
LA NASCITA DI GESU' NEI
VANGELI CANONICI - ORIGINE
DELLA FESTA DEL NATALE - LA
FESTIVITA' DEL 6 GENNAIO - I RE MAGI - ALCUNE
TRADIZIONI - IL NATALE NELL'ARTE - APPROCCIO
INTERCULTURALE ALLA FESTA DEL NATALE - POESIE DI NATALE - CANZONI DI
NATALE - AUGURI - RIFLESSIONI
SUL NATALE CRISTIANO - RACCONTI DI NATALE
EPIFANIA
LA FESTIVITA' DEL 6 GENNAIO
I MAGI

Nei primi momenti della Chiesa antica ogni "giorno del Signore"
(corrisponde alla nostra domenica) era in ricordo della sua resurrezione.
Infatti il giorno della morte di apostoli e martiri era dedicato
alla loro festa. Nella Bibbia solo i faraoni e gli empi festeggiavano
il compleanno. Ma non appena si sviluppò la riflessione teologica
sulla persona di Gesù Cristo, sulle opere, la crocifissione,
la morte e la resurrezione si sviluppò anche la riflessione
sulla sua INCARNAZIONE, pur non ritenendo rilevante
la data.
Sull'incarnazione ci furono due posizioni:
- quella eretica che ritiene Gesù adottato da Dio nel momento
del battesimo;
- quella di Basilide (dott. gnostico del 2° sec.) secondo cui
Gesù è figlio di Dio dal concepimento per opera dello
Spirito Santo.
I seguaci di Basilide festeggiavano il battesimo di Gesù
il 6 gennaio, quando nel mondo pagano si festeggiava Dioniso (per
l'allungarsi delle giornate) mentre ad Alessandria in quel giorno
consacrato ad Osiride si celebrava la nascita di Eone e si diceva
che nella notte del 5/6 gennaio le acque del Nilo acquistassero
una forza prodigiosa. La scelta di questa data per il battesimo
di Gesù fu fatta per proclamare di fronte ai pagani che il
vero essere divino manifestatosi sulla terra era Cristo, entrato
nel mondo sulle rive del Giordano, annunciato dalla voce di Dio
"Tu sei il mio figlio prediletto" (Mt 3,16-17 ).
Nella prima metà del IV sec. la Chiesa d'oriente celebrava
l'Epifania come nascita di Gesù (notte fra il 5/6) e il suo
battesimo il 6 gennaio.
E' stato ritrovato in Egitto un foglio di papiro proprio di questo
periodo (inizio 4° sec.) datato 5/6 gennaio sul quale sono state
rilevate molte impronte digitali (perciò molto utilizzato):
è la più antica liturgia natalizia che possediamo.
Dalla Siria ci giungono documenti del padre della Chiesa Ephrem
(4° sec.) sulla festa del 6 gennaio: ogni casa veniva decorata
con corone (prima forma di albero di natale?), celebrando nella
notte del 5 la nascita di Gesù, l'adorazione dei pastori,
l'apparizione della stella e il giorno seguente i Magi, il battesimo
nel Giordano, il miracolo di Cana.
Ci restano anche i racconti di una nobile pellegrina di nome Eteria
che narra il particolare splendore delle celebrazioni di quella
notte, della processione alla grotta di Betlemme nella quale il
vescovo celebrava la messa notturna. "All'alba il corteo torna
a Gerusalemme nella chiesa della Risurrezione, che risplende alla
luce di migliaia di candele, per cantare salmi e orazioni".
Dopo qualche ora di riposo, a mezzogiorno ricomincia la festa.
Nel giorno in cui il mondo pagano celebrava Eone e l'allungarsi
delle ore di luce, i cristiani festeggiavano l'apparizione di Cristo
nel mondo, l'ingresso della luce nelle tenebre. In queste strutture
liturgiche è già presente tutto il pensiero cristiano
della nostra festa del Natale.
I Magi

Magi, Giotto
I Magi vengono menzionati solo dal Vangelo di Matteo
(2,1-12 ) e le indicazioni che abbiamo sono solo la provenienza “dall’oriente”; chi erano: “sapienti”; e
i doni: “oro, incenso e mirra”.
Le indicazioni che noi comunemente abbiamo provengono
soprattutto dai vangeli apocrifi 1 come: Atti di Tommaso (III sec.); Opus
imperfectum in Matthaeum (IV-VI sec.). Il seguito di leggende e scritti
trovarono una sistemazione ad opera del Priore dell’Ordine dei
Carmelitani di Kassel, nella germania centrale, di nome Giovanni di
Hildsheim, scrivendo tra il 1364 e il 1374 la Historia Trium Regum.
Ai tre personaggi vennero attribuiti simbolicamente colori dei
mantelli: Melchiorre una tunica color violetto a significare la
penitenza; Baldassarre panni bianchi coperti da una tunica rossa e
gialla a significare la verginità; Gaspare tunica bianca, saio
rosso e calzari violetti ad indicare al devozione. In queste
iconografie non vi erano legami particolari per cui gli artisti a
seconda dei luoghi interpretavano diversamente questi elementi
simbolici.
MASSIMO OLDONI, Sulle tracce dei re sapienti, in Medioevo, anno 2 n.1 (12) Gennaio 1998, pp.16-21.
L'INNO AKATHISTOS
8. Osservando la stella
che guidava all'Eterno,
ne seguirono i Magi il fulgore.
Fu loro sicura lucerna
andando a cercare il Possente,
il Signore.
Al Dio irraggiungibile giunti,
l'acclaman beati:
Alleluia!
9. Contemplarono i Magi
sulle braccia materne
l'Artefice sommo dell'uomo.
Sapendo ch'Egli era il Signore
pur sotto l'aspetto di servo,
premurosi gli porsero i doni,
dicendo alla Madre beata:
Ave, o Madre dell'Astro perenne,
Ave, o aurora di mistico giorno.
Ave, fucine d'errori Tu spegni,
Ave, splendendo conduci al Dio vero.
Ave, l'odioso tiranno sbalzasti dal trono,
Ave, Tu il Cristo ci doni clemente Signore.
Ave, sei Tu che riscatti dai riti crudeli,
Ave, sei Tu che ci salvi dall'opre di fuoco.
Ave, Tu il culto distruggi del fuoco,
Ave, Tu estingui la fiamma dei vizi.
Ave, Tu guida di scienza ai credenti,
Ave, Tu gioia di tutte le genti.
Ave, Vergine e Sposa!
EFREM (IVsec.), INNO XXII,55
"Il fuoco approvò la tua nascita,
poichè essa aveva rimosso da lui l'adorazione.
I Magi lo avevano adorato,
loro che [ora] si sono prostrati dinanzi a te.
Lo abbandonarono e adorarono il suo Signore,
il fuoco che essi avevano messo al posto dle fuoco.
Benedetto colui he ci ha battezzati nella sua luce!"
"Al posto di un fuoco stolto,
che divora il proprio corpo,
I Magi adorarono il Fuoco
che ha dato i proprio corpo ai commensali.
Il carbone ardente si è avvicinato e ha santificato
le labbra impure
Benedetto colui che ha mescolato in noi il suo Fuoco!"
IL VIAGGIO DEL QUARTO RE
UNA LEGGENDA PER RIFLETTERE SUL NATALE
Nei
giorni in cui era imperatore Cesare Augusto ed Erode regnava a
Gerusalemme, viveva nella città di Ecbatana, tra i monti della
Persia, un certo Artabano.
Era un uomo alto e bruno, sulla quarantina. Gli occhi sfavillanti, la
fronte da sognatore e la bocca da soldato Io rivelavano uomo sensibile
ma di volontà ferrea, uno di quegli uomini sempre alla ricerca
di qualcosa.
Artabano apparteneva all'antica casta sacerdotale dei Magi, detti adoratori del fuoco.
Un giorno convocò tutti i suoi amici e fece loro, più o meno, questo discorso:
«I miei tre compagni tra i Magi — Gaspare, Melchiorre e
Baldassarre — e io stesso abbiamo studiato le antiche tavole
della Caldea e abbiamo calcolato il tempo. Cade quest'anno.
Abbiamo studiato il cielo e abbiamo visto una nuova stella, che ha
brillato per una sola notte e poi è scomparsa. I miei fratelli
stanno vegliando nell'antico tempio delle Sette Sfere, a Borsippa, in
Babilonia, e io veglio qui. Se la stella brillerà di nuovo, tra
dieci giorni partiremo insieme per Gerusalemme, per vedere e adorare il
Promesso, che nascerà Re d'Israele. Credo che il segno
verrà. Mi sono preparato per il viaggio. Ho venduto la mia casa
e i miei beni, e ho acquistato questi gioielli — uno zaffiro, un
rubino e una perla — da portare in dono al Re. E chiedo a voi di
venire con me in pellegrinaggio, affinché possiamo trovare
insieme il Principe».
Così dicendo, trasse da una piega recondita della cintura tre
grosse gemme, le più belle mai viste al mondo. Una era blu come
un frammento di cielo notturno, una più rossa di un raggio del
tramonto, una candida come la cima innevata di un monte a mezzogiorno.
Ma un velo di dubbio e diffidenza calò sui volti dei suoi amici,
come la nebbia che si alza dalle paludi a nascondere i colli.
«Artabano, questo è solo un sogno», disse uno. E tutti se ne andarono.
Artabano rimase solo e uscì sulla terrazza della sua casa.
Allora, alta nel cielo, perfetta di radioso candore, vide pulsare la
stella dell'annuncio.
«Salvami»
Djemal, il più veloce e resistente dei dromedari di Artabano,
divorava la sabbia dei deserti con le sue lunghe zampe. Artabano doveva
calcolare bene i tempi per giungere all'appuntamento con gli altri
Magi. Passò lungo i pendii del monte Orontes, scavati dall'alveo
roccioso di cento torrenti. Percorse le pianure dei Nisseni, dove i
famosi branchi di cavalli scuotevano la testa all'avvicinarsi di
Djemal, e si allontanavano al galoppo in un tuonare di zoccoli.
Varcò molti passi gelidi e desolati, arrancando penosamente fra
i crinali flagellati dal vento; si addentrò in gole buie,
seguendo la traccia ruggente del fiume che le aveva scavate.
Era in vista delle mura sbrecciate di Babilonia, quando, in un
boschetto di palme, vide un uomo che giaceva bocconi sulla strada.
Sulla pelle, secca e gialla come pergamena, portava i segni della
febbre mortale che infieriva nelle paludi in autunno. Il gelo della
morte già lo aveva afferrato alla gola. Artabano si
fermò. Prese il vecchio tra le braccia. Era leggero e gli
ricordava suo padre. Lo portò in un albergo e chiese
all'albergatore di avere cura del vecchio e ospitarlo per il resto dei
suoi giorni. In pagamento gli diede lo zaffiro.
Il giorno seguente, Artabano ripartì. Sollecitava Djemal che
volava sfiorando il terreno, ma ormai i tre Re Magi erano partiti senza
aspettare il loro fratello persiano. Non volevano perdere
l'appuntamento con il Grande Re.
Artabano arrivò in una vallata deserta dove enormi rocce si
innalzavano fra le ginestre dai fiori dorati. All'improvviso udì
delle urla venire dal folto degli arbusti. Saltò giù dalla cavalcatura e vide un drappello di soldati che trascinavano una
giovane donna con gli abiti a brandelli. Artabano mise mano alla spada,
ma i soldati erano troppi e non poteva affrontarli tutti insieme.
La ragazza notò l'aureo cerchio alato che aveva al petto. Si
svincolò dalla stretta dei suoi aguzzini e si gettò ai
suoi piedi. «Abbi pietà» gli gridò «e
salvami, per amore di Dio! Mio padre era un mercante, ma è
morto, e ora mi hanno preso per vendermi come schiava e pagare
così i suoi debiti. Salvami!».
Artabano tremò, ma mise la mano nella cintura e con il rubino
acquistò la libertà della giovane. La ragazza gli
baciò le mani e fuggì verso le montagne con la
rapidità di un capriolo.
Le mani vuote
Intanto Gasparre, Melchiorre e Baldassarre erano arrivati alla stalla
dove stavano Giuseppe, Maria e il piccolo Gesù.
I tre santi re si prostrarono davanti al bambino e presentarono i loro doni.
Gasparre aveva portato un magnifico calice d'oro.
Melchiorre porse un incensiere da cui si levavano volate di profumato incenso.
Baldassarre presentò la preziosa mirra.
Il bambino guardò i doni, serio serio.

Artabano correva e correva. Arrivò a Betlemme mentre dalle case
si levavano pianti e fiamme, e l'aria tremava come trema nel deserto. I
soldati dalle spade insanguinate, eseguendo gli ordini di Erode,
uccidevano tutti i bambini dai due anni in giù. Vicino a una
casa in fiamme un soldato dondolava un bambino nudo tenendolo per una
gamba. Il bambino gridava e si dibatteva. Il soldato diceva: «Ora
lo lascio, ed egli cadrà nel fuoco... farà un buon
arrosto! ». La madre alzava urla acutissime. Con un sospiro,
Artabano prese l'ultima gemma che gli era rimasta, la magnifica perla
più grossa di un uovo di piccione, e la diede al soldato
perché restituisse il figlio alla madre. Così fu. Ella
ghermì il bambino, lo strinse al petto e fuggì via.
Solo molto tardi Artabano trovò la stalla dove si nascondevano
il bambino, Maria e Giuseppe. Giuseppe si stava preparando a fuggire e
il bambino era sulle ginocchia di sua madre. Ella lo cullava
teneramente cantando una dolce ninna nanna.
Artabano crollò in ginocchio e si prostrò con la fronte
al suolo. Non osava alzare gli occhi, perché non aveva portato
doni per il Re dei Re. «Signore, le mie mani sono vuote.
Perdonami...», sussurrò.
Alla fine osò alzare gli occhi. Il bambino forse dormiva? No, il bambino non dormiva.
Dolcemente si girò verso Artabano. Il suo volto splendeva, tese
le manine verso le mani vuote del re e sorrise.

Liberamente tratto da
BRUNO FERRERO, Tutte storie, ed. LDC, pg 78-83.
1 Dal greco
“apokryphos” (da krypto: «nascondere» e apo:
«lontano da, da parte»): «sottratto alla vista,
segreto». Scritti che somigliano ai libri canonici ma che non
appartengono al canone delle scritture. I cristiani Protestanti li
chiamano «Pseudoepigrafi» (dal greco graphe:
«scritto» e pseudes: «falso») : «scritti
il cui titolo è fittizio» [...] Gli apocrifi del NT sono
posteriori al I sec. I Vangeli apocrifi hanno cercato di colmare le
lacune dei vangeli canonici, in modo particolare per quanto riguarda
l’infanzia e la passione di Gesù. Riflettono
ordinariamente la teologia popolare del tempo e tradiscono spesso una
tendenza gnostica. Hanno avuto grande influenza sulla
religiosità popolare e sull’arte. [...] Tra i vangeli
romanzati, citiamo il Protovangelo di Giacomo (sull’infanzia del
Salvatore, greco, verso il 150 d.C.), il Vangelo dello Pseudo-Matteo
(latino, V-VI sec.).
Vengono chiamati anche Vangeli edificanti
XAVIER LEON DUFUR, Apocrifi, in Dizionario del NT, ed. Queriniana, BS, 1978, pp.121-123
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