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La Festa del Natale

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RACCONTI DI NATALE

punto elenco Racconto di Natale (Antonio Greppi) NEW - aggiunto il 13.12.2006

La picccola fiammiferaia (Hans Christian Andersen)

Cantico di Natale di Charles Dickens Link esterno

Racconto di Natale 2004  

La Grotta e La Stella

Racconto di Natale (Dino Buzzati)

Il viaggio del quarto re (Bruno Ferrero)

Storia meravigliosa e insolita dei tre Re Magi

 


 

Racconti di Natale: STORIA DI NATALE
di Antonio Greppi


E’ una storia che raccontavano al mio paese quando non era ancora città.Angera
Angera, sul Lago Maggiore: ne sapete qualche cosa?
Un viale lungo con tante piante allineate bene, una grande piazza, e in alto la Rocca.
Aveva fama nel Medio Evo di essere la patria delle favole.
E anche dopo, per la verità, la sua gente non si è stancata di raccontarne.
Ma questa potrebbe essere, chissà, una storia vera.
Tale, almeno, era per la mia nonna che, vecchia di oltre settant’anni, ancora se ne commoveva davanti a quel grande camino con gli alari di bronzo, la sera della Vigilia.
«Un invernaccio – diceva – con la neve a mezzo dicembre e i passeri a battere il becco, intirizziti, contro i vetri delle finestre».
Come gli altri anni, il prete aveva annunciato dal pulpito la Messa di mezzanotte.
E avessero tanto buon senso, i genitori, da mandare a letto per qualche ora i ragazzi prima di sera per non vederli sonnecchiare sui banchi al suono della piva.
Si era intorno alla metà dell’Ottocento e la politica non la faceva ancora nessuno.
Però c’erano almeno cento poveri ogni tre ricchi e quelli avevano l’abitudine di togliersi il cappello, questi no.
Pregiudizi, d’accordo; ma nemmeno loro lo sapevano.
Diceva la mia nonna, facendo le sopracciglia ad accento circonflesso, che saranno state le dieci su per giù.
E qui una pausa che non finiva mai.
«E allora?».
Allora si videro due ombra comparire all’angolo della strada della Rossa.
Poi si fecero avanti un uomo e una donna e sembravano incerti come tutti quelli che capitano in un paese per la prima volta, di notte.
Male rinfagottati tutti e due, non sarebbe stato possibile indovinare la loro età.
Lui aveva la barba scura con un ciuffo bianco sul mento; lei la chioma bruna spartita sulla fronte.
Avevano l’aspetto di due mendicanti e forse non sapevano nemmeno che era la notte di Natale.
Lui aveva il passo pesante di stanchezza; lei, invece, un poco zoppicava.
«Ecco una locanda!», disse lui, finalmente. «Le Due Spade».
L’insegna era piccola, sul balcone, e fortuna che l’avesse svelata il chiaro di luna.
Bussarono tutti e due insieme, ma lei si trasse subito indietro e aspettava che si accendesse la finestra.
«Cosa volete?», domandò qualcuno, affacciandosi col malumore di chi dormiva in santa pace.
«Veniamo per l’alloggio», spiegò l’uomo e la sua voce si scusava del disturbo.
«Niente da fare; le stanze sono tutte occupate».
«Ma qui c’è una donna all’ultimo mese, che non si regge più».
«Questa è roba da ospedale», brontolò l’oste, spazientito, e rinchiuse la finestra in malo modo.
Dove fosse l’ospedale loro non sapevano, ma si udì un passo poco lontano, poi apparve un vecchio incappucciato.
«L’ospedale, di grazia».
«Da quella parte».
Era a mezza discesa, verso il lago, con la neve intatta davanti alla porta.
«Qui – disse l’uomo – non c’è stato movimento».
E subito tirò il fiocco di una fune.
La donna, intanto, si era appoggiata al suo braccio.
Si udì finalmente uno scalpiccio all’interno e quello che si sporse era un uomo col viso angoloso e due grossi baffi quasi bianchi.
«Ci sono malati?», domandò con voce d’abitudine.
«C’è questa donna – rispose lo sconosciuto – che poco le manca alle doglie».
«Spiacentissimo – si scusò l’altro – ma qui non siamo attrezzati per incidenti del genere».
«Ma almeno un letto!...».
«Avete le carte del Comune?».
«Non siamo di qui».
«Spiacentissimo, ma la legge parla chiaro: o un fatto di sangue o le carte del Comune».
«E per le carte del Comune?».
L’uomo alzò le spalle e fece una smorfia.
«Provate a battere alla porta del municipio, ma dubito che ci sia un tanghero come me che vi venga ad aprire».
Lasciò a uno sguardo di forza maggiore l’opera di persuasione, poi chiuse, ma con bella maniera, la porta e per un attimo si udirono le sue ciabatte nel silenzio.
«Al municipio è inutile andare», disse lui, coi denti che gli battevano per il freddo.
«Piuttosto dal dottore! Ho sentito che in casi come questi può bastare anche il suo certificato».
«Il più è trovarlo», sospirò l’uomo che doveva essere il marito.
Saliva in quella, verso di loro, una carrozza e il cavallo aveva i passi felpati.
«Ce lo dite voi dove sta il dottore?», s’azzardò lui, quando il cocchiere fu a tiro della sua voce.
«Sta quattro spanne dietro la tua schiena!», fu la risposta umorizzata.
E, tirando le redini, fermò la bestia.
Il dottore mise fuori la testa e non appena seppe di che cosa si trattava li invitò a passare da lui l’indomani mattina che si sarebbe disturbato a riceverli per quanto fosse Natale.
«E questa notte?».
«Se non avete trovato alle Due Spade, provate all’Angelo», disse.
E sollecitò il cocchiere con uno sbadiglio che confessava tutto il suo sonno.
Una piccola nube passò sulla luna.
Bruscamente la notte rabbrividì, disincantata, e di nient’altro era fatto il mondo che di solitudine e di silenzio.
«Bussare all’uscio dei poveri è tempo sprecato – disse lei, ansimando di amarezza e di fatica – non hanno spazio neanche per loro. Piuttosto le case dei ricchi. Quante volte non accade che siano mezzo disabitate!».
Si erano proprio fermati davanti al cancello di un bell’edificio a tre piani.
«Bisognerebbe che ci facessimo sentire», disse lo sconosciuto scrutando nell’ombra.
Ma non era che un’ombra anche la casa.
Mortalmente stanca la moglie, intanto, si era appoggiata al cancello e la campanella, scossa, si fece sentire.
Fu allora che un cane, accucciato in una nicchia del rustico, dopo un breve mugolìo ragionato, si diede ad abbaiare.
Qualcuno si affacciò subito alla finestra del palazzo.
Era la contessa e, dopo avere invitato il cane a star zitto, protestò contro le due ombre, abbaiando, anche lei.
«Cosa fate lì? Andatevene via subito!».
«Volevamo domandarvi...», incominciò a dire lo sconosciuto.
Ma l’altra non gli lasciò il tempo di aggiungere una sillaba.
«Non si disturba la gente per bene a quest’ora. Andatevene via, vagabondi!».
«Ma dove possiamo andare?», gemette lei con le parole che piangevano.
«Andate dove vi pare, anche all’inferno!».
Detto questo, la contessa si ritirò e subito il cane riprese ad abbaiare.
Lo sconosciuto dolorosamente scrollò il capo, la moglie gli terse una lacrima con la mano.
Ma c’era nel loro cuore un più grande spavento, come se quella voce avesse scavato tra loro e il resto dell’umanità un abisso infinito.
Ora le campane non suonavano più le ore, ma l’invito alla Messa.
«Andiamo in chiesa anche noi – disse lo sconosciuto – là, almeno, ti potrai sedere».
Camminavano lentamente, come due malati che si sostengono a vicenda.
Ma di che cosa erano fatte le loro calzature che non lasciavano tracce sulla neve?
La chiesa era ancora lontana.
Dallo spigolo dell’ultima casa sporgeva una lanterna; un niente di lume nei vetri smerigliati di neve.
Poi c’era un campo senza cinta, tutto bianco, con una piccola casa.
Abbandonata, l’avresti detta, in quello squallore che ingrandiva le distanze.
Vide lo sconosciuto uno spiraglio di luce: una porta chiusa male o una fessura.
«Aspetta», fece, e gli bastarono pochi passi a colmare il distacco dal ciglio della strada.
Bussò: qualcuno o qualche cosa si mosse all’interno.
Bussò ancora: gli parve di avvertire un tramestìo d’inquietudine.
Allora si fece coraggio e spinse il battente.
Era una minuscola stalla: lo capì subito per quell’aria calda e greve.
Poi vide anche la mole di una mucca sdraiata e ancora udì quel tramestìo, fatto di paglia smossa.
Gli angoli erano al buio, ma dal fondo veniva tratto tratto un sospiro, come di sonno agitato.
Fece due passi d’azzardo, ma urtò qualche cosa e per poco non cadde.
Paglia compressa, doveva essere, accumulata di scorta.
I grandi occhi della mucca lo guardarono senza meraviglia e riflettevano la pazienza di quel ruminare volonteroso e metodico.
«C’è qualcuno?», domandò a mezza voce: non ebbe risposta.
Però che sconcerto quel sentirsi parlare da solo!
Non si era proposto cosa dovesse fare, eppure uscì con una sua ferma risoluzione.
«Vieni – disse alla moglie – qui almeno troverai un po’ di caldo e anche un letto di paglia».
«C’è della gente di cuore?».
«Non c’è nessuno. La stalla fa corpo con la casa».
«E se poi ci prendono per degli intrusi e ci mandano via?».
«Sarà tutto tempo guadagnato».
Lappolava il lucignolo in quel poco olio rimasto nella navetta e spaventava le ombre sulla parete.
A tentoni lo sconosciuto riprese contatto con la paglia, se ne riempì le braccia e ne fece un giaciglio in mezzo allo stambugio.
Poi volle che essa ci si stendesse e le ripiegò il tabarro sotto il capo.
Ma lui se ne stava in piedi col cuore sottile e ascoltava anche i rumori dell’aria.
Bruscamente, senza preavviso, la porta si aprì e un uomo apparve nel riverbero della luna.
Non era solo, perché subito disse qualche cosa.
«Se quello fa la predica come l’altro anno, ne abbiamo per un paio d’ore ad essere fortunati. Meglio anticipare una forcata».
Ma subito che si fece avanti, ed era tutto imbacuccato, s’accorse della presenza di qualcuno, e ritirandosi a sventare un’imboscata, ansimava:
«C’è gente nella stalla; va a prendere una lanterna, Guendalina, che lo stoppino è più morto che vivo».
E quella a mugugnare:«Cosa aspetti a gridare ai ladri? Se è gente male intenzionata ti fa la pelle prima che la guardi in faccia».
«Vedi un po’, Guendalina, se passa qualcuno per la strada!».
La moglie dello sconosciuto intanto gemeva:
«Non te l’avevo forse detto?».
Ma egli non stette ad ascoltarla.
Era già sulla porta e non parlava, ma pregava con la strozza del giusto tradito.
«Non fatelo, per carità; c’è qui una povera donna che soffre. Ci hanno cacciati da tutte le parti; abbiate pietà di una creatura di Dio».
«Fermati, Guendalina», disse l’uomo con un’altra voce.
E rivolgendosi allo sconosciuto gli domandò chi fosse e a chi avesse domandato il permesso di entrare nella proprietà degli altri.
«Alla mia coscienza, l’ho domandato. E al tuo cuore, senza conoscerlo».
«Ma chi sei tu che parli in questo modo?», si stupì l’uomo, e poi che Guendalina già tornava con la lanterna, gliela piantò davanti alla faccia. «Non ti ho mai visto. Sei un girovago, un mendicante?».
«Sono un essere come tanti altri».
«E quella donna?».
«Una madre», rispose.
E la parola restò un pezzo nel silenzio.
«E il bimbo?».
«L’ha ancora dentro di lei, ma per poco, ormai».
La commozione gli inteneriva la voce, facendola sognare.
«Guendalina! – gridò l’uomo. – Sta per nascere un bambino. Tra meno di un’ora nasce anche Gesù».
Ma dov’era andata Guendalina, che più non la vedeva?
Cercandola, il suo sguardo avvertì un’ombra nel mezzo della stalla, che prima non c’era.
Se ne stava la moglie, inginocchiata, accanto all’intrusa di poco fa.
«E’ tanti anni – mormorava – che anch’io sogno un bambino e non viene mai».
Ma subito tacque, impressionata; la donna si lamentava.
«Ecco!», mormorò, come se lei sola avesse capito, e corse fuori.
Il marito intanto aveva appesa ad un chiodo la lanterna e subito si fece una gran luce, come se il lucignolo della candela brillasse più di una stella.
In ginocchio, vicino alla sua donna, c’era ora lo sconosciuto.
Fuori intanto, cresceva uno strano rumore, fatto di tante voci.
Ed era il commento di una folla a qualche cosa.
I fedeli che, per i primi, erano arrivati alla parrocchia avevano trovato la porta chiusa e movevano incontro ai ritardatari per avvertirli dell’imprevisto.
E tutti insieme facevano quel rumore.
Che fosse accaduto qualche cosa allo scaccino?
E dove si era cacciato don Geremia?
Lo sanno anche le pietre della strada che da diciotto secoli, a mezzanotte, nasce Gesù, e l’organo suona la piva e le donne cantano in coro «Alleluja».
Finalmente lo scaccino si fece vivo con un gesticolare da innocente e spiegò l’arcano.
Proprio la stessa sera dovevano arrivare dall’altra sponda le statue del presepio, grandezza naturale, ma il vecchio «Aida», più ubriaco del solito, si era lasciato sfuggire la barca di mano e chi l’avrebbe potuta ritrovare in piena notte, sia pure con la luna?
«Un Natale senza presepio; lo si è mai visto?».
«Proprio doveva aspettare l’ultimo giorno...».
«E che bisogno c’era delle statue, grandezza naturale? Forse che non bastano le figurine di legno?».
«Vogliamo il presepio!», gridava la marmaglia dei ragazzi.
«Vogliamo il Bambino Gesù!», strillavano le donne.
Fu a questo punto che – cos’è, cosa non è – incominciò a serpeggiare la voce che invece delle statue, grandezza naturale, erano arrivati in paese Giuseppe e Maria in carne ed ossa e se ne stavano in una stalla, proprio come a Betlemme.
Approfittando della confusione, poi, un bel tipo mezzo matto aveva preso, lui, il posto dello scaccino e si era scatenato un tale ciclone di campane che pareva la notte del giudizio universale.
Poi calò il silenzio dell’eternità.
Gli scettici dicevano, accalcandosi, ma solo per curiosità, davanti alla stalla di Guendalina, che c’era il padre e la madre, ma non si vedeva nemmeno l’ombra del bambino.
Li rimbeccavano i semplici e gli innocenti che il bambino aspetta la mezzanotte.
E così fu.
Perché ancora non era scoccato l’ultimo dei rintocchi che si udì un vagito.
Allora anche la mucca e l’asinello che sospiravano nell’angolo buio allungarono il collo e avevano gli occhi umidi e soffrivano di non poter cantare «Alleluja» anche loro.
La barca, lo si seppe l’indomani, era andata ad arenarsi davanti alle Fornaci; ma delle statue, grandezza naturale, nessuna traccia.
E avrebbe detto il vecchio «Aida», passata la sbornia, che san Giuseppe aveva la barba con un ciuffo bianco sul mento e Maria la chioma bruna spartita sulla fronte.
Nessuno si mosse quella notte dal campo che circondava la casa di Guendalina e non faceva freddo.
Però avevano chiuso la porta perché la madre e il suo piccino potessero dormire in pace.
Quando la riaprirono, nella stalla non c’era più che la mucca e l’asinello.
Vide invece Guendalina, che sul balcone della sua stanza era fiorito il gelsomino.Gelsomino
E subito sentì qualche cosa dentro di sé, qualche cosa che lei sola sapeva cos’era e la fece piangere di dolcezza e la fece gridare di felicità.
Invece in casa del dottore quella notte suonò chissà quante volte il campanello e lui sempre si alzava, ma non c’era mai nessuno.
All’ospedale fu visto un pipistrello fuori stagione e inutilmente il custode lo rincorreva con la scopa per tutte le stanze vuote.
L’albergatore si voltò e rivoltò nel letto come se l’avesse punto la tarantola e i due unici clienti se l’erano filata senza nemmeno dirgli grazie.
Ma il peggio fu in casa della contessa: il cane abbaiava, abbaiava come se fosse impazzito, e non ci fu verso di chiudere un occhio.
Naturalmente don Geremia sosteneva che era stata tutta un’allucinazione, ma i semplici e gli innocenti, compresa la mia nonna, giuravano ancora poco più di cinquant’anni fa che quelli erano proprio
Giuseppe e Maria.
La casa di Guendalina c’è ancora, con la piccola stalla.
Ma è circondata da una cancellata e la troverete all’angolo dell’ultima strada, prima del sagrato.
Non manca nemmeno il gelsomino.
Ma fiorisce soltanto nella buona stagione.


Antonio Greppi nacque ad Angera il 26 giugno 1894.
Partecipò come ufficiale dei bombardieri alla Prima guerra mondiale.
Si laureò in Giurisprudenza.
Partecipò alle lotte politiche del dopoguerra a fianco dei socialisti
riformisti, come Turati, Treves e Matteotti.
L’assiduo esercizio dell’avvocatura non gli impedì di rimaner sempre fedele alla
sua appassionata vocazione teatrale.
Scrisse commedie, racconti e romanzi.
Per le sue idee politiche ebbe a subire persecuzioni e carcere.
Il 26 luglio 1943 partecipò (con Amendola, Gallarati Scotti, Lombardi e Jacini)
alla prima riunione di quel gruppo che sarebbe poi diventato il Comitato di
Liberazione Nazionale per l’Alta Italia.
Nel settembre del 1944 i fascisti gli uccisero, in una imboscata a Piazza Piola,
il figlio Mariolino.
Sfuggito alla cattura, riparò in Svizzera, donde rimpatriò per partecipare alla
Resistenza.
Il 26 aprile 1945 rientrò a Milano da Domodossola con la Brigata Matteotti, di
cui era commissario politico.
Poco dopo, venne eletto sindaco di Milano, il «sindaco della Liberazione e della
ricostruzione».
E’ morto a Milano il 22 ottobre 1982.

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Racconti di Natale: La picccola fiammiferaia


Faceva un freddo terribile, nevicava e calava la sera – l'ultima sera dell'anno, per l'appunto, la sera di San Silvestro. In quel freddo, in quel buio, una povera bambinetta girava per le vie, a capo scoperto, a piedi nudi. Veramente, quand'era uscita di casa, aveva certe babbucce; ma a che le eran servite? Erano grandi grandi – prima erano appartenute a sua madre, – e così larghe e sgangherate, che la bimba le aveva perdute, traversando in fretta la via, per scansare due carrozze, che s'incrociavano con tanta furia... Una non s'era più trovata, e l'altra se l'era presa un monello, dicendo che ne avrebbe fatto una culla per il suo primo figliuolo.
E così la bambina camminava coi piccoli piedi nudi, fatti rossi e turchini dal freddo: aveva nel vecchio grembiale una quantità di fiammiferi, e ne teneva in mano un pacchetto. In tutta la giornata, non era riuscita a venderne uno; nessuno le aveva dato un soldo; aveva tanta fame, tanto freddo. e un visetto patito e sgomento, povera creaturina... I fiocchi di neve le cadevano sui lunghi capelli biondi, sparsi in bei riccioli sul collo; ma essa non pensava davvero a riccioli! Tutte le finestre scintillavano di lumi; per le strade si spandeva un buon odorino d'arrosto; era la vigilia del capo d'anno: a questo ella pensava.
Nell'angolo formato da due case, di cui l'una sporgeva innanzi sulla strada, sedette, abbandonandosi, rannicchiandosi tutta, tirandosi sotto le povere gambine. Il freddo la prendeva sempre più ma la bimba non osava tornare a casa: riportava tutti i fiammiferi e nemmeno un soldino. Il babbo l'avrebbe certo picchiata; e del resto, forse che non faceva freddo anche a casa? Abitavano proprio sotto il tetto, ed il vento ci soffiava tagliente, sebbene le fessure più larghe fossero turate, alla meglio, con paglia e cenci. Le sue manine erano quasi morte dal freddo. Ah, quanto bene le avrebbe fatto un piccolo fiammifero! Se si arrischiasse a cavarne uno dallo scatolino, ed a strofinarlo sul muro per riscaldarsi le dita... Ne cavò uno, e trracc! Come scoppiettò! come bruciò! Mandò una fiamma calda e chiara come una piccola candela, quando ella la parò con la manina. Che strana luce! Pareva alla piccina d'essere seduta dinanzi ad una grande stufa di ferro, con le borchie e il coperchio ottone lucido: il fuoco ardeva così allegramente, e riscalda così bene!... La piccina allungava giù le gambe, per riscaldar anche quelle... ma la fiamma si spense, la stufa scomparve —, ella si ritrovò là seduta, con un pezzettino di fiammifero bruciato tra le mani.
Ne accese un altro: anche questo bruciò, rischiarò, e il muro nel punto in cui batteva la luce, divenne trasparente come un velo. La bambina vide proprio dentro nella stanza, dove la tavola era apparecchiata, con una bella tovaglia, d'una bianchezza abbagliante, e con finissime porcellane; nel mezzo della tavola l'oca arrostita fumava, tutta ripiena di mele cotte e di prugne. I più bello poi fu che l'oca stessa balzò fuor del piatto, e, col trinciante ed il forchettone piantati nel dorso, si diede ad arrancare per la stanza, dirigendosi proprio verso la povera bambina... Ma il fiammifero si spense, e non vide più che il muro opaco e freddo.
La piccolina accese un terzo fiammifero. E si trovò sotto a un magnifico albero, ancora più grande e meglio ornato quello che aveva veduto, attraverso i vetri dell'uscio, nella casa del ricco negoziante, la sera di Natale. Migliaia di lumi scintillavano tra i verdi rami, e certe figure colorate, come quelle che si vedono esposte nelle mostre dei negozi, guardavano la piccina. Ella tese le mani... e il fiammifero si spense. I lumicini di Natale  volarono su in alto, sempre più in alto; ed ella si avvide allora ch'erano le stelle lucenti. Una stella cadde, e segnò una lunga striscia di luce sul fondo oscuro del cielo.
—    Qualcuno muore! — disse la piccola, perché la sua vecchia nonna (l'unica persona al mondo che l'avesse trattata amorevolmente, — ma ora anch'essa era morta), la sua vecchia nonna le aveva detto:
—    Quando una stella cade, un'anima sale a Dio.
Strofinò contro il muro un altro fiammifero, che mandò un grande chiarore all'intorno ed in quel chiarore la vecchia nonna apparve, tutta raggiante, e mite, e buona...
—    Oh, nonna! — gridò la piccolina: — Prendimi con te! So che tu sparisci, appena la fiammella si spegne, come sono spariti la bella stufa calda, l'arrosto fumante, e il grande albero di Natale!
Presto presto, accese tutti insieme i fiammiferi che ancora rimanevano nella scatolina: voleva trattenere la nonna. I fiammiferi diedero tanta luce che nemmeno di pieno giorno è così chiaro: la nonna non era mai stata così bella, così grande... Ella prese la bambina tra le braccia, ed insieme volarono su, verso lo Splendore e la Gioia, su, in alto, in alto, dove non c'è più fame, né freddo, né angustia, — e giunsero presso Dio.
Ma nell'angolo tra le due case, allo spuntare della fredda alba, fu veduta la piccina, con le gotíne rosse ed il sorriso sulle labbra, morta assiderata nell'ultima notte del vecchio anno. La prima alba dell'anno nuovo passò sopra il cadaverino, disteso prima con le scatole dei fiammiferi, di cui una era quasi tutta bruciata.
— Ha cercato di scaldarsi... -- dissero.
Ma nessuno seppe tutte le belle cose che ella aveva veduto; nessuno seppe tra quanta luce era entrata, con la vecchia nonna; nella gioia della nuova Alba.

Hans Christian Andersen

Approfondimenti Link esterno


 

Racconti di Natale: RACCONTO DI NATALE 2004 


1. Un villaggio sperduto.

Chi percorresse la strada che, attraverso un paesaggio verde e lussureggiante durante la stagione delle piogge si fa poi desertico e assolato dove soppravvivono solo cactus e mezquites per il resto dell’anno, va da San Miguel el Alto a Jalostotitlán, nella regione chiamata Los Altos de Jalisco, un altopiano a 2000 metri di altezza s.l.m., dico, chi percorresse quella strada vedrebbe, a 18 km. da San Miguel, sulla destra, quasi sorgere dal nulla, un arco trionfale di recente costruzione sotto il quale si diparte una strada che sparisce improvvisamente in una valle nascosta. Se poi, preso dall’affascinante invito che l’arco di trionfo offre a varcarlo, prendesse per quella stradetta e la seguisse, giungerebbe dopo pochi kilometri al rancho de Santa Ana de Guadalupe, meta da alcuni anni in qua di numerosi pellegrinaggi. Anch’io, portato, lo confesso, da una curiosità europeizzante di marca illuminista, in altre parole, portato dall’interesse di vedere un fenomeno di costume, indubbiamente interessante dal punto di vista etnologico, varcai l’arco invitante e mi incamminai verso Santa Ana. Ma, lì giunto, incontrai il mistero.Nessuno conosceva Santa Ana de Guadalupe, che era un paesino sperduto come mille nel mondo, fino a quando il papa Giovanni Paolo beatificò e poi canonizzò, il 21 di maggio del 2000, San Toribio Romo. Da allora avevo sentito dire che era diventato una meta sempre più frequentata, in particolare dai messicani che, non avendo un visto d’ingresso per gli Stati Uniti, cercano di passare attraverso il Rio Grande o attraverso il deserto. Era Toribio un giovane sacerdote da poco ordinato quando si scatenò la persecuzione contro la chiesa negli anni dal 1926 al 1929.1 Molti sacerdoti dovettero fuggire. Egli invece, con altri, non volle lasciare la sua parrocchia fino a quando affrontò il martirio nella notte del 25 febbraio del 1928. Lo sorpresero nel sonno i soldati: “Sí, sono il parroco, ma non uccidetemi”. Una scarica di fucileria lo stroncò. In quegli anni vari sacerdoti e laici offrirono la loro vita per testimoniare la fedeltà a Cristo, proprio come nei primi due secoli della chiesa. Recentemente il papa ha rispettivamente beatificato e canonizzato vari di questi eroi della fede. E la gente ha risposto venerandone i corpi e la memoria, pellegrinando ai luoghi ove vissero, chiedendone l’intercessione.

2. Un santo illegale.

Anch’io, dunque, giunsi al villaggio ed entrai nella chiesa, austera nella linearità della sua architettura. Una donna di età già avanzata, forse una catechista o una laica consacrata, stava narrando la vita di San Toribio. Mi sedetti in un banco in fondo alla chiesa. La gente, pellegrini giunti ad invocare l’aiuto e la protezione di San Toribio, ascoltava attentamente le parole quasi ispirate della donna le quali esprimevano una esistenziale fiducia in Dio. Ero andato, come dicevo, spinto da una certa curiosità rispettosa, ma fui conquistato dalla fede popolare e dalla semplice grandezza di quell’uomo. Ascoltai così la storia della sua breve vita, il racconto della sua morte annunciata ed infine la narrazione di qualche intervento miracoloso di Toribio in favore di ammalati o tribulati. Finito di narrare, la donna tacque e si sedette in un banco. Tutti stavano in silenzio. Cominciai a riflettere. Mi chiedevo, con un po’ ancora di quella curiosità che mi ci aveva portato, perchè mai fosse stato eletto a voce di popolo patrono degli emigranti illegali. Così mi alzai dal mio banco, avanzai fino a sedermi accanto a colei che aveva parlato e le chiesi il perchè. “Glielo spiego subito”, mi disse. Si alzò, prese di nuovo il microfono e cominciò a raccontare.


3. Un misterioso incontro.

“Tre fratelli della regione di Michoacán, non trovando lavoro nella loro terra, decisero di emigrare per lavorare negli Stati Uniti ma non avevano il visto d’ingresso. Risolsero dunque di entrarvi passando il confine là dove c’è il deserto che, essendo difficile da passare, è quindi anche il luogo dove si può più facilmente eludere la sorveglianza della temuta polizia di frontiera, spesso crudele. Così dissero e così fecero. Si diressero al confine, lo passarono, entrarono nel deserto ma vi si perdettero. Avevano terminato l’acqua e il cibo e non sapevano dove dirigersi esattamente per uscire da quell’inferno. Erano stanchi eppure la forza di volontà li sosteneva. Fin quando uno dei tre disse agli altri due: “Non ce la faccio più, andate avanti voi, io resto qui e pregherò la Madonna di Guadalupe che vi aiuti”. Ma gli altri gli risposero: “Come potremmo noi andarcene e lasciarti qui a morire? Mettiamoci piuttosto tutti e tre a pregare la Madonna perchè ci salvi”. E cominciarono a recitare il rosario. Fu allora che, con loro meraviglia, videro arrivare un uomo giovane vestito di scuro. Egli offrì loro acqua e cibo, li condusse dove passava una strada e diede loro i soldi perchè potessero prender l’autobus di linea che passava di lì. Al momento di congedarsi disse: “Quando tornerete in patria, venite a trovarmi, vivo nel tal villaggio, chiedete di me”. E diede loro il suo nome. Stupiti gli chiesero “Ma tu non vivi qui?” “No, ci sono venuto per un incarico della mia padrona”. Ringraziarono e salutarono i tre fratelli il loro provvidenziale salvatore. Passò il tempo. Quando poi essi poterono ritornare a casa, non avendo dimenticato chi aveva loro salvato la vita in quella disperata circostanza, decisero di fargli visita e riuscirono a giungere allo sperduto villaggio di Santa Ana de Guadalupe. Chiesero se qualcuno conosceva un signore giovane ma di aspetto grave, che loro avevano conosciuto negli Stati Uniti, el señor Toribio, e cercavano di descriverlo. Ma nessuno sapeva dar loro informazione di dove vivesse. Delusi, stavano per tornare a casa; prima però vollero fare una visita in chiesa. Fu allora che riconobbero in questo quadro – e così dicendo la signora indicò quello che stava a un lato dell’altare – il loro misterioso salvatore”.


4. Un Natale bello e buono.

Come io ho ascoltato questo racconto, così l’ho qui trascritto per voi, adattandolo alla forma italiana. È un racconto che ha il sapore dei fioretti di San Francesco, è  bello e commovente, per questo ve lo mando come racconto per questo Natale 2004, giacchè, nonostante tutte le sovrastrutture che gli abbiamo messo addosso, il Natale ha sempre il sapore della bontà e della bellezza. Questo Signore che è nato in una stalla, continua a dare ai nostri cuori la gioia di camminare con noi e di aiutarci nelle necessità anche per mezzo dei suoi santi.

Tanti, tanti auguri di un Natale bello e buono!

Franco Benigni sx



1 Negli anni dal 1926 al 1929, il Messico conobbe un momento drammatico della sua storia. Si scatenò una guerra civile accompagnata dalla persecuzione religiosa. Le relazioni tra chiesa e stato – nel senso di rapporti tra autorità ecclesiastiche e autorità civili – fin dal tempo dell’indipendenza non erano mai state eccellenti, tuttavia si era raggiunto un certo modus vivendi che aveva permesso alla chiesa di tirare avanti. Ma nel 1926 il presidente Calles promulgò las leyes especiales con le quali pretendeva disciplinare, attraverso gravi limitazioni, la vita ecclesiastica, l’amministrazione dei sacramenti e la celebrazione delle altre funzioni religiose; la trasgressione di tali leggi era equiparata ai più gravi crimini penali, punibili anche con la morte. La risposta dell’episcopato messicano fu forse la più forte che i tempi e le condizioni potessero permettere: i vescovi sospesero il culto in tutto il Paese, convinti che il governo avrebbe ceduto, sotto la pressione dell’opinione popolare. Ma non fu così. E fu un dramma per un Paese cattolico. Il governo trattò da fuorilegge qualunque sacerdote che amministrasse i sacramenti. La gente si trovava privata dei mezzi per la salvezza. I cristiani allora scesero in campo per la difesa della chiesa perseguitata. E anche i laici che apertamente prendevano posizione per la chiesa furono oggetto della terribile persecuzione. Iniziò così la lotta al governo federale che si rese concreta in due movimenti: quello della resistenza non-violenta e quello invece della lotta armata. Quella guerra sanguinosa e fratricida fu detta la Cristiada. La lotta, per quanto impari, si concluse senza vinti né vincitori nel 1929, con los arreglos, cioè con gli accordi per un modus vivendi tra chiesa e stato. Lo stato dovette riconoscere il peso e il valore della chiesa in Messico, e la chiesa dovette accettare certe limitazioni che lo stato le metteva.



 

 

Racconti di Natale: La Grotta e La Stella

Natività Giotto"C'era una volta una grande montagna così orgogliosa della propria durezza che spesso cercava di scrollarsi di dosso tutte quelle parti di roccia meno dure e più friabili che, a suo parere, le facevano fare brutta figura. La grande montagna non accettava quelle parti di sé perché l'avrebbero fatta apparire debole e perdente di fronte al vento, al sole, alla pioggia e al freddo (che ingrossava le sacche d'acqua penetrata nelle crepe, trasformandole in ghiaccio e deturpando le sue maestose pareti). La grande montagna si scrollava spesso di quei pezzi di roccia perché voleva apparire forte, tutta d'un pezzo, insomma, senza crepe.

Fra tutti i pezzi di roccia ve n'era uno, però, che la grande montagna non riusciva a staccare da sé, poiché era un pezzo abbastanza grosso. Il suo nome era «Frib» (l'abbreviazione di «Friabile»). La grande montagna litigava spesso con questo pezzo di roccia, rimproverandolo aspramente: «Frib! Qui non c'è posto per te perché tu sei perdente! Le alte vette dei monti sono per i duri e per i migliori. Il tuo posto è giù, a valle!». Così il pezzo di roccia, che non rispondeva mai (perché gli avevano insegnato che non bisogna mai controbattere i più grandi) si sentiva umiliato e sempre più inutile. Quotidianamente vedeva frantumarsi il suo sogno di sempre: diventare la punta di un'alta montagna per poter toccare almeno una di quelle attraenti ed affascinanti luci che ogni sera, all'imbrunire, cominciano ad accendersi nel cielo.

Un giorno la montagna, ormai stufa anche di lamentarsi, provocando una forte scossa, riuscì a scrollarsi di dosso il pezzo di roccia Frib che, nel dispiacere più grande, si ritrovò giù, a valle. Ormai le luci del cielo erano ancora più piccole e più irraggiungibili di prima.

Fra tutte le stelle del cielo ve n'era una con cui Frib dialogava spesso. Anch'essa non era benvoluta poiché era la più piccola e la meno luminosa del cielo e perciò, a parere delle altre stelle, era la meno osservata ed apprezzata anche dagli uomini. Il suo nome era «Lucina» (per via delta piccola luce che trasmetteva). Il grande sogno di questa stella era di non restare sempre allo stesso punto, ma di poter viaggiare nel cielo e di accorciare le distanze con il suo amico Frib.

Col passare del tempo, il vento, la pioggia e le intemperie varie colpirono Frib, aprendogli un varco sulla facciata anteriore e corrodendo il suo interno. La roccia Frib si sentiva peggio di prima perché ora provava un grande senso di vuoto interiore: era diventato ormai una grotta!

Un bel giorno la stella polare (capo delle stelle) convocò tutte le stelle dei cielo chiedendo la disponibilità di una di esse per una missione assai pericolosa, ma molto importante: illuminare il cielo consumandosi, per trasmettere un messaggio agli uomini. Le stelle più belle, le più grandi e le più coraggiose fecero silenzio: erano troppo orgogliose per consumarsi nel cielo. Così, dal silenzio, si fece avanti una voce piccina: era la piccola stella Lucina che si offriva volontaria.

La notte seguente la piccola stella cominciò a muoversi, con sua grande meraviglia, lasciando dietro di sé una lunga scia luminosa. Lucina si sentiva consumare, ma era felicissima perché si muoveva proprio in direzione del suo amico Frib. Pur essendo la più piccola delle stelle, Lucina stava dando una lezione di vita e di grande coraggio a tutte le altre: adesso era una cometa e gli occhi di tutto il mondo erano su di lei. Nel frattempo Frib vide una famiglia in cerca di rifugio e la sua gioia fu grandissima quando questa piccola famiglia, oltre ad aver trovato rifugio da lui, diede alla luce un bambino. Il pezzo di roccia inutile e svuotato, perché friabile, era diventato una casa accogliente ed importante per la vita di quella famiglia.

Molti pastori e gente povera venne ad inchinarsi di fronte a quel bambino: era il Figlio di Dio!

Il pezzo di roccia era diventato la casa di Dio e la piccola stella la strada per incontrarlo.

Nella vita, solo chi mette da parte il proprio orgoglio e sa essere umile può accogliere davvero il «Dio che viene», come la grotta, ed indicarlo presente nei mondo, come la piccola stella."

(da "La Grotta e La Stella", ELLEDICI)


Racconti di Natale: RACCONTO DI NATALE

di Dino Buzzati

Tetro e ogivale è l'antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d'inverno. E l'adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c'è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale - ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, i1 carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. Come farà l'arcivescovo? Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L'arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l'arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.

Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l'inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. "Chi bussa alle porte del Duomo" si chiese don Valentino "la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?" Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.

"Che quantità di Dio! " esclamò sorridendo costui guardandosi intorno- "Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori.

Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale. "

"E' di sua eccellenza l'arcivescovo" rispose il prete. "Serve a lui, fra un paio d'ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore."

"Neanche un pochino, reverendo? Ce n'è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!"

"Ti ho detto di no... Puoi andare... Il Duomo è chiuso al pubblico" e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.

Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c'era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all'improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d'ore l'arcivescovo sarebbe disceso.

Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c'era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.

Don Valentino uscì nella notte, se n'andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l'indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l'un l'altro e intorno ad essi c'era un poco di Dio.

"Buon Natale, reverendo" disse il capofamiglia. "Vuol favorire?"

"Ho fretta, amici" rispose lui. "Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno."

"Caro il mio don Valentino" fece il capofamiglia. "Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino."

E nell'attimo stesso che l'uomo diceva così Iddio sgusciò fuori dalla stanza, i sorrisi giocondi si spensero e il cappone arrosto sembrò sabbia tra i denti.

Via di nuovo allora, nella notte, lungo le strade deserte. Cammina cammina, don Valentino infine lo rivide. Era giunto alle porte della città e dinanzi a lui si stendeva nel buio, biancheggiando un poco per la neve, la grande campagna. Sopra i prati e i filari di gelsi, ondeggiava Dio, come aspettando. Don Valentino cadde in ginocchio.

"Ma che cosa fa, reverendo?" gli domandò un contadino. "Vuoi prendersi un malanno con questo freddo?"

"Guarda laggiù figliolo. Non vedi?"

Il contadino guardò senza stupore. "È nostro" disse. "Ogni Natale viene a benedire i nostri campi."

" Senti " disse il prete. "Non me ne potresti dare un poco? In città siamo rimasti senza, perfino le chiese sono vuote. Lasciamene un pochino che l'arcivescovo possa almeno fare un Natale decente."

"Ma neanche per idea, caro il mio reverendo! Chi sa che schifosi peccati avete fatto nella vostra città. Colpa vostra. Arrangiatevi."

"Si è peccato, sicuro. E chi non pecca? Ma puoi salvare molte anime figliolo, solo che tu mi dica di sì."

"Ne ho abbastanza di salvare la mia!" ridacchiò il contadino, e nell'attimo stesso che lo diceva, Iddio si sollevò dai suoi campi e scomparve nel buio.

Andò ancora più lontano, cercando. Dio pareva farsi sempre più raro e chi ne possedeva un poco non voleva cederlo (ma nell'atto stesso che lui rispondeva di no, Dio scompariva, allontanandosi progressivamente).

Ecco quindi don Valentino ai limiti di una vastissima landa, e in fondo, proprio all'orizzonte, risplendeva dolcemente Dio come una nube oblunga. Il pretino si gettò in ginocchio nella neve. "Aspettami, o Signore " supplicava "per colpa mia l'arcivescovo è rimasto solo, e stasera è Natale!"

Aveva i piedi gelati, si incamminò nella nebbia, affondava fino al ginocchio, ogni tanto stramazzava lungo disteso. Quanto avrebbe resistito?

Finché udì un coro disteso e patetico, voci d'angelo, un raggio di luce filtrava nella nebbia. Aprì una porticina di legno: era una grandissima chiesa e nel mezzo, tra pochi lumini, un prete stava pregando. E la chiesa era piena di paradiso.

"Fratello" gemette don Valentino, al limite delle forze, irto di ghiaccioli "abbi pietà di me. Il mio arcivescovo per colpa mia è rimasto solo e ha bisogno di Dio. Dammene un poco, ti prego."

Lentamente si voltò colui che stava pregando. E don Valentino, riconoscendolo, si fece, se era possibile, ancora più pallido.

"Buon Natale a te, don Valentino" esclamò l'arcivescovo facendosi incontro, tutto recinto di Dio. "Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?"


Racconti di Natale: IL VIAGGIO DEL QUARTO RE
UNA LEGGENDA PER RIFLETTERE SUL NATALE

Très Riches Heures du Duc Berry, miniatura dei fratelli Limbourg (sec. XV). Chantilly, Musée condéNei giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti della Persia, un certo Artabano.
Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la fronte da sognatore e la bocca da soldato Io rivelavano uomo sensibile ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca di qualcosa.
Artabano apparteneva all'antica casta sacerdotale dei Magi, detti adoratori del fuoco.
Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro, più o meno, questo discorso:
«I miei tre compagni tra i Magi — Gaspare, Melchiorre e Baldassarre — e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest'anno.
Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei fratelli stanno vegliando nell'antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in Babilonia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, tra dieci giorni partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il Promesso, che nascerà Re d'Israele. Credo che il segno verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia casa e i miei beni, e ho acquistato questi gioielli — uno zaffiro, un rubino e una perla — da portare in dono al Re. E chiedo a voi di venire con me in pellegrinaggio, affinché possiamo trovare insie­me il Principe».
Così dicendo, trasse da una piega recondita della cintura tre grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era blu come un frammento di cielo notturno, una più rossa di un raggio del tramonto, una candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno.
Ma un velo di dubbio e diffidenza calò sui volti dei suoi amici, come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli.
«Artabano, questo è solo un sogno», disse uno. E tutti se ne andarono.
Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa. Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la stella dell'annuncio.
«Salvami»
Djemal, il più veloce e resistente dei dromedari di Artabano, divorava la sabbia dei deserti con le sue lunghe zampe. Artabano doveva calcolare bene i tempi per giungere all'appuntamento con gli altri Magi. Passò lungo i pendii del monte Orontes, scavati dall'alveo roccioso di cento torrenti. Percorse le pianure dei Nisseni, dove i famosi branchi di cavalli scuotevano la testa all'avvicinarsi di Djemal, e si allontanavano al galoppo in un tuonare di zoccoli. Varcò molti passi gelidi e desolati, arrancando penosamente fra i crinali flagellati dal vento; si addentrò in gole buie, seguendo la traccia ruggente del fiume che le aveva scavate.

Benozzo Gozzoli, Cappella del palazzo Medici Riccardi


Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando, in un boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada. Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli ricordava suo padre. Lo portò in un albergo e chiese all'albergatore di avere cura del vecchio e ospitarlo per il resto dei suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.
Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava Djemal che volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere l'appuntamento con il Grande Re.
Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All'improvviso udì delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano una giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada, ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.
La ragazza notò l'aureo cerchio alato che aveva al petto. Si svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si gettò ai suoi piedi. «Abbi pietà» gli gridò «e salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare così i suoi debiti. Salvami!».
Artabano tremò, ma mise la mano nella cintura e con il rubino acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli baciò le mani e fuggì verso le montagne con la rapidità di un capriolo.
Le mani vuote
Intanto Gasparre, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stalla dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù.
I tre santi re si prostrarono davanti al bambino e presentarono i loro doni.
Gasparre aveva portato un magnifico calice d'oro.
Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso.
Baldassarre presentò la preziosa mirra.
Il bambino guardò i doni, serio serio.

I Magi offrono i loro doni a Gesù, Andrea Mantegna (1495 ca.)


Artabano correva e correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case si levavano pianti e fiamme, e l'aria tremava come trema nel deserto. I soldati dalle spade insanguinate, eseguendo gli ordini di Erode, uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino a una casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una gamba. Il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva: «Ora lo lascio, ed egli cadrà nel fuoco... farà un buon arrosto! ». La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro, Artabano prese l'ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato perché restituisse il figlio alla madre. Così fu. Ella ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.
Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si nascondevano il bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a fuggire e il bambino era sulle ginocchia di sua madre. Ella lo cullava teneramente cantando una dolce ninna nanna.
Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte al suolo. Non osava alzare gli occhi, perché non aveva portato doni per il Re dei Re. «Signore, le mie mani sono vuote. Perdonami...», sussurrò.
Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva? No, il bambino non dormiva.
Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva, tese le manine verso le mani vuote del re e sorrise.

 

Liberamente tratto da
BRUNO FERRERO, Tutte storie, ed. LDC, pg 78-83.


Racconti di Natale: Storia meravigliosa e insolita dei tre Re Magi
Quel che accadde dopo Betlemme:una versione armena

di GEMINELLO ALVI

Adorazione dei Magi, Gentile da Fabriano (1423) - Uffizi, Firenze.Gasparre era nero e robusto come i duri tronchi odorosi della foresta". E quel manoscritto armeno, che Giovanni Crisostomo non prese sul serio, (P.G. LVI), pretende pure ch'egli "con un braccio avesse la forza di sollevare un cammello". Ma anche lui obbedì al sogno, e il giorno dopo la prima epifania fuggì da Betlemme, assieme a Melchiorre, bianco e "coi capelli colore di zolfo" e a Balthasar, mago e re degli arabi. Perché altrimenti Erode li avrebbe uccisi. Non rifecero la strada dell'andata. Passarono per Beersheba, per poi girare ad Oriente attraverso la terra di Moab. E così per due mesi sui cammelli, varcarono fiumi e deserti. Era in loro, scrive Jelme l'armeno, "la vastità del cielo di quella notte che faceva ruotare nel loro cuore le armonie dei pianeti e delle stelle". Ed andavano così, storditi, da quello che avevano visto in terra e in cielo. Secondo i maghi dei Farsi, chiunque nasca in terra ha il suo doppio in cielo. Ma mai prima nessuno dei tre re magi aveva visto un cielo tanto pieno di pace come sopra il bambino di Betlemme. Esso "aveva scavato il loro torace come una miniera e l'aveva lasciati nell' abisso, accecati di luce". Dopo tre mesi e tre notti arrivarono all'Eufrate, dove si separarono. Melchiorre andò a Nord, Balthasar ad Occidente; il terzo re Gasparre mosse la sua carovana verso Oriente.

Occorsero altri sette mesi perché il re nero, arrivasse coi suoi a quel fiume Indo dov' era il suo regno; e dove ritrovò i suoi figli, le mogli e i suoi fidi. Vi regnò con saggezza per altri dieci anni. Finché all'undicesimo anno, Larvanbad, feroce re del Turan, invase il suo regno e gli dichiarò guerra. L'elefante di Gasparre in battaglia aveva le unghie ricoperte di avorio, e redini di seta ed oro. Sopra di lui Gasparre guidò la carica del suo esercito. Sentì l'ebbrezza del coraggio. E al tramonto quando emerse con la spada da una collina di lance e di cadaveri, i suoi capitani gli dissero che l'esercito nemico era vinto, e Larvanbad in catene. Era costui orrendo nel suo viso purulento e nato da una strega, malvagio e infido come lo scorpione. E muoveva la testa a scatti come un insetto urlando, mentre il boia si preparava a tagliargliela. Il re Gasparre, ancora più alto sul suo trono, tuttavia, senza il ribrezzo degli altri, l'osservava. Fu la stanchezza di tanto sangue, oppure un arbitrio che il nero re si prese, o fu, come scrive la cronaca armena, l'inattesa memoria della notte d'undici anni prima? Gasparre contro ogni ragione graziò Larvanbad. Ma, come se lo sapesse prima, il re di Turan, rise e saltò a cavallo. Riarmò un altro più potente esercito. E neppure la forza di Gasparre bastò stavolta a vincerlo. Gasparre, vide in catene i figli e torturati i suoi fidi, e il suo regno perduto. Da solo senza più un braccio fuggì a cavallo verso Occidente e non si fermò prima d' aver raggiunto la Arabia dove regnava Balthasar. E dove restò suo ospite ben undici anni.

Balthasar era re e mago. Le sue arti potevano spostare i castelli e le montagne dove riposavano i castelli. Nei riflessi verdi del fondo mare arabico persino i pesci gli obbedivano. Il suo regno abbondava di fonti e le fonti del suo palazzo colavano un'acqua che risanava ogni male e faceva rifiorire di palme e siepi odorose il deserto. Ma per tanta armonia, v'era una legge da obbedire. Tante magie gli erano state concesse da suo padre il mago Gushnasaph in cambio d' un giuramento. "Prometti" pretese il padre "che mai userai la magia che io ti concedo per vedere il tuo angelo". Balthasar promise. Ma una notte non resistette. Disegnò un pentagramma, si circondò d'un cerchio, evocò, nel buio senza luna, il nome del suo angelo. Apparve una giovane che aveva gli occhi color turchese, capelli neri come la seta della Cina e braccia bianche come ali di colomba. Se ne lasciò abbracciare. Le s'addormentò accanto. Riunito in amore alla sua anima. Jelme l'armeno commenta che solo "Adamo ed Eva s'abbracciarono come loro nel sonno". L'indomani si svegliò. L'angelo era scomparso. Il suo castello non era più sul golfo del mare d'Arabia, ma su una brulla montagna. I pesci si ribellarono ai pescatori del suo regno e non si fecero più pescare, tutte le fonti non diedero più acqua. Il regno d'Arabia insorse contro Balthasar e nominò re il suo visir. Balthasar e Gasparre, unico suo amico rimasto dovettero fuggire. Diressero verso la stella dell'Orsa, a settentrione dove ancora regnava Melchiorre.

Il regno di Melchiorre era prospero. Abbondava di terre feraci, e schiavi. Non v'erano guerre, i nobili del regno avevano tutti quanto potevano desiderare, e il ventre della terra offriva i suoi frutti e tutto abbondava. Ma almeno una volta all'anno Melchiorre doveva prestarsi a una certa prova. Sul piatto di un'enorme bilancia veniva accumulato tutto l'oro pagato dai suoi sudditi in tasse, e lui doveva salire sull'altro piatto e col suo solo peso mettere in equilibrio i due piatti. La meraviglia inspiegabile gli riusciva ogni volta e ogni volta un settimo dell'oro era donato ai poveri. Anche quell'anno il piatto della bilancia fu colmato da un cumulo enorme, e Melchiorre salì sull'altro piatto. Ma restò in alto. I due piatti non si equilibrarono. Il piatto con l'oro non s'abbassò di un'unghia, neppure quando con lui salirono Balthasar e Gasparre. Dal miracolo mancato i nobili dedussero che Melchiorre non era più re per grazia divina. Gli si rivoltarono contro e lo maledissero. E i poveri? I poveri, dice il melanconico papiro armeno, non difesero il re dai nobili.

E così anche Melchiorre fu cacciato dal suo regno e con lui Balthasar e Gasparre. Vagarono mendicanti per le montagne e mari del non si sa dove. E così girerebbero miserrimi ancora; se una notte non avessero rivisto la stella di trentatré anni prima. La seguirono e arrivarono davanti a un deserto. Vi si inoltrarono senz'acqua; ma al centro d' esso c'era un lago, e dal lago s' ergeva un castello. Melchiorre ne aprì la porta, ed essa divenne tutta d'oro, sorrise e morì. Ma dove morì crebbe un albero sempreverde. Fu Baldassare che poi salì le grandi scale del castello e in cima ad esse vide la giovane che l'aveva una volta abbracciato. Assieme per magia i loro corpi si confusero in acqua, e divennero una fonte. Restò solo l'infantile Gasparre che dei tre re era il più giovane. Con un braccio sotto l'albero pescò i pesci che erano nella fonte. Pesci che non muoiono, e volano anzi come uccelli. Dalle mura del castello, "li fece piovere pure sull' apostolo Tommaso". E in quel castello di pesci santi e volanti, Gasparre è restato ancora a pescare: parla degli altri due re magi, e sempre racconta a memoria la loro storia.

 

La Repubblica, 5-1-2000, Pagina 36


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