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EDIZIONE
ELETTRONICA
A CURA DI
ANTONIO ARIBERTI
NOVEMBRE 2000
Noi ricordiamo:
una riflessione sulla Shoah
Noi Ricordiamo [L'Osservatore Romano, Città del Vaticano, Lunedì -
Martedì 16-17- Marzo 1998, p. 1 e p. 4]
Il Documento della Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo
«Noi ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah» è stato reso pubblico
lunedì mattina, 16 marzo.
Nel rievocare l'«indicibile tragedia» dell'uccisione di milioni di ebrei
da parte del regime nazista il Documento invita i cristiani a «riflettere
sulla catastrofe che colpì il popolo ebraico» e in particolare «sull'imperativo
morale di far sì che mai più l'egoismo e l'odio abbiano a crescere fino
al punto da seminare sofferenze e morte». Ricordando in particolare
le origini dell'antisemitismo nazista e della Shoah il Documento sottolinea
che le loro radici sono «fuori del cristianesimo» e si fondano «su teorie
contrarie al costante insegnamento della Chiesa». Per questo motivo
la Chiesa in Germania attraverso la voce dei Cardinali Bertram e Faulhaber,
condannò il «nazionalsocialismo con la sua idolatria della razza e dello
Stato». Netta fu la condanna da parte di Pio Xl con l'Enciclica «Mit
brennender Sorge» e dl Pio XII fin dalla sua prima Enciclica «Summi
Pontificatus». Non devono essere inoltre dimenticati come sottolinea
il Documento «coloro che aiutarono a salvare quanti più ebrei fu loro
possibile, sino al punto di mettere le loro vite in pericolo mortale».
Qui di seguito una nostra traduzione italiana della Lettera del Santo
Padre premessa al Documento.
Al Signor Cardinale
EDWARD IDRIS CASSIDY
Presidente della Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo
In numerose occasioni durante il mio Pontificato ho richiamato con
senso di profondo rammarico le sofferenze del popolo ebreo durante la
Seconda Guerra Mondiale. Il crimine che è diventato noto come la Shoah
rimane un'indelebile macchia nella storia del secolo che si sta concludendo.
Preparandoci ad iniziare il terzo millennio dell'era cristiana, la Chiesa
è consapevole che la gioia di un Giubileo è soprattutto una gioia fondata
sul perdono dei peccati e sulla riconciliazione con Dio e con il prossimo.
Perciò Essa incoraggia i suoi figli e figlie a purificare i loro cuori
attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato.
Essa li chiama a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi
sulla responsabilità che anch'essi hanno per i mali del nostro tempo.
E mia fervida speranza che il documento: Noi ricordiamo: una Riflessione
sulla Shoah, che la Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo
ha preparato sotto la Sua guida, aiuti veramente a guarire le ferite
delle incomprensioni ed ingiustizie del passato. Possa esso abilitare
la memoria a svolgere il suo necessario ruolo nel processo di costruzione
di un futuro nel quale l'indicibile iniquità della Shoah non sia mai
più possibile. Possa il Signore della storia guidare gli sforzi di Cattolici
ed Ebrei e di tutti gli uomini e donne di buona volontà così che lavorino
insieme per un mondo di autentico rispetto per la vita e la dignità
di ogni essere umano, poiché tutti sono stati creati ad immagine e somiglianza
di Dio.
Dal Vaticano, 12 marzo 1998.
Giovanni Paolo II
Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah
I. La tragedia della Shoah ed il dovere della memoria Si sta rapidamente
concludendo il XX secolo e spunta ormai l'aurora di un nuovo millennio
cristiano. Il Bimillenario della nascita di Gesù Cristo sollecita tutti
i cristiani, e invita in realtà ogni uomo e ogni donna, a cercare di
scoprire nel fluire della storia i segni della divina Provvidenza all'opera
come pure i modi in cui l'immagine del Creatore presente nell'uomo è
stata offesa e sfigurata. Questa riflessione riguarda uno dei principali
settori in cui i cattolici possono seriamente prendere a cuore il richiamo
loro rivolto da Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Tertio Millennio
adveniente: «È giusto pertanto che, mentre il secondo Millennio del
cristianesimo volge al termine, la Chiesa si faccia carico con più viva
consapevolezza del peccato dei suoi figli nel ricordo di tutte quelle
circostanze in cui, nell'arco della storia essi si sono allontanati
dallo spirito di Cristo e dei suo Vangelo, offrendo al mondo, anziché
la testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede, lo spettacolo
di modi di pensare e di agire che erano vere forme di antitestimonianza
e di scandalo» (1). Il secolo attuale è stato testimone
di un'indicibile tragedia, che non potrà mai essere dimenticata: il
tentativo del regime nazista di sterminare il popolo ebraico, con la
conseguente uccisione di milioni di ebrei. Uomini e donne, vecchi e
giovani bambini ed infanti, solo perché di origine ebraica, furono perseguitati
e deportati. Alcuni furono uccisi immediatamente, altri furono umiliati,
maltrattati, torturati e privati completamente della loro dignità umana,
e infine uccisi. Pochissimi di quanti furono internati nei campi di
concentramento sopravvissero, e i superstiti rimasero terrorizzati per
tutta la vita. Questa fu la Shoah: uno dei principali drammi della storia
di questo secolo, un fatto che ci riguarda ancora oggi. Dinanzi a questo
orribile genocidio, che i responsabili delle nazioni e le stesse comunità
ebraiche trovarono difficile da credere nel momento in cui veniva perpetrato
senza misericordia, nessuno può restare indifferente, meno di tutti
la Chiesa, in ragione dei suoi legami strettissimi di parentela spirituale
con il popolo ebraico e del ricordo che essa nutre delle ingiustizie
del passato. La relazione della Chiesa con il popolo ebraico è diversa
da quella che condivide con ogni altra religione (2).
Non è soltanto questione di ritornare al passato. Il futuro comune di
ebrei e cristiani esige che noi ricordiamo, perché «non c'è futuro senza
memoria» (3). La storia stessa è memoria futuri Nel
rivolgere questa riflessione ai nostri fratelli e sorelle della Chiesa
cattolica sparsi nel mondo chiediamo a tutti i cristiani di unirsi a
noi nel riflettere sulla catastrofe che colpì il popolo ebraico, e sull'imperativo
morale di far sì che mai più l'egoismo e l'odio abbiano a crescere fino
al punto da seminare sofferenze e morte (4). In modo
particolare, chiediamo ai nostri amici ebrei, «il cui terribile destino
è divenuto simbolo dell'aberrazione cui può giungere l'uomo, quando
si volge contro Dio» (5), di predisporre il loro
cuore ad ascoltarci.
II. Che cosa dobbiamo ricordare Nel dare la sua singolare testimonianza
al Santo di Israele ed alla Torah, il popolo ebraico ha grandemente
patito in diversi tempi ed in molti luoghi. Ma la Shoah fu certamente
la sofferenza peggiore di tutte. L'inumanità con cui gli ebrei furono
perseguitati e massacrati in questo secolo va oltre la capacità di espressione
delle parole. E tutto questo fu fatto loro per la sola ragione che erano
ebrei. La stessa enormità del crimine suscita molte domande. Storici,
sociologi, filosofi politici, psicologi e teologi tentano di conoscere
di più circa la realtà e le cause della Shoah. Molti studi specialistici
rimangono ancora da compiere. Ma un simile evento non può essere pienamente
misurato attraverso i soli criteri ordinali della ricerca storica. Esso
richiama ad una «memoria morale e religiosa» e, in particolare tra i
cristiani, ad una riflessione molto seria sulle cause che lo provocarono.
Il fatto che la Shoah abbia avuto luogo in Europa, cioè in paesi di
lunga civilizzazione cristiana pone la questione della relazione tra
la persecuzione nazista e gli atteggiamenti dei cristiani, lungo i secoli,
nei confronti degli ebrei.
III. Le relazioni tra ebrei e cristiani La storia delle relazioni tra
ebrei e cristiani è una storia tormentata. Lo ha riconosciuto il Santo
Padre Giovanni Paolo II nei suoi ripetuti appelli ai cattolici a considerare
il nostro atteggiamento nei confronti delle nostre relazioni con il
popolo ebraico (6). In effetti il bilancio di queste
relazioni durante i due millenni è stato piuttosto negativo Agli albori
del cristianesimo, dopo la crocifissione di Gesù, sorsero contrasti
tra la Chiesa primitiva ed i capi dei giudei ed il popolo ebraico i
quali, per ossequio alla Legge, a volte si opposero violentemente ai
predicatori del Vangelo e ai primi cristiani. Nell'impero romano, che
era pagano, gli ebrei erano legalmente protetti dai privilegi garantiti
loro dall'Imperatore e le autorità in un primo tempo non fecero distinzione
tra le comunità giudee e cristiane. Ben presto, tuttavia, i cristiani
incorsero nella persecuzione dello Stato. Quando in seguito, gli imperatori
stessi si convertirono ai cristianesimo, dapprima continuarono a garantire
i privilegi degli ebrei. Ma gruppi esagitati di cristiani che assalivano
i templi pagani, fecero in alcuni casi lo stesso nei confronti delle
sinagoghe, non senza subire l'influsso di certe erronee interpretazioni
del Nuovo Testamento concernenti il popolo ebraico nel suo insieme.
«Nel mondo cristiano " non dico da parte della Chiesa in quanto tale
" interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti
il popolo ebraico e la sua presunta colpevolezza sono circolate per
troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo
popolo» (8). Tali interpretazioni del Nuovo Testamento
sono state totalmente e definitivamente rigettate dal Concilio Vaticano
II (9). Nonostante la predicazione cristiana dell'amore
verso tutti, compresi gli stessi nemici, la mentalità prevalente lungo
i secoli ha penalizzato le minoranze e quanti erano in qualche modo
«differenti». Sentimenti di antigiudaismo in alcuni ambienti cristiani
e la divergenza che esisteva tra la Chiesa ed il popolo ebraico, condussero
a una discriminazione generalizzata che sfociava a volte in espulsioni
o in tentativi di conversioni forzate. In una larga parte del mondo
«cristiano», fino alla fine del XVIII secolo, quanti non erano cristiani
non sempre godettero di uno status giuridico pienamente garantito. Nonostante
ciò, gli ebrei diffusi in tutto il mondo cristiano rimasero fedeli alle
loro tradizioni religiose ed ai costumi loro propri. Furono per questo
considerati con un certo sospetto e diffidenza. In tempi di crisi come
carestie, guerre e pestilenze o di tensioni sociali, la minoranza ebraica
fu più volte presa come capro espiatorio, divenendo così vittima di
violenze, saccheggi e persino di massacri. Tra la fine del XVIII secolo
e l'inizio del XIX secolo, gli ebrei avevano generalmente raggiunto
una posizione di uguaglianza nei confronti degli altri cittadini nella
maggioranza degli Stati, e un certo numero di loro giunse a ricoprire
ruoli influenti nella società. Ma in questo stesso contesto storico,
in particolare nel XIX secolo, prese piede un nazionalismo esasperato
e falso. In un clima di rapido cambiamento sociale, gli ebrei furono
spesso accusati di esercitare un'influenza sproporzionata rispetto al
loro numero. Allora cominciò a diffondersi in vario grado, attraverso
la maggior parte d'Europa, un antigiudaismo che era essenzialmente più
sociopolitico che religioso. Nello stesso periodo, cominciarono ad apparire
delle teorie che negavano l'unità della razza umana, affermando una
originaria differenza delle razze. Nel XX secolo, il nazionalsocialismo
in Germania usò tali idee come base pseudo-scientifica per una distinzione
tra le così dette razze nordicoariane e presunte razze inferiori. Inoltre,
una forma estremistica di nazionalismo fu stimolata in Germania dalla
sconfitta del 1918 e dalle condizioni umilianti imposte dai vincitori,
con la conseguenza che molti videro nel nazionalsocialismo una soluzione
ai problemi del Paese e perciò cooperarono politicamente con questo
movimento. La Chiesa in Germania rispose condannando il razzismo. Tale
condanna apparve per la prima volta nella predicazione di alcuni tra
il clero, nell'insegnamento pubblico dei Vescovi cattolici e negli scritti
di giornalisti cattolici. Già nel febbraio e marzo 1931, il Cardinale
Bertram di Breslavia, il Cardinale Faulhaber ed i Vescovi della Baviera,
i Vescovi della Provincia di Colonia e quelli della provincia di Friburgo
pubblicarono lettere pastorali che condannavano il nazionalsocialismo,
con la sua idolatria della razza e dello Stato (10).
L'anno stesso in cui il nazionalsocialismo giunse al potere, il 1933,
i ben noti sermoni d'Avvento del Cardinale Faulhaber, ai quali assistettero
non soltanto cattolici, ma anche protestanti ed ebrei, ebbero espressioni
di chiaro ripudio della propaganda nazista antisemitica (11).
A seguito della Kristallnacht, Bernard Lichtenberg, prevosto della Cattedrale
di Berlino, elevò pubbliche preghiere per gli ebrei. Egli morì poi a
Dachau ed è stato dichiarato Beato. Anche il Papa Pio XI condannò il
razzismo nazista in modo solenne nell'Enciclica Mit brennender Sorge
(12), che fu letta nelle chiese di Germania nella
Domenica di Passione del 1937, iniziativa che procurò attacchi e sanzioni
contro membri del clero. Il 6 settembre 1938, rivolgendosi ad un gruppo
di pellegrini belgi, Pio XI asserì: «L'antisemitismo è inaccettabile.
Spiritualmente siamo tutti semiti» ( 13) . Pio XII,
fin dalla sua prima enciclica, Summi Ponificatus (14),
del 20 ottobre 1939, mise in guardia contro le teorie che negavano l'unità
della razza umana e contro la deificazione dello Stato, tutte cose che
egli prevedeva avrebbero condotto ad una vera «ora delle tenebre» (15).
IV. Antisemitismo nazista e la Shoah Non si può ignorare la differenza
che esiste tra l'antisemitismo basato su teorie contrarie al costante
insegnamento della Chiesa circa l'unità del genere umano e l'uguale
dignità di tutte le razze e di tutti i popoli, ed i sentimenti di sospetto
e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei
quali, purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli. L'ideologia
nazionalsocialista andò anche oltre nel senso che rifiutò di riconoscere
qualsiasi realtà trascendente quale fonte della vita e criterio del
bene morale. Di conseguenza, un gruppo umano, e lo Stato con il quale
esso si era identificato si arrogò un valore assoluto e decise di cancellare
l'esistenza stessa del popolo ebraico, popolo chiamato a rendere testimonianza
all'unico Dio e alla Legge dell'Alleanza. A livello teologico non possiamo
ignorare il fatto che non pochi aderenti al partito nazista non solo
mostrarono avversione allíidea di una divina Provvidenza all'opera nelle
vicende umane, ma diedero pure prova di un preciso odio nei confronti
di Dio stesso. Logicamente, un simile atteggiamento condusse pure al
rigetto del cristianesimo, e al desiderio di vedere distrutta la Chiesa
o per lo meno sottomessa agli interessi dello Stato nazista. Fu questa
ideologia estrema che divenne la base delle misure intraprese, prima
per sradicare gli ebrei dalle loro case e poi per sterminarli. La Shoah
fu l'opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo
aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i
propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure
i membri. Ma ci si deve chiedere se la persecuzione del nazismo nei
confronti degli ebrei non sia stata facilitata dai pregiudizi antigiudaici
presenti nelle menti e nei cuori di alcuni cristiani. Il sentimento
antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti,
alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando
raggiunse il potere? Ogni risposta a questa domanda deve tener conto
del fatto che stiamo trattando della storia di atteggiamenti e modi
di pensare di gente soggetta a molteplici influenze. Ancor più, molti
furono totalmente ignari della «soluzione finale» che stava per essere
presa contro un intero popolo; altri ebbero paura per se stessi e per
i loro cari; alcuni trassero vantaggio dalla situazione; altri infine
furono mossi dall'invidia. Una risposta va data caso per caso e, per
farlo, è necessario conoscere ciò che precisamente motivò le persone
in una specifica situazione. All'inizio, i capi del Terzo Reich cercarono
di espellere gli ebrei. Sfortunatamente, i Governi di alcuni Paesi occidentali
di tradizione cristiana inclusi alcuni del Nord e Sud America, furono
piú che esitanti ad aprire i loro confini agli ebrei perseguitati. Anche
se non potevano prevedere quanto lontano sarebbero andati i gerarchi
nazisti nelle loro intenzioni criminali i capi di tali nazioni erano
a conoscenza delle difficoltà e dei pericoli a cui erano esposti gli
ebrei che vivevano nei territori del Terzo Reich. In quelle circostanze,
la chiusura delle frontiere allíimmigrazione ebraica, sia che fosse
dovuta all'ostilità antigiudaica o al sospetto antigiudaico, a codardia
o limitazione di visione politica o a egoismo nazionale, costituisce
un grave peso di coscienza per le autorità in questione. Nelle terre
dove il nazismo intraprese la deportazione di massa, la brutalità che
accompagnò questi movimenti forzati di gente inerme, avrebbe dovuto
suscitare il sospetto del peggio. I cristiani offrirono ogni possibile
assistenza ai perseguitati, e in particolare agli ebrei? Molti lo fecero,
ma altri no. Coloro che aiutarono a salvare quanti più ebrei fu loro
possibile sino al punto di mettere le loro vite in pericolo mortale,
non devono essere dimenticati. Durante e dopo la guerra, comunità e
personalità ebraiche espressero la loro gratitudine per quanto era stato
fatto per loro, compreso anche ciò che Pio XII aveva fatto personalmente
o attraverso suoi rappresentanti per salvare centinaia di migliaia di
vite di ebrei (16). Molti Vescovi, preti, religiosi
e laici, sono stati per tale ragione onorati dallo Stato di Israele.
Nonostante ciò, come Papa Giovanni Paolo II ha riconosciuto accanto
a tali coraggiosi uomini e donne, la resistenza spirituale e l'azione
concreta di altri cristiani non fu quella che ci si sarebbe potuto aspettare
da discepoli di Cristo. Non possiamo conoscere quanti cristiani in paesi
occupati o governati dalle potenze naziste o dai loro alleati, constatarono
con orrore la scomparsa dei loro vicini ebrei, ma non furono tuttavia
forti abbastanza per alzare le loro voci di protesta. Per i cristiani
questo grave peso di coscienza di loro fratelli e sorelle durante l'ultima
guerra mondiale deve essere un richiamo al pentimento (17).
Deploriamo profondamente gli errori e le colpe di questi figli e figlie
della Chiesa. Facciamo nostro ciò che disse il Concilio Vaticano II
con la Dichiarazione Nostra aetate, che inequivocabilmente afferma:
«La Chiesa... memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei,
e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica deplora
gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo
dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque» (18).
Ricordiamo e facciamo nostro quanto Papa Giovanni Paolo II nel rivolgersi
ai capi della comunità ebraica di Strasburgo nel 1988 affermò: «Ribadisco
nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo
e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo»
(19). La Chiesa cattolica, pertanto, ripudia ogni
persecuzione, in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, perpetrata contro
un popolo o un gruppo umano. Essa condanna nel modo più fermo tutte
le forme di genocidio come pure le ideologie razziste che l'hanno reso
possibile. Volgendo lo sguardo su questo secolo, siamo profondamente
addolorati per la violenza che ha colpito gruppi interi di popoli e
di nazioni. Ricordiamo in modo particolare il massacro degli armeni,
le vittime innumerevoli nell'Ucraina degli anni '30, il genocidio degli
zingari, frutto anch'esso di idee razziste, e tragedie simili accadute
in America in Africa e nei Balcani. Né vogliamo dimenticare i milioni
di vittime dell'ideologia totalitaria nell'Unione Sovietica, in Cina,
in Cambogia ed altrove. Neppure possiamo dimenticare il dramma del Medio
Oriente, i cui termini sono ben noti. Anche mentre noi facciamo la presente
riflessione, «troppi uomini continuano ad essere vittime dei propri
fratelli» (20). V. Guardando insieme ad un futuro
comune Guardando al futuro delle relazioni tra ebrei e cristiani in
primo luogo chiediamo ai nostri fratelli e sorelle cattolici di rinnovare
la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede. Chiediamo loro
di ricordare che Gesù era un discendente di Davide, che dal popolo ebraico
nacquero la Vergine Maria e gli Apostoli, che la Chiesa trae sostentamento
dalle radici di quel buon ulivo a cui sono stati innestati i rami dell'ulivo
selvatico dei gentili (cfr Rm 11 17-24), che gli ebrei sono nostri cari
ed amati fratelli, e che, in un certo senso, sono veramente i «nostri
fratelli maggiori» (21). Al termine di questo Millennio
la Chiesa cattolica desidera esprimere il suo profondo rammarico per
le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca. Si tratta
di un atto di pentimento (teshuva): come membri della Chiesa, condividiamo
infatti sia i peccati che i meriti di tutti i suoi figli. La Chiesa
si accosta con profondo rispetto e grande compassione all'esperienza
dello sterminio, la Shoah, sofferta dal popolo ebraico durante la seconda
Guerra Mondiale. Non si tratta di semplici parole, bensì di un impegno
vincolante. «Rischieremmo di far morire nuovamente le vittime delle
più atroci morti, se non avessimo la passione della giustizia e se non
ci impegnassimo, ciascuno secondo le proprie capacità, a far sì che
il male non prevalga sul bene come è accaduto nei confronti di milioni
di figli dei popolo ebraico... L'umanità non può permettere che ciò
accada di nuovo» (22). Preghiamo che il nostro dolore
per le tragedie che il popolo ebraico ha sofferto nel nostro secolo
conduca a nuove relazioni con il popolo ebraico. Desideriamo trasformare
la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo
futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani
e sentimento anticristiano tra gli ebrei, ma piuttosto un rispetto reciproco
condiviso, come conviene a coloro che adorano l'unico Creatore e Signore
ed hanno un comune padre nella fede, Abramo. Infine, invitiamo gli uomini
e le donne di buona volontà a riflettere profondamente sul significato
della Shoah. Le vittime dalle loro tombe, e i sopravvissuti attraverso
la vivida testimonianza di quanto hanno sofferto, sono diventati un
forte grido che richiama l'attenzione di tutta l'umanità. Ricordare
questo terribile dramma significa prendere piena coscienza del salutare
monito che esso comporta: ai semi infetti dell'antigiudaismo e dellíantisemitismo
non si deve mai più consentire di mettere radice nel cuore dell'uomo.
16 Marzo 1998.
Cardinale Edward Idris Cassidy Presidente
Pierre Duprey Vescovo tit. di Thibaris Vice-Presidente
Remi Hoeckman, O.P. Segretario
NOTE
(l)
Giovanni Paolo II, Lett. ap. Tertio Millennio adveniente (10 novembre
1994), 33: AAS 87 (1995), 25.
(2)
Cfr Giovanni Paolo II, Discorso in occasione dell'incontro con la comunità
ebraica della città di Roma (13 aprile 1986), 4: AAS 78 (1986), 1 120.
(3)
Giovanni Paolo II, Angelus dell'11 giugno 1995: Insegnamenti 18/1, 1995,
1712.
(4)
Cfr Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità ebraica di Budapest (18
agosto 1991), 4 Insegnamenti 14/2, 1991, 349.
(5)
Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus (I maggio 1991), 17:
AAS 83 (1991), 814-815.
(6)
Cfr Giovanni Paolo II, Discorso ai Delegati delle Conferenze Episcopali
per i rapporti con l'Ebraismo (6 marzo 1982): Insegnamenti 5/1, 1982,
743-747 ( Cfr Commissione della Santa Sede per le Relazioni religiose
con gli ebrei, Note sul corretto modo di presentare gli ebrei e l'ebraismo
nella predicazione e nella catechesi nella Chiesa cattolica romana (24
giugno 1985) VI, 1: Ench. Vat. 9, 1656.
(8)
Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all'incontro di studio su
«Radici dell'antigiudaismo in ambiente cristiano» (31 Ottobre 1997),
1: L'Osservatore Romano, 1 novembre 1997, p. 6.
(9)
Cfr Nostra aetate,4
(10)
Cfr B. Statiewski (Ed.), Akten deutscher Bischöfe über die Lage der
Kirche,1933-1945, vol. I, 1933-1934 (Mainz 1968), Appendix.
(11)
Cfr L. Volk, Der Bayerische Episkopat und der Nationalsozialismus 1930-1934
(Mainz 1966), pp. 170-174.
(12)
Del 14 marzo 1937: AAS 29 (1937), 145-167.
(13) La
Documentation Catholique, 29 (1938), col. 1460.
(14)
AAS 31 (1939), 413-453.
(15)
Ibid., 449.
(16)
Organizzazioni e personalità ebraiche rappresentative riconobbero varie
volte ufficialmente la saggezza della diplomazia di Papa Pio XII. Ad
esempio, il giovedì 7 settembre 1945 Giuseppe Nathan, Commissario dell'Unione
delle Comunità Israelitiche Italiane, dichiarò: «Per primo rivolgiamo
un reverente omaggio di riconoscenza al Sommo Pontefice, ai religiosi
e alle religiose che attuando le direttive del Santo Padre, non hanno
veduto nei perseguitati che dei fratelli, e con slancio e abnegazione
hanno prestato la loro opera intelligente e fattiva per soccorrerci,
noncuranti dei gravissimi pericoli ai quali si esponevano» (L'Osservatore
Romano, 8 settembre 1945 p. 2). Il 21 settembre dello stesso anno, Pio
XII ricevette il Dott. A. Leo Kubowitzki, Segretario Generale del World
Jewish Congress, recatosi in Udienza per presentare «al Santo Padre,
a nome della Unione delle Comunità Israelitiche, i più sentiti ringraziamenti
per l'opera svolta dalla Chiesa Cattolica a favore della popolazione
ebraica in tutta l'Europa durante la guerra» (L'Osservatore Romano,
23 settembre 1945, p. 1). Il giovedì 29 novembre 1945 il Papa ricevette
circa 80 delegati di profughi ebrei, provenienti dai campi di concentramento
in Germania, giunti a manifestargli «il sommo onore di poter ringraziare
personalmente il Santo Padre per la sua generosità dimostrata verso
di loro, perseguitati durante il terribile periodo di nazifascismo»
(L'Osservatore Romano, 30 novembre 1945, p. 1). Nel 1958, alla morte
di Papa Pio XII, Golda Meir inviò un eloquente messaggio: «Condividiamo
il dolore dell'umanità... Quando il terribile martirio si abbatté sul
nostro popolo, la voce del Papa si elevò per le sue vittime. La vita
del nostro tempo fu arricchita da una voce che chiaramente parlò circa
le grandi verità morali al di sopra del tumulto del conflitto quotidiano.
Piangiamo un grande servitore della pace».
(17)
Cfr Giovanni Paolo II, Discorso al nuovo Ambasciatore della Repubblica
Federale di Germania (8 novembre 1990), 2: AAS 83 (1991), 587-588.
(18)
N. 4.
(19)
N. 8: Insegnamenti 11/3, 1988, 1134.
(20)
Giovanni Paolo II, Discorso ai membri del Corpo diplomatico (15 gennaio
1994), 9: AAS 86 (1994), 816.
(21)
Giovanni Paolo II, Discorso in occasione dell'incontro con la comunità
ebraica della città di Roma (13 aprile 1986), 4: AAS 78 (1986), 1 120.
(22)
Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della commemorazione dell'Olocausto
(7 aprile 1994), 3: Insegnamenti 17/1, 1994, 897 e 893.
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