppo nodoso e grande, che poteva durare dalla sera fino al ritorno dalla messa di mezzanotte, quando si rientrava a casa intirizziti dal freddo, perché la chiesa non era riscaldata e per molti il tragitto fino a casa era lungo... E a quella messa andavano tutti, anche quelli che durante l’anno non si facevano mai vedere in chiesa: l’umile semplicità del Figlio di Dio, che appariva come il figlio di una coppia di poveri in viaggio, inteneriva anche i cuori più duri.

Il parroco dal canto suo sapeva cogliere quell’opportunità unica, sapeva far valere la sua autorità che stava tutta in una parola franca, schietta, nel suo sapersi fare eco della buona notizia del Natale. Così, semplicemente, chiedeva a tutti di essere più buoni, di riconciliarsi con coloro con i quali si era in lite, di perdonare le offese: non chiedeva altro, perché nel suo sapiente discernimento sapeva che per quei contadini che uscivano dal paese solo per andare al mercato nella città vicina, ciò che condizionava la loro vita e la loro felicità, oltre al pane, la casa e il vestito, erano i rapporti quotidiani con gli altri: parenti, vicini conoscenti. Sì, pace, concordia, armonia erano capite così: la pace, quella che era sperimentata con il finire della guerra, era percepita come una “grazia”: “Questo non è più un Natale di guerra – si diceva – siamo contenti e ringraziamo Dio”, ma nella consapevolezza che quel tipo di pace non dipendeva da loro, ma dai potenti che decidevano le sorti della pace e della guerra. Mentre la pace quotidiana, l’armonia nella vita familiare e nei rapporti sociali, quella sì che dipendeva da ciascuno custodirla e farla vivere. Così il parroco non dedicava parole e pensieri ai grandi del mondo, ma esortava con voce accorata quelli che lo ascoltavano anche solo in quell’occasione affinché coltivassero durante tutto l’anno quel desiderio di armonia e concordia sperimentato nella notte di Natale.

Così, anche il Dio che a volte nelle parole del parroco era il Dio irato che mandava la grandine sulla vigna di quelli che lavoravano alla domenica o che bestemmiavano, tornava al suo volto autentico: un Dio buono, che capiva gli uomini e chiedeva loro solo di essere buoni, sull’esempio di suo Figlio, Gesù. E questa immagine di un Dio umanissimo riaccendeva la speranza di una vita migliore anche in quegli uomini rudi, che silenziosi si mettevano in fila come bambini per baciare il piedino di quella che era sì solo una statua, ma capace di rievocare tutta l’inerme innocenza di un neonato.

Oggi queste usanze, così legate a una vita contadina e a un mondo più semplice e più povero che in occidente non conosciamo più, sono scomparse, e i cristiani scoprono di non essere più “padroni” del Natale, una festa ormai strappata loro di mano. Tuttavia sta proprio a loro, con la loro “differenza” nel vivere il Natale, essere i custodi del senso profondo della festa e i testimoni della speranza che celebrano: “l’uomo è un animale chiamato a diventare Dio”. Sì, attraverso un’umanizzazione della loro vita, della vita con gli altri, della vita nella polis, i cristiani saranno più fedeli che mai alla loro identità mentre coloro che cristiani non sono potranno solo beneficiare del servizio per una migliore qualità della vita offerto dai cristiani. Non si celebra la venuta di Cristo nella carne contrapponendosi agli altri, mostrandosi angosciati e cinici e limitandosi a demonizzare quanti non vivono il Natale da cristiani perché non hanno la fede. “Non di tutti è la fede”, ci ricorda sempre l’apostolo Paolo, ma tra tutti è possibile tessere cammini di pace, di giustizia, di perdono, di ascolto reciproco.

Enzo Bianchi

Fonte originale

 

 

Natale: il giorno dello stupore
La Stampa, 24 dicembre 2004

Natività Filippo LippiAncora una volta è Natale: una festa che ancora oggi in occidente coinvolge in qualche modo tutti. Non che, come invece un tempo, l’intera società sia cristiana, ma Natale è pur sempre la memoria del Dio che si è fatto uomo, piccolo, alla nostra portata e quindi da un lato tutti possono accostarsi a lui ma, d’altro canto, tutti possono anche impossessarsene: non dimentichiamo che anche Erode voleva “andare ad adorare” il bambino nato a Betlemme… Siamo in un’epoca di tale indifferenza – anche perché la “differenza” cristiana non si vede più nel quotidiano – che tutti possono far festa a Natale: da chi si può rallegrare per le benefiche ricadute economiche a chi, come molti di quelli che un tempo si sarebbero definiti anticlericali, carica questa festa di significato culturale, facendone un insieme di usanze da gridare per dare tono alla “nostra” identità, occidentale e cristiana. Così vediamo alcuni aspetti esteriori del Natale ostentati come stemma, simbolo, emblema da opporre a quanti sono diversi per cultura o religione, così assistiamo al grottesco agitarsi di persone che rifiutano concretamente a qualsiasi coppia di immigrati una semplice mangiatoia, per poi brandire metaforicamente le figure del presepe come corpi contundenti contro i poveri e gli stranieri che in quelle statuine sono raffigurati.

Eppure Natale conserva intatti i suoi valori e le sue valenze, sia quelli più strettamente legati al mistero della fede, sia quelli maggiormente in sintonia con un ambiente socio-culturale che sta sì scomparendo dai nostri orizzonti, ma che ha dalla sua una grande forza evocatrice. Penso, per esempio, al mondo dei bambini, capaci ancora e sempre di attendere nel sogno e di accogliere nello stupore un evento festoso gratuito; penso al mondo rurale, quello della mia infanzia e adolescenza, ormai rarefatto da noi, ma ricco di elementi basilari che attraversano praticamente inalterati secoli e confini geografici, etnici e culturali; penso al messaggio degli angeli nella notte di Betlemme – “pace in terra agli umani, amati da Dio” – buona notizia che ridà vitalità a sentimenti nascosti, storditi o repressi nella competizione globale che ci travolge a tutti i livelli.

Per chi, come me, ha vissuto il Natale per tanti decenni e lo vive ancora oggi da credente non è facile accettare le derive cui accennavo sopra: non certo per la nostalgia di un passato che non ritorna, ma per la frustrazione del desiderio di un Natale autentico, vissuto seriamente, come mistero della fede che prende corpo in una realtà umanissima. Non posso non ricordare cos’era il Natale nella mia infanzia in un paesino del Monferrato: una festa che quando si profilava all’orizzonte era attesa non tanto per i regali – ben scarsi in quel difficile immediato dopoguerra… - ma per quell’aria di autenticità che portava con sé. Nell’imminenza del Natale, si misurava infatti la qualità dei rapporti con gli altri: amicizia o discordia, solidarietà o rottura in casa, tra parenti, con i vicini. E i preti allora a questo erano particolarmente attenti, e su questo ritornavano con insistenza nelle loro prediche: “tornate ad andare d’accordo, fate pace, lasciate da parte i rancori, riallacciate i contatti…”; impresa non certo facile, né si poteva pretendere che, automaticamente, il Natale portasse pace e dialogo, eppure quella festa era sentita come un’opportunità preziosa per riflettere sui rapporti umani quotidiani, sull’amicizia o sull’indifferenza o l’ostilità verso gli altri. Natale, capodanno, l’Epifania erano anche tra le rare occasioni di festa collettiva nei paesi e nelle borgate: nonostante il freddo ci si attardava per strada a scambiarsi auguri, si stava insieme attorno a un bicchiere di vino, chi lavorava lontano ritornava al paese, si approfittava dell’atmosfera per dissipare malintesi, per chiedere scusa senza sentirsi umiliati.

Simbolo di tutto questo clima – che oggi alcuni liquidano infastiditi come “buonismo” – era il ceppo, “el süc ‘d Nadal”, quel groviglio di tronco e radici tagliato alla base degli alberi che veniva lasciato seccare almeno un paio d’anni sotto il portico. Un ceppo grosso che la sera della vigilia di Natale veniva messo nel camino prima che tutti quanti andassero in chiesa per la messa di mezzanotte: ardendo lentamente avrebbe aspettato il ritorno dei padroni di casa a notte fonda e li avrebbe accolti con il suo tepore e la luce della brace per riscaldare un po’ i corpi infreddoliti assieme all’ultimo bicchiere prima di andare a letto. Quella notte anche gli uomini entravano in chiesa fin dall’inizio delle funzioni, non restavano fuori a chiacchierare per comparire solo dopo la predica – perché tanto la messa “valeva” se la si “prendeva” dal Credo in poi… No, quella notte tutti entravano subito per assistere allo “scoprimento” del Bambino sulla paglia, e non solo per il freddo e il buio: un semplice presepe, qualche candela accesa in più, due nastri colorati bastavano a evocare la bontà umana del Natale. Certo, Natale era innanzitutto la festa di chi si diceva cristiano, più o meno convinto, ma per tutti era il tempo della pace, della concordia, dell’amicizia ritrovata o da ritrovare. Questo era il grande desiderio e, infatti, se al ritorno dalla messa si trovava il ceppo che ardeva di un fuoco robusto si diceva: “buon segno, ci sarà pace in famiglia e con i vicini”; se invece faticava a bruciare ci si rammaricava: “eh, quest’anno non andrà tanto bene…”.

I cristiani, e forse è quello che oggi meno si riesce a far trasparire, cercavano di cogliere il senso del mistero della loro fede, di stupirsi di fronte a un Dio potente che erano soliti “temere” e che invece si mostrava loro in un bambino, in una condizione così semplice e comune per tante famiglie piene di bambini e che ben conoscevano la tenera fragilità di un parto nella povertà. Il Dio che benediceva e puniva, che premiava chi era buono e castigava chi non era fedele alla sua legge, quel Dio severo era in realtà un bambino fragile e indifeso, un infante che sorrideva da una culla di paglia attorniata da qualche luce e da strisce dorate. Chissà cosa davvero si riusciva a cogliere del mistero cristiano, così difficile a dirsi, così arduo da spiegare… Eppure, dopo la nascita di Gesù, Dio lo si può vedere in un uomo, Dio è ormai tra di noi, ha un volto, l’unico visibile dai nostri occhi, ed è quello di Gesù di Nazaret, un uomo come noi, ma così conforme a come Dio lo ha sempre desiderato che solo Dio stesso ha potuto darcelo quale suo racconto fedele, sua spiegazione autentica.

Dio si è fatto uomo, ma anche l’uomo è stato fatto Dio in quella nascita a Betlemme: questa è la buona notizia, il vangelo del Natale. E da questo non può che discendere la “pace” per l’umanità amata da Dio, che la tradizione latina ha chiamato “uomini di buona volontà”, persone disponibili al bene. Ecco Natale è la festa che i cristiani vivono nello stupore sempre rinnovato di accostarsi a un Dio che si è fatto uomo, prossimo a noi, che è venuto a stare in mezzo a noi, a condividere le nostre semplici vite, a soffrire delle nostre fatiche e a gioire delle nostre gioie. Proprio per questo Natale è anche la festa di quanti, anche senza riconoscere in quel figlio di un’umile coppia di Nazaret il figlio di Dio, perseguono vie di pace, di riconciliazione, di perdono per vivere insieme nella solidarietà e rendere così questo mondo migliore e più abitabile. “Uomini di buona volontà” sono quelli che non si abituano al male della guerra, del terrore, della violenza, quelli che non accettano di vedere nell’altro, nel diverso un nemico, quelli che non si sottraggono alle esigenze dell’amore e della comunione, quelli che senza ostentazione sanno perdonare e vorrebbero che il perdono non fosse solo una disposizione personale ma diventasse anche una prassi collettiva, politica. Sì, a Natale stringiamoci attorno a questi uomini e a queste donne di pace: ci scopriremo tutti più vicini tra noi e i cristiani vedranno il volto del loro Dio che si è fatto vicino all’umanità che ama.

Enzo Bianchi

Fonte originale


 

Natività attribuita a Lanfranco Giovanni

A Gesù che nasce

... che vive e regna nei secoli dei secoli,
ma muore ed è disprezzato,
minuto per minuto,
nella vita degli ultimi.


Caro Gesù,
voglio scrivere a te. Per tanti motivi. Prima di tutto, perché so che tu mi leggerai di sicuro e la mia lettera non rischierà di finire come le tue. Ce ne hai scritte tante, e sono tutte let­tere d'amore, ma noi non le abbiamo neppure aperte. Nel migliore dei casi, le abbiamo scorse frettolosamente e con aria annoiata.
Poi, perché so che tu non ti fermi a fare l'analisi estetica di ciò che ti dico. Tu vai sempre al nocciolo, o alla radice, e sei imbattibile a leggere sotto le righe. E anche stavolta, ne sono certo, sotto le righe sai scorgere il mio cuore gonfio di paure e di speranze, di preoccupazioni e di tenerezze.
Poi, perché tu rispondi sempre, e non passi mai nulla sotto silenzio. Non c'è volta che tu ti rifiuti di ricambiare il saluto o di accusare ricevuta. Con gli altri, lo sai, non sempre è così. Più che la «ricevuta», sembra che accusino «il colpo».
Ma, soprattutto, scrivo direttamente a te, perché so che a Natale ti incontrerai con tantissime persone che verranno a salutarti. Tu le conosci a una a una. Beato te, che le puoi chiamare tutte per nome. Io non ci riesco.
Dal momento, però, che passeranno a trovarti, se non nell'Eucaristia e nei sacramenti almeno nel presepe, perché non suggerisci loro, discretamente, che non te ne andrai più dalla terra e che, pur trovandoti altrove per i tuoi affari, hai un recapito fisso nella tua Chiesa, dove ti potranno incontrare ogni volta che lo vorranno?
E, a proposito di «recapito», non pensi che la tua Chiesa, il cui grembo hai deciso di abitare per sempre dopo aver abitato per nove mesi quello di tua Madre, abbia bisogno di qualche restauro?
Si tratterà, caro Signore, di restauri costosi, perché da ric­ca deve diventare povera, da superba deve divenire umile, da troppo sicura deve imparare a condividere le ansie e le incertezze degli uomini, da riserva per aristocratici deve divenire fontana del villaggio.
Chi è profano in certe faccende pensa che sia un restauro quasi senza spese, sotto costo, perché si tratta di ridurre invece che di accrescere. Invece io so che occorre uno di quegli stanziamenti fortissimi della tua grazia, perché, se no, non se ne farà nulla.
Visto che mi sono messo sulla strada delle «raccomandazioni», posso approfittare dell'amicizia per fartene qualche altra?
Aiuta me e tutti i miei fratelli sacerdoti a lasciarci condurre dallo Spirito, che è Spirito di libertà e non di soggezione, Spirito di giustizia e non di dominio, Spirito di comunione e non di rivalità, Spirito di servizio e non di potere, Spirito di fratellanza e non di parte.
Dona ai laici della nostra Chiesa la gioia di te, che fai «nuove» tutte le cose. Ispira in essi i brividi dei cominciamenti, le freschezze del mattino, l'intuito del futuro.
Esorcizza nelle nostre comunità la paura del vuoto, l'impressione che si campi solo sulle parole, il sospetto che, di ardito, amiamo solo le metafore.
Metti nel cuore di chi sta lontano una profonda nostalgia di te.
Asciuga le lacrime segrete di tanta gente, che non ha il coraggio di piangere davanti agli altri. Entra nelle case di chi è solo, di chi non attende nessuno, di chi a Natale non riceverà neppure una cartolina e, a mezzogiorno, non avrà com­mensali. Gonfia di speranze il cuore degli uomini, piatto come un otre disseccato dal sole.
Ricordati dei ragazzi dell'Istituto *** che non andranno a casa perché nessuno li vuole. Ricordati della famiglia *** che abita in via ***, a Molfetta, e sono otto in una stanza senza luce. Ricordati dei quattro vecchietti che dormono nelle celle di un ex convento a Ruvo, col cartone al posto dei vetri alla finestra. Ricordati di Giovanni che si droga e ogni tanto mi telefona di notte per dirmi che sta male. Ricordati di An­tonella lasciata dal marito. Ricordati di tutti i poveri e gli infelici, i cui nomi hanno trovato accoglienza sterile solo sulla mia agenda, ma non ancora nel mio impegno di vescovo, chia­mato a presiedere alla carità. Ricordati, Signore, di chi ha tutto, e non sa che farsene: perché gli manchi tu.
Buon Natale, fratello mio Gesù, che oltre a vivere e regnare per tutti i secoli dei secoli, muori e sei disprezzato, minuto per minuto, su tutta la faccia della terra, nella vita sfigurata degli ulti

Don Tonino Bello, Alla finestra la speranza, ed. Paoline, 1988

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A Maria e Giuseppe in cerca di alloggio

Una mangiatoia: che clinica
di lusso per il figlio di Dio!

Natività Lorenzo Lotto

Poiché mi dicono un po' tutti che, con la storia della gente senza casa, ho rotto l'anima all'intera città, ho deciso di interpellarvi come esperti, sicuro che almeno voi non direte che mi pongo un « falso problema ».
Vi spiego la frase tra virgolette, che non si usava ai vostri tempi. È una espressione tutta moderna che sta avendo fortuna. Anzi, pare che vogliano dare il premio Nobel a chi l'ha inventata. Quando, infatti, un problema o non lo si vuole affrontare, o si è incapaci di risolverlo, basta dichiararlo falso, e il gioco è fatto. Oggi molti problemi qui da noi li stiamo risolvendo così.
Ora, dicevo, voi che ve ne intendete, non potreste farmi sapere, a stretto giro di posta, il vostro parere personale sul problema degli sfrattati? Perché, se anche per voi è fal­so, son disposto ad archiviare la questione e a non parlarne più.
Dal momento che in questi giorni sono spesso in giro a inau­gurare capanne di Betlem, la risposta, se non vi dispiace, fatemela recapitare presso la famiglia *** che abita sulla provinciale Molfetta-Terlizzi in un tugurio di pochi metri quadrati tanto simile a quello dove nacque Gesù. Sono in otto persone. Qualcuno lo troverete sempre in casa (scusatemi: volevo dire « in grotta »).
A proposito di presepio, toglietemi una curiosità: ma quella del Natale ve la ricordate come la notte più bella o come la notte più amara della vostra vita?
Vero è che, con tutti quegli angeli che inondarono di luce e di canti la capanna di Betlem, la cosa andò a finir bene; ma ho l'impressione che ancora oggi, quando pensate a quell'avvenimento, un'ombra di mestizia attenui la vostra beatitudine del paradiso. Sì, perché, accanto alla « notte santa », c'è stata una lunghissima «notte empia» che voi avete vissuto nella paura e nel pianto, tenendovi per mano.
Quanti rifiuti, quante porte in faccia, quanto strozzinaggio.
Hanno chiesto pure a voi migliaia di sicli a fondo perduto? Vi hanno riso in faccia dichiarando che degli affitti a equo canone non sapevano che farsene? Hanno preso in giro pure voi dicendovi che le abitazioni a piano terra si concedevano solo per uffici, o per negozi, o magari (visto che tu, Giuseppe, eri del mestiere) per una esposizione di falegnameria?
Come si ripete la storia! Ora capisco perché l'evangelista Luca che ha descritto con tanti particolari la « notte santa » abbia usato una sola frase per dipingere la «notte empia »: lo deposero in una mangiatoia perché per loro non c'era posto.
Una mangiatoia: che clinica di lusso per il figlio di Dio!
Chiudo perché mi hanno chiamato a inaugurare un presepe. Ci saranno molte autorità e il vescovo non può mancare.
Ma ho paura che stasera lì, in quel presepe, voi, Maria e Giuseppe, non ci sarete. E neppure il bambino Gesù.
Chi sa, sarete forse sulla provinciale Molfetta-Terlizzi, nello sconnesso tugurio dove, dopo venti secoli di civiltà cristia­na, siete stati ridotti ancora una volta a trovare un rifugio di fortuna.
Ma, prima di lasciarvi, voglio implorare da voi per me, per le mie città, per gli uomini tutti, una enorme benedizione. Fateci riscoprire la gioia di donare.
Metteteci nell'anima una grande speranza. Cambiateci que­sto vecchio, arido cuore. Se ci date una mano, saremo ancora capaci di accoglienze generose.
E allora, nell'immensa «sala travaglio» del mondo, echeggerà il vagito di un bambino che sopravvanzerà l'urlo con­vulso della terra partoriente. E sul volto contratto di questa nostra antica giovanissima madre, puerpera dolce e disperata, splendida e violenta, un sorriso di indicibile tenerezza saluterà la nascita dell'«uomo nuovo». Fatto davvero a immagine del vostro Gesù.

Don Tonino Bello, Alla finestra la speranza, ed. Paoline, 1988


Andare a Betlem


Non solo il cielo dei nostri presepi,
ma anche quello della nostra anima
sarà libero di smog
e illuminato di stelle.

Natività Pier della Francesca

Vorrei essere per voi uno di quei pastori veglianti sul gregge, che nella notte del primo Natale, dopo l'apparizione degli angeli, alzò la voce e disse ai compagni: « Andiamo fino a Betlem, e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere ».
Andiamo fino a Betlem. Il viaggio è lungo, lo so. Molto più lungo di quanto non sia stato per i pastori. Ai quali ba­stò abbassarsi sulle orecchie avvampate dalla brace il copricapo di lana, allacciarsi alle gambe i velli di pecora, impugnare il vincastro e scendere giù per le gole di Giudea, lungo i sentieri odorosi di sterco e profumati di menta. Per noi ci vuole molto più che una mezz'ora di strada. Dobbiamo attraversare venti secoli di storia. Dobbiamo valicare il pendio di una civiltà che, pur qualificandosi cristiana, stenta a trovare l'antico tratturo che la congiunge alla sua ricchissima sorgente: la capanna povera di Gesù.
Andiamo fino a Betlem. Il viaggio è faticoso, lo so. Molto più faticoso di quanto non sia stato per i pastori. I quali, in fondo, non dovettero lasciare altro che le ceneri del bivacco, le pecore ruminanti tra i dirupi dei monti, e la sonnolenza delle nenie accordate sui rozzi flauti d'Oriente. Noi, invece, dobbiamo abbandonare i recinti di cento sicurezze, i calcoli smaliziati della nostra sufficienza, le lusinghe di raffinatissimi
patrimoni culturali, la superbia delle nostre conquiste... per andare a trovare che? «Un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia ».
Andiamo fino a Betlem. Il viaggio è difficile, lo so. Molto più difficile di quanto non sia stato per i pastori. Ai quali, perché si mettessero in cammino, bastarono il canto delle schiere celesti e la luce da cui furono avvolti. Per noi, disperatamente in cerca di pace, ma disorientati da sussurri e grida che annunziano salvatori da tutte le parti, e costretti ad avanzare a tentoni nelle circospezioni di infiniti egoismi, ogni passo verso Betlem sembra un salto nel buio.
Andiamo fino a Betlem. È un viaggio lungo, faticoso, difficile, lo so. Ma questo, che dobbiamo compiere «all'indietro », è l'unico viaggio che può farci andare « avanti » sulla strada della felicità. Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita, e che cerchiamo di tradurre col linguaggio dei presepi, in cui la limpidezza dei ruscelli, o il verde intenso del muschio, o i fiocchi di neve sugli abeti sono divenuti frammenti simbolici che imprigionano non si sa bene se le nostre nostalgie di trasparenze perdute, o i sogni di un futuro riscattato dall'ipoteca della morte.
Andiamo fino a Betlem, come i pastori. L'importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di avere sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangia­toia della povertà sono divenuti i simboli nuovi dell'onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.
Mettiamoci in cammino, senza paura. Il Natale di quest'anno ci farà trovare Gesù e, con lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell'essenziale, il
sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell'impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte, e illuminato di stelle.
E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

Don Tonino Bello, Alla finestra la speranza, ed. Paoline, 1988


Buon Natale, tanti auguri... scomodi
Mons. Tonino Bello


Non obbedirei al mio dovere di Vescovo, se vi dicessi "Buon Natale" senza darvi disturbo.
Io, invece, vi voglio infastidire.
Non posso, infatti, sopportare l'idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla "routine" di calendario. Mi lusinga, addirittura, l'ipotesi che qualcuno li possa respingere al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora!
Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali. E vi conceda la forza di inventarvi un'esistenza carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.
Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la carriera diventa idolo della vostra vita; il sorpasso, progetto dei vostri giorni; la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla ove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che lo sterco degli uomini o il bidone della spazzatura o l'inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.
Giuseppe, che nell'affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli che annunziano la pace portino guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che, poco più lontano di una spanna con l'aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfrutta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano i popoli allo sterminio per fame.
I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell'oscurità e la città dorme nell'indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere "una gran luce", dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano. Che i ritardi dell'edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
I pastori che vegliano nella notte, "facendo la guardia al gregge" e scrutando l'aurora, vi diano il senso della storia, l'ebbrezza delle attese, il gaudio dell'abbandono in Dio. E poi vi ispirino un desiderio profondo di vivere poveri: che poi è l'unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Monsignor Antonio Bello nasce ad Alessano in provincia di Lecce il 18 marzo 1935. E' ordinato sacerdote nel 1957 e il 10 agosto 1982 viene eletto vescovo della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi (Ba) dal 1982 fino alla sua morte prematura a causa di un tumore il 20 aprile 1993.
Amava definirsi il "vescovo con il grembiule" alludendo a quel gesto di amore servizievole che Gesù mostrò la sera del Giovedì santo lavando i piedi ai suoi discepoli; la sua vita fu tutta protesa al bisogno dei fratelli.
Il suo palazzo vescovile ospitava chiunque bussasse alla sua porta e con la sua vecchia utilitaria lo si poteva incontrare nei quartieri più poveri di Molfetta aiutando chiunque avesse bisogno.


LETTERA DI NATALE
 
Quando a uno si dice: guarda che hai un cancro, bello bello, seduto nel centro del ventre come un re sul trono, allora costui - se cerca di avere fede - fa una cosa prima di altre: comincia ad elencare ciò che conta e ciò che non conta; e cercherà di dire, con ancora più libertà di sempre, quanto si sente in dovere di dire, affinché non si appesantiscano ancor di più le sue responsabilità.
E continuerà a dirsi: la Provvidenza mi lascia ancora questo tempo e io non rendo testimonianza alla verità!
E’ dunque per queste ragioni, caro Gesù, che mi sono deciso a scriverti in questo Natale.
Non credo proprio per nulla ai nostri Natali: anzi penso che sia una profanazione di ciò che veramente il Natale significa.
Costellazioni di luminarie impazzano per città e paesi fino ad impedire la vista del cielo. Sono città senza cielo le nostre. Da molto tempo ormai!
E’ un mondo senza infanzia. Siamo tutti vecchi e storditi. Da noi non nasce più nessuno: non ci sono più bambini fra noi. Siamo tutti stanchi: tutta l’Europa è stanca: un mondo intero di bianchi, vecchi e stanchi.
Il solo bambino delle nostre case saresti tu, Gesù , ma sei un bambino di gesso!
Nulla più triste dei nostri presepi: in questo mondo dove nessuno più attende nessuno.
L’occidente non attende più nessuno, e tanto meno te: intendo il Gesù vero, quello che realmente non troverebbe un alloggio ad accoglierlo. Perché, per te, vero Uomo Dio, cioè per il Cristo vero, quello dei “beati voi poveri e guai a voi ricchi”; quello che dice “beati coloro che hanno fame e sete di giustizia ..”, per te, Gesù vero, non c’è posto nelle nostre case, nei nostri palazzi, neppure in certe chiese, anche se le tue insegne pendono da tutte le pareti...
Di te abbiamo fatto un Cristo innocuo: che non faccia male e non disturbi; un Cristo riscaldato; uno che sia secondo i gusti dominanti; divenuto proprietà di tutta una borghesia bianca e consumista.
Un Cristo appena ornamentale. Non un segno di cercare oltre, un segno che almeno una chiesa creda che attendiamo ancora…
Eppure tu vieni, Gesù; tu non puoi non venire…Vieni sempre, Gesù. E vieni per conto tuo, vieni perché vuoi venire. E’ così la legge dell’amore. E vieni non solo là dove fiorisce ancora un’umanità silenziosa e desolata, dove ci sono ancora bimbi che nascono; dove non si ammazza e non si esclude nessuno, pur nel poco che uno possiede, e insieme si divide il pane.
Ma vieni anche fra noi, nelle nostre case così ingombre di cose inutili e così spiritualmente squallide.
Vieni anche nella casa del ricco, come sei entrato un giorno nella casa di Zaccheo, che pure era un corrotto della ricchezza. Vieni come vita nuova,  come il vino nuovo che fa esplodere i vecchi otri.
Convinto di queste cose e certo che tu comunque non ci abbandoni, così mi sono messo a cantare un giorno:

Vieni di notte,
ma nel nostro cuore è sempre notte:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in silenzio,
noi non sappiamo più cosa dirci:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni in solitudine,
ma ognuno di noi è sempre più solo:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni , figlio della pace,
noi ignoriamo cosa sia la pace:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni a consolarci,
noi siamo sempre più tristi:
e dunque vieni sempre , Signore.
Vieni a cercarci,
noi siamo sempre più perduti:
e dunque vieni sempre, Signore.
Vieni tu che ci ami:
nessuno è in comunione col fratello
se prima non è con te, Signore.
Noi siamo tutti lontani, smarriti,
né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo.
Vieni, Signore.
Vieni sempre, Signore.

David Maria Turoldo

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