"C'era
una volta una grande montagna così orgogliosa della propria
durezza che spesso cercava di scrollarsi di dosso tutte quelle parti di
roccia meno dure e più friabili che, a suo parere, le
facevano
fare brutta figura. La grande montagna non accettava quelle parti di
sé perché l'avrebbero fatta apparire debole e
perdente di
fronte al vento, al sole, alla pioggia e al freddo (che ingrossava le
sacche d'acqua penetrata nelle crepe, trasformandole in ghiaccio e
deturpando le sue maestose pareti). La grande montagna si scrollava
spesso di quei pezzi di roccia perché voleva apparire forte,
tutta d'un pezzo, insomma, senza crepe.
Fra tutti i pezzi di roccia ve
n'era uno,
però, che
la grande montagna non riusciva a staccare da sé,
poiché
era un pezzo abbastanza grosso. Il suo nome era
«Frib»
(l'abbreviazione di «Friabile»). La grande montagna
litigava spesso con questo pezzo di roccia, rimproverandolo aspramente:
«Frib! Qui non c'è posto per te perché
tu sei
perdente! Le alte vette dei monti sono per i duri e per i migliori. Il
tuo posto è giù, a valle!».
Così il pezzo di
roccia, che non rispondeva mai (perché gli avevano insegnato
che
non bisogna mai controbattere i più grandi) si sentiva
umiliato
e sempre più inutile. Quotidianamente vedeva frantumarsi il
suo
sogno di sempre: diventare la punta di un'alta montagna per poter
toccare almeno una di quelle attraenti ed affascinanti luci che ogni
sera, all'imbrunire, cominciano ad accendersi nel cielo.
Un giorno la montagna, ormai
stufa anche di
lamentarsi,
provocando una forte scossa, riuscì a scrollarsi di dosso il
pezzo di roccia Frib che, nel dispiacere più grande, si
ritrovò giù, a valle. Ormai le luci del cielo
erano
ancora più piccole e più irraggiungibili di prima.
Fra tutte le stelle del cielo
ve n'era una con cui
Frib
dialogava spesso. Anch'essa non era benvoluta poiché era la
più piccola e la meno luminosa del cielo e
perciò, a
parere delle altre stelle, era la meno osservata ed apprezzata anche
dagli uomini. Il suo nome era «Lucina» (per via
delta
piccola luce che trasmetteva). Il grande sogno di questa stella era di
non restare sempre allo stesso punto, ma di poter viaggiare nel cielo e
di accorciare le distanze con il suo amico Frib.
Col passare del tempo, il
vento, la pioggia e le
intemperie
varie colpirono Frib, aprendogli un varco sulla facciata anteriore e
corrodendo il suo interno. La roccia Frib si sentiva peggio di prima
perché ora provava un grande senso di vuoto interiore: era
diventato ormai una grotta!
Un bel giorno la stella polare
(capo delle stelle)
convocò tutte le stelle dei cielo chiedendo la
disponibilità di una di esse per una missione assai
pericolosa,
ma molto importante: illuminare il cielo consumandosi, per trasmettere
un messaggio agli uomini. Le stelle più belle, le
più
grandi e le più coraggiose fecero silenzio: erano troppo
orgogliose per consumarsi nel cielo. Così, dal silenzio, si
fece
avanti una voce piccina: era la piccola stella Lucina che si offriva
volontaria.
La notte seguente la piccola
stella
cominciò a
muoversi, con sua grande meraviglia, lasciando dietro di sé
una
lunga scia luminosa. Lucina si sentiva consumare, ma era felicissima
perché si muoveva proprio in direzione del suo amico Frib.
Pur
essendo la più piccola delle stelle, Lucina stava dando una
lezione di vita e di grande coraggio a tutte le altre: adesso era una
cometa e gli occhi di tutto il mondo erano su di lei. Nel frattempo
Frib vide una famiglia in cerca di rifugio e la sua gioia fu
grandissima quando questa piccola famiglia, oltre ad aver trovato
rifugio da lui, diede alla luce un bambino. Il pezzo di roccia inutile
e svuotato, perché friabile, era diventato una casa
accogliente
ed importante per la vita di quella famiglia.
Molti pastori e gente povera
venne ad inchinarsi di
fronte a quel bambino: era il Figlio di Dio!
Il pezzo di roccia era
diventato la casa di Dio e la
piccola stella la strada per incontrarlo.
Nella vita, solo chi mette da
parte il proprio
orgoglio e sa
essere umile può accogliere davvero il «Dio che
viene», come la grotta, ed indicarlo presente nei mondo, come
la
piccola stella."
(da "La
Grotta e La Stella",
ELLEDICI)
Racconti di
Natale: RACCONTO DI
NATALE
di Dino Buzzati
Tetro e ogivale è l'antico
palazzo dei
vescovi,
stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle
notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a
girarla
tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle
e
sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune
pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale
- ci si
domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la
città è in festa? Come potrà vincere
la
malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e
pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a
sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il
compagno
di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina.
Come farà l'arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino,
segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così.
L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel
mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi
far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha
neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di
Natale
Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano
letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur
mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce
bianche si
risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi
dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei
confessionali.
Così, quella sera il Duomo;
traboccante di
Dio. E
benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si
tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l'inginocchiatoio del
presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata
di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri,
udì
battere a una porta. "Chi bussa alle porte del Duomo" si chiese don
Valentino "la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che
smania li ha presi?" Pur dicendosi così andò ad
aprire e
con una folata divento entrò un poverello in cenci.
"Che quantità di Dio! " esclamò
sorridendo
costui guardandosi intorno- "Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori.
Monsignore, non me ne potrebbe
lasciare un pochino?
Pensi, è la sera di Natale. "
"E' di sua eccellenza
l'arcivescovo" rispose il prete.
"Serve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa già la
vita
di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi
io non sono mai stato monsignore."
"Neanche un pochino, reverendo?
Ce n'è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!"
"Ti ho detto di no... Puoi
andare... Il Duomo
è
chiuso al pubblico" e congedò il poverello con un biglietto
da
cinque lire.
Ma come il disgraziato uscì
dalla chiesa,
nello
stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava
intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c'era neppure
lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue,
baldacchini,
altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e
potente, era diventato all'improvviso inospitale e
sinistro. E tra un paio d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso.
Con orgasmo don Valentino
socchiuse una delle porte
esterne,
guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse
Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese
giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino
bestemmie. Non campane, non canti.
Don Valentino uscì nella notte,
se
n'andò per
le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui
però
sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la
famiglia
amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l'un
l'altro e intorno ad essi c'era un poco di Dio.
"Buon Natale, reverendo" disse
il capofamiglia. "Vuol
favorire?"
"Ho fretta, amici" rispose lui.
"Per una mia
sbadataggine
Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare.
Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne
avete un assoluto bisogno."
"Caro il mio don Valentino"
fece il capofamiglia. "Lei
dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei
figli
dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino."
E nell'attimo stesso che l'uomo
diceva così
Iddio
sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e
il
cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.
Via di nuovo allora, nella
notte, lungo le strade
deserte.
Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte
della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio,
biancheggiando
un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di
gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in
ginocchio.
"Ma che cosa fa, reverendo?"
gli domandò un
contadino. "Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?"
"Guarda laggiù figliolo. Non
vedi?"
Il contadino guardò senza
stupore.
"È nostro" disse. "Ogni Natale viene a benedire i nostri
campi."
" Senti " disse il prete. "Non
me ne potresti dare un
poco?
In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote.
Lasciamene un pochino che l'arcivescovo possa almeno fare un Natale
decente."
"Ma neanche per idea, caro il
mio reverendo! Chi sa
che
schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa
vostra.
Arrangiatevi."
"Si è peccato, sicuro. E chi
non pecca? Ma
puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di
sì."
"Ne ho abbastanza di salvare la
mia!"
ridacchiò il
contadino, e nell'attimo stesso che lo diceva, Iddio si
sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.
Andò ancora più lontano,
cercando. Dio pareva
farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva
cederlo (ma nell'atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva,
allontanandosi progressivamente).
Ecco quindi don Valentino ai
limiti di una vastissima
landa,
e in fondo, proprio all'orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una
nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve.
"Aspettami, o Signore " supplicava "per colpa mia l'arcivescovo
è rimasto solo, e stasera è Natale!"
Aveva i piedi gelati, si
incamminò nella
nebbia,
affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso.
Quanto avrebbe resistito?
Finché udì un coro disteso e
patetico, voci
d'angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una
porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi
lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.
"Fratello" gemette don
Valentino, al limite delle
forze,
irto di ghiaccioli "abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per
colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un
poco,
ti prego."
Lentamente si voltò colui che
stava
pregando. E don
Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora
più pallido.
"Buon Natale a te, don
Valentino" esclamò
l'arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. "Benedetto
ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei
andato a cercar fuori in questa notte da lupi?"
Racconti di Natale: IL VIAGGIO DEL QUARTO RE
UNA LEGGENDA PER RIFLETTERE
SUL NATALE
Nei
giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a
Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti
della
Persia, un certo Artabano.
Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la
fronte da sognatore e la bocca da soldato Io rivelavano uomo sensibile
ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla
ricerca
di qualcosa.
Artabano apparteneva all'antica casta sacerdotale dei Magi, detti
adoratori del fuoco.
Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro,
più o meno, questo discorso:
«I miei tre compagni tra i Magi — Gaspare,
Melchiorre e
Baldassarre — e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole
della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest'anno.
Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha
brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei
fratelli
stanno vegliando nell'antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in
Babilonia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo,
tra
dieci giorni partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il
Promesso, che nascerà Re d'Israele. Credo che il segno
verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia
casa
e i miei beni, e ho acquistato questi gioielli — uno zaffiro,
un
rubino e una perla — da portare in dono al Re. E chiedo a voi
di
venire con me in pellegrinaggio, affinché possiamo trovare
insieme il Principe».
Così dicendo, trasse da una piega recondita della cintura
tre
grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era blu
come
un frammento di cielo notturno, una più rossa di un raggio
del
tramonto, una candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno.
Ma un velo di dubbio e diffidenza calò sui volti dei suoi
amici,
come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli.
«Artabano, questo è solo un sogno»,
disse uno. E tutti se ne andarono.
Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa.
Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la
stella dell'annuncio.
«Salvami»
Djemal, il più veloce e resistente dei dromedari di
Artabano,
divorava la sabbia dei deserti con le sue lunghe zampe. Artabano doveva
calcolare bene i tempi per giungere all'appuntamento con gli altri
Magi. Passò lungo i pendii del monte Orontes, scavati
dall'alveo
roccioso di cento torrenti. Percorse le pianure dei Nisseni, dove i
famosi branchi di cavalli scuotevano la testa all'avvicinarsi di
Djemal, e si allontanavano al galoppo in un tuonare di zoccoli.
Varcò molti passi gelidi e desolati, arrancando penosamente
fra
i crinali flagellati dal vento; si addentrò in gole buie,
seguendo la traccia ruggente del fiume che le aveva scavate.
Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando, in un
boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada.
Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della
febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della
morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si
fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli
ricordava suo padre. Lo portò in un albergo e chiese
all'albergatore di avere cura del vecchio e ospitarlo per il resto dei
suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.
Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava Djemal che
volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza
aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere
l'appuntamento con il Grande Re.
Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si
innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All'improvviso
udì
delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò
giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano
una
giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada,
ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.
La ragazza notò l'aureo cerchio alato che aveva al petto. Si
svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si
gettò ai
suoi piedi. «Abbi pietà» gli
gridò «e
salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è
morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare
così i suoi debiti. Salvami!».
Artabano tremò, ma mise la mano nella cintura e con il
rubino
acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli
baciò le mani e fuggì verso le montagne con la
rapidità di un capriolo.
Le mani vuote
Intanto Gasparre, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stalla
dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù.
I tre santi re si prostrarono davanti al bambino e presentarono i loro
doni.
Gasparre aveva portato un magnifico calice d'oro.
Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato
incenso.
Baldassarre presentò la preziosa mirra.
Il bambino guardò i doni, serio serio.

Artabano correva e correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle
case
si levavano pianti e fiamme, e l'aria tremava come trema nel deserto. I
soldati dalle spade insanguinate, eseguendo gli ordini di Erode,
uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino a una
casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una
gamba. Il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva:
«Ora
lo lascio, ed egli cadrà nel fuoco... farà un
buon
arrosto! ». La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro,
Artabano prese l'ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla
più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato
perché restituisse il figlio alla madre. Così fu.
Ella
ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.
Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si
nascondevano
il bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a fuggire e
il bambino era sulle ginocchia di sua madre. Ella lo cullava
teneramente cantando una dolce ninna nanna.
Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la
fronte
al suolo. Non osava alzare gli occhi, perché non aveva
portato
doni per il Re dei Re. «Signore, le mie mani sono vuote.
Perdonami...», sussurrò.
Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva?
No, il bambino non dormiva.
Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva,
tese
le manine verso le mani vuote del re e sorrise.
Liberamente
tratto da
BRUNO FERRERO, Tutte storie, ed. LDC, pg 78-83.
Racconti di Natale: Storia
meravigliosa e insolita dei tre Re Magi
Quel
che accadde dopo Betlemme:una
versione armena
di GEMINELLO ALVI
Gasparre
era nero e robusto come i duri tronchi odorosi della foresta". E quel
manoscritto armeno, che Giovanni Crisostomo non prese sul serio, (P.G.
LVI), pretende pure ch'egli "con un braccio avesse la forza di
sollevare un cammello". Ma anche lui obbedì al sogno, e il
giorno dopo la prima epifania fuggì da Betlemme, assieme a
Melchiorre, bianco e "coi capelli colore di zolfo" e a Balthasar, mago
e re degli arabi. Perché altrimenti Erode li avrebbe uccisi.
Non
rifecero la strada dell'andata. Passarono per Beersheba, per poi girare
ad Oriente attraverso la terra di Moab. E così per due mesi
sui
cammelli, varcarono fiumi e deserti. Era in loro, scrive Jelme
l'armeno, "la vastità del cielo di quella notte che faceva
ruotare nel loro cuore le armonie dei pianeti e delle stelle". Ed
andavano così, storditi, da quello che avevano visto in
terra e
in cielo. Secondo i maghi dei Farsi, chiunque nasca in terra ha il suo
doppio in cielo. Ma mai prima nessuno dei tre re magi aveva visto un
cielo tanto pieno di pace come sopra il bambino di Betlemme. Esso
"aveva scavato il loro torace come una miniera e l'aveva lasciati nell'
abisso, accecati di luce". Dopo tre mesi e tre notti arrivarono
all'Eufrate, dove si separarono. Melchiorre andò a Nord,
Balthasar ad Occidente; il terzo re Gasparre mosse la sua carovana
verso Oriente.
Occorsero altri sette mesi perché il re nero, arrivasse coi
suoi
a quel fiume Indo dov' era il suo regno; e dove ritrovò i
suoi
figli, le mogli e i suoi fidi. Vi regnò con saggezza per
altri
dieci anni. Finché all'undicesimo anno, Larvanbad, feroce re
del
Turan, invase il suo regno e gli dichiarò guerra. L'elefante
di
Gasparre in battaglia aveva le unghie ricoperte di avorio, e redini di
seta ed oro. Sopra di lui Gasparre guidò la carica del suo
esercito. Sentì l'ebbrezza del coraggio. E al tramonto
quando
emerse con la spada da una collina di lance e di cadaveri, i suoi
capitani gli dissero che l'esercito nemico era vinto, e Larvanbad in
catene. Era costui orrendo nel suo viso purulento e nato da una strega,
malvagio e infido come lo scorpione. E muoveva la testa a scatti come
un insetto urlando, mentre il boia si preparava a tagliargliela. Il re
Gasparre, ancora più alto sul suo trono, tuttavia, senza il
ribrezzo degli altri, l'osservava. Fu la stanchezza di tanto sangue,
oppure un arbitrio che il nero re si prese, o fu, come scrive la
cronaca armena, l'inattesa memoria della notte d'undici anni prima?
Gasparre contro ogni ragione graziò Larvanbad. Ma, come se
lo
sapesse prima, il re di Turan, rise e saltò a cavallo.
Riarmò un altro più potente esercito. E neppure
la forza
di Gasparre bastò stavolta a vincerlo. Gasparre, vide in
catene
i figli e torturati i suoi fidi, e il suo regno perduto. Da solo senza
più un braccio fuggì a cavallo verso Occidente e
non si
fermò prima d' aver raggiunto la Arabia dove regnava
Balthasar.
E dove restò suo ospite ben undici anni.
Balthasar era re e mago. Le sue
arti potevano spostare
i
castelli e le montagne dove riposavano i castelli. Nei riflessi verdi
del fondo mare arabico persino i pesci gli obbedivano. Il suo regno
abbondava di fonti e le fonti del suo palazzo colavano un'acqua che
risanava ogni male e faceva rifiorire di palme e siepi odorose il
deserto. Ma per tanta armonia, v'era una legge da obbedire. Tante magie
gli erano state concesse da suo padre il mago Gushnasaph in cambio d'
un giuramento. "Prometti" pretese il padre "che mai userai la magia che
io ti concedo per vedere il tuo angelo". Balthasar promise. Ma una
notte non resistette. Disegnò un pentagramma, si
circondò
d'un cerchio, evocò, nel buio senza luna, il nome del suo
angelo. Apparve una giovane che aveva gli occhi color turchese, capelli
neri come la seta della Cina e braccia bianche come ali di colomba. Se
ne lasciò abbracciare. Le s'addormentò accanto.
Riunito
in amore alla sua anima. Jelme l'armeno commenta che solo "Adamo ed Eva
s'abbracciarono come loro nel sonno". L'indomani si svegliò.
L'angelo era scomparso. Il suo castello non era più sul
golfo
del mare d'Arabia, ma su una brulla montagna. I pesci si ribellarono ai
pescatori del suo regno e non si fecero più pescare, tutte
le
fonti non diedero più acqua. Il regno d'Arabia insorse
contro
Balthasar e nominò re il suo visir. Balthasar e Gasparre,
unico
suo amico rimasto dovettero fuggire. Diressero verso la stella
dell'Orsa, a settentrione dove ancora regnava Melchiorre.
Il regno di Melchiorre era
prospero. Abbondava di
terre
feraci, e schiavi. Non v'erano guerre, i nobili del regno avevano tutti
quanto potevano desiderare, e il ventre della terra offriva i suoi
frutti e tutto abbondava. Ma almeno una volta all'anno Melchiorre
doveva prestarsi a una certa prova. Sul piatto di un'enorme bilancia
veniva accumulato tutto l'oro pagato dai suoi sudditi in tasse, e lui
doveva salire sull'altro piatto e col suo solo peso mettere in
equilibrio i due piatti. La meraviglia inspiegabile gli riusciva ogni
volta e ogni volta un settimo dell'oro era donato ai poveri. Anche
quell'anno il piatto della bilancia fu colmato da un cumulo enorme, e
Melchiorre salì sull'altro piatto. Ma restò in
alto. I
due piatti non si equilibrarono. Il piatto con l'oro non
s'abbassò di un'unghia, neppure quando con lui salirono
Balthasar e Gasparre. Dal miracolo mancato i nobili dedussero che
Melchiorre non era più re per grazia divina. Gli si
rivoltarono
contro e lo maledissero. E i poveri? I poveri, dice il melanconico
papiro armeno, non difesero il re dai nobili.
E così
anche
Melchiorre fu cacciato
dal suo regno e con lui Balthasar e Gasparre. Vagarono mendicanti per
le montagne e mari del non si sa dove. E così girerebbero
miserrimi ancora; se una notte non avessero rivisto la stella di
trentatré anni prima. La seguirono e arrivarono davanti a un
deserto. Vi si inoltrarono senz'acqua; ma al centro d' esso c'era un
lago, e dal lago s' ergeva un castello. Melchiorre ne aprì
la
porta, ed essa divenne tutta d'oro, sorrise e morì. Ma dove
morì crebbe un albero sempreverde. Fu Baldassare che poi
salì le grandi scale del castello e in cima ad esse vide la
giovane che l'aveva una volta abbracciato. Assieme per magia i loro
corpi si confusero in acqua, e divennero una fonte. Restò
solo
l'infantile Gasparre che dei tre re era il più giovane. Con
un
braccio sotto l'albero pescò i pesci che erano nella fonte.
Pesci che non muoiono, e volano anzi come uccelli. Dalle mura del
castello, "li fece piovere pure sull' apostolo Tommaso". E in quel
castello di pesci santi e volanti, Gasparre è restato ancora
a
pescare: parla degli altri due re magi, e sempre racconta a memoria la
loro storia.
La
Repubblica, 5-1-2000, Pagina
36