| 
|
EDIZIONE
ELETTRONICA
A CURA DI
ANTONIO ARIBERTI
NOVEMBRE 2000
Commissione per i rapporti religiosi
con l'ebraismo:
sussidi per una corretta presentazione
EBREI ED EBRAISMO
NELLA PREDICAZIONE E NELLA CATECHESI
DELLA CHIESA CATTOLICA
CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
Il 6 marzo 1982 papa Giovanni Paolo II rivolgeva
le seguenti parole ai delegati delle Conferenze episcopali e agli altri
esperti riuniti a Roma per studiare le relazioni tra chiesa ed ebraismo:
« ... voi vi siete preoccupati, durante la vostra sessione, dell'insegnamento
cattolico e della catechesi in rapporto agli ebrei e i all'ebraismo (...)
Occorrerà fare in modo che questo insegnamento, ai diversi livelli di
formazione religiosa, nella catechesi fatta ai bambini e agli adolescenti.
Presenti gli ebrei e l'ebraismo non solo in maniera onesta ed obiettiva
senza alcun pregiudizio e senza offendere nessuno, ma ancor più con una
viva coscienza del patrimonio comune» agli ebrei e ai cristiani.
In questo testo, dal contenuto tanto
denso, il Santo Padre si ispirava chiaramente alla dichiarazione conciliare
Nostra aetate (n. 4), dove si afferma: «Curino pertanto tutti che
nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non insegnino
alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e allo Spirito di
Cristo»; come anche: «Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale
comune ai cristiani e agli ebrei, questo sacro concilio vuole promuovere
e raccomandare loro la mutua conoscenza e stima (... )».
Allo stesso modo, gli Orientamenti e Suggerimenti
per l'applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate (n.
4), concludono con la seguente raccomandazione il loro capitolo III, intitolato
Insegnamento ed educazione, dove è enumerata una serie di dati
concreti da mettere in atto: «L'informazione su queste questioni deve
riguardare tutti i livelli d'insegnamento e di educazione. Tra i mezzi
di informazione, una particolare importanza rivestono quelli qui di seguito
elencati: - manuali di catechesi; - libri di storia; - mezzi di comunicazione
sociale (stampa, radio, cinema, televisione).
L'uso efficace di tali mezzi presuppone una specifica
formazione degli insegnanti e degli educatori nelle scuole, come pure
nei seminari e nelle università» (AAS 77, 1975, p. 73).
I paragrafi che seguono intendono servire proprio
questo fine (EV 5,772ss).
I. Insegnamento religioso ed ebraismo
1. Nella dichiarazione Nostra aetate (n.
4), il concilio parla del «vincolo che lega spiritualmente» cristiani
ed ebrei, del «grande patrimonio spirituale comune» agli uni e agli altri
e afferma anche che la chiesa «riconosce che gli inizi della sua fede
e della sua elevazione si trovano già, secondo il mistero divino della
salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei Profeti .
2. In considerazione di questi rapporti unici esistenti
tra il cristianesimo e l'ebraismo, «legati al livello stesso della loro
identità» (Giovanni Paolo II, 6 marzo 1982), rapporti «fondati sul disegno
di Dio dell'Alleanza» (ibid.), gli ebrei e l'ebraismo non dovrebbero
occupare un posto occasionale e marginale nella catechesi e nella predicazione,
ma la loro indispensabile presenza deve esservi organicamente integrata.
3. Questo interesse per l'ebraismo nell'insegnamento
cattolico non ha solo un fondamento storico o archeologico. Il Santo
Padre, nel discorso sopra citato e dopo aver di nuovo menzionato il «patrimonio
comune» tra chiesa ed ebraismo, patrimonio «considerevole», affermava
che, «farne l'inventario in se stesso, tenendo però anche conto della
fede e della vita religiosa del popolo ebraico, così come esse sono
professate e vissute ancora adesso, può aiutare a comprendere
meglio alcuni aspetti della vita della chiesa». Si tratta dunque di una
preoccupazione pastorale per una realtà sempre viva in stretto
rapporto con la chiesa. Il Santo Padre ha presentato questa realtà permanente
del popolo ebraico con una formula teologica particolarmente felice, nell'allocuzione
pronunciata per i rappresentanti della comunità ebraica della Germania
Federale (Magonza, 17 novembre 1980): «il popolo ebraico dell'antica alleanza,
che non è mai stata revocata,..».
4. Si deve sin da ora ricordare il
testo nel quale gli Orientamenti e Suggerimenti (n. 1) hanno cercato
di definire la condizione fondamentale del dialogo: «il rispetto dell’altro,
così come esso è»; la conoscenza delle «componenti fondamentali della
tradizione ebraica», e ancora l'apprendimento delle «caratteristiche essenziali
con le quali gli ebrei stessi si definiscono alla luce della realtà religiosa,
così come essi la vivono» (Intr.).
5. La singolarità e la difficoltà dell'insegnamento
cristiano riguardante gli ebrei e l'ebraismo, deriva soprattutto dal fatto
che in tale insegnamento è necessario adoperare contemporaneamente e accoppiandoli
insieme, vari termini in cui si esprime il rapporto tra le due economie,
dell'Antico e del Nuovo Testamento: promessa e adempimento - continuità
e novità - singolarità e universalità - unicità e esemplarità.
Ciò comporta per il teologo o il catechista, che
tratta questi argomenti, la preoccupazione di mostrare, nell'insegnamento
pratico, che:
- la promessa e l'adempimento si chiariscono reciprocamente;
- la novità consiste in una metamorfosi di ciò
che era prima;
- la singolarità del popolo dell'Antico Testamento
non è esclusiva, ma aperta, nella visione divina, ad una dilatazione
universale;
l'unicità del popolo ebraico è in vista di una
esemplarità.
6. Finalmente, «in questo campo, l'imprecisione
e la mediocrità nuocerebbero enormemente» al dialogo ebraico-cristiano
(Giovanni Paolo II, discorso del 6 marzo 1982). Ma - trattandosi di insegnamento
e di educazione - esse nuocerebbero soprattutto alla «propria identità»
cristiana (ibid.).
7. «In virtù della sua missione divina,
la chiesa», che è «mezzo generale di salvezza» e che è la sola nella quale
si trova «tutta la pienezza dei mezzi di salvezza» (Unitatis redintegratio,
n. 3), «per la sua stessa natura deve annunciare Gesù Cristo al mondo»
(Orientamenti e Suggerimenti, n. 1). Noi crediamo infatti che è per
mezzo di Gesù Cristo che andiamo al Padre (Cf Gv 14,6) e che «questa
è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai
mandato, Gesù Cristo» (Gv 1753).
Gesù afferma (Gv 10,16) che vi sarà «un solo gregge
ed un solo pastore». Chiesa ed ebraismo non possono essere presentati
dunque come due vie parallele di salvezza e la chiesa deve testimoniare
il Cristo redentore a tutti, «nel più rigoroso rispetto della libertà
religiosa, così come essa è insegnata dal concilio Vaticano secondo (dichiarazione
Dignitatis humanae)» (Orientamenti e Suggerimenti, n. 1).
8. L'urgenza e l'importanza di un insegnamento
da impartire ai nostri fedeli sull'ebraismo, e che sia preciso, obiettivo
e rigorosamente esatto, si deduce anche dalla minaccia di un antisemitismo
sempre pronto a riaffiorare in diverse forme. Non si tratta solo di sradicare,
dalla mente dei nostri fedeli, i residui di antisemitismo che si trovano
ancora qua e là, ma ancor più di suscitare tra loro, attraverso questo
sforzo educativo, una conoscenza esatta del «vincolo» (Cf Nostra Aetate,
n. 4) singolare che, in quanto chiesa, ci lega agli ebrei e all'ebraismo,
e in tal modo insegnare loro ad apprezzarli e ad amarli, poiché essi sono
stati scelti da Dio per preparare la venuta di Cristo e hanno conservato
tutto ciò che è stato progressivamente rivelato e donato nel corso di
tale preparazione, nonostante la loro difficoltà a riconoscere in lui
il loro Messia.
II. Rapporti tra Antico e Nuovo Testamento
l. Si tratta di presentare l'unità della rivelazione
biblica (Antico e Nuovo Testamento*)
e del disegno divino, prima di affrontare ciascuno degli avvenimenti storici,
per sottolineare che ogni evento ha senso solo se considerato nella totalità
di questa storia, dalla creazione al compimento. Essa riguarda tutto
il genere umano e in particolare i credenti. In tal modo, il senso definitivo
dell'elezione di Israele appare solo alla luce dell'adempimento totale
(Rm 9-11) e l'elezione di Gesù Cristo si comprende ancora meglio in riferimento
all'annuncio e alla promessa (Cf Eb 4,1-11).
2. Si tratta di avvenimenti singolari che riguardano
una sola nazione, ma che, nella visione di Dio che rivela i suoi propositi,
sono destinati ad assumere un significato universale ed esemplare.
Si tratta inoltre di presentare gli avvenimenti
dell'Antico Testamento non come avvenimenti che riguardano soltanto gli
ebrei, ma anche noi personalmente. Abramo è veramente il padre della
nostra fede (Cf RM 4,11-12); canone romano: (patriarchae nostri Abrahae).
Ed è detto (1Cor 10-l): «I nostri padri furono tutti sotto la nuvola,
tutti attraversarono il mare». I patriarchi, i profeti, e altre figure
dell'Antico Testamento sono stati e saranno sempre venerati come santi
nella tradizione liturgica sia della chiesa orientale che della chiesa
latina.
3. Dall'unità del piano divino deriva il problema
del rapporto tra Antico e Nuovo Testamento. La chiesa, sin dai tempi
apostolici (Cf 1Cor 10,11; Eb 10,1), e poi ininterrottamente nella sua
tradizione, ha risolto questo problema soprattutto attraverso la tipologia,
che sottolinea il valore fondamentale dell'Antico Testamento nella visione
cristiana. Ma la tipologia suscita in molti un senso di disagio che è
forse l'indizio di un problema non risolto.
4. Pertanto, nell'uso della tipologia, il cui insegnamento
e la cui pratica ci derivano dalla liturgia e dai padri della chiesa,
occorre evitare ogni passaggio tra Antico e Nuovo Testamento che fosse
esclusivamente considerato come una rottura. La chiesa, nella spontaneità
dello Spirito che la anima, ha vigorosamente condannato l'atteggiamento
di Marcione** e si è sempre
opposta al suo dualismo.
5. È importante anche di sottolineare che
l'interpretazione tipologica consiste nel leggere l'Antico Testamento
come presentazione e, sotto certi aspetti, come il primo delinearsi e
come l'annuncio del Nuovo (Cf per es., Eb 5,5-10, ecc.). Cristo è oramai
il riferimento-chiave delle Scritture «quella roccia era il Cristo»
(1Cor 10,4).
6. È dunque vero ed è bene sottolinearlo,,che la
chiesa e i cristiani leggono l'Antico Testamento alla luce dell'avvenimento
del Cristo morto e risorto e che a questo titolo esiste una lettura cristiana
dell'Antico Testamento che non coincide necessariamente con la lettura
ebraica. Identità cristiana e identità ebraica debbono essere pertanto
accuratamente distinte nella loro rispettiva lettura della Bibbia. Ciò
che, tuttavia, nulla sottrae al valore dell'Antico Testamento nella chiesa
e non vieta che i cristiani possano, a loro volta, utilizzare con discernimento
le tradizioni di lettura ebraica.
7. La lettura tipologica non fa altro che manifestare
le insondabili ricchezze dell'Antico Testamento, il suo contenuto inesauribile,
il mistero che lo pervade, ed essa non deve far dimenticare che l'Antico
Testamento mantiene il proprio valore di rivelazione, che spesso il Nuovo
Testamento non farà che riprendere (Cf Mc 12,29-31).
Del resto, lo stesso Nuovo Testamento esige parimenti
di essere letto alla luce dell’Antico. La catechesi cristiana primitiva
vi farà costantemente ricorso (Cf ad es., 1Cor 5,6-8; 10,1-11).
8. La tipologia significa inoltre proiezione
verso il compimento del piano divino, quando «Dio sarà tutto in tutti»
(1Cor 15,28). Questo fatto vale anche per la chiesa che, già realizzata
in Cristo, non di meno attende la sua perfezione definitiva come Corpo
di Cristo. Il fatto che il Corpo di Cristo tenda ancora verso la sua
statura perfetta (cf. Ef 4,12-13), nulla sottrae al valore dell'essere
cristiano. Così la vocazione dei patriarchi e l'esodo dall'Egitto non
perdono la loro importanza e il loro valore proprio nel piano di Dio per
il fatto che esse sono al tempo stesso delle tappe intermedie (Cf, per
es., Nostra aetate, n. 4).
9. L'esodo, ad esempio, rappresenta una esperienza
di salvezza e di liberazione che non si conclude in se stessa. Oltre
al suo senso proprio, essa ha in sé la capacità di svilupparsi ulteriormente.
La salvezza e la liberazione sono già compiute in Cristo e si realizzano
gradualmente attraverso i sacramenti nella chiesa. Si prepara così il
compimento del piano di Dio, che attende la sua consumazione definitiva,
con il ritorno di Gesù come Messia, ritorno per il quale noi ogni giorno
preghiamo. Il Regno, per il cui avvento preghiamo ugualmente ogni giorno,
sarà alla fine instaurato. E allora, la salvezza e la liberazione avranno
trasformato in Cristo gli eletti e tutta la creazione (Cf Rm 8,19-23).
10. Inoltre, sottolineando la dimensione
escatologica del cristianesimo, si giungerà ad una maggiore consapevolezza
del fatto che quando il popolo di Dio dell'antica e della nuova alleanza
considera l'avvenire, esso tende - anche se partendo da due punti di vista
diversi - verso fini analoghi: la venuta o il ritorno del Messia. E ci
si renderà conto più chiaramente che la persona del Messia, sulla quale
il popolo di Dio è diviso, costituisce per questo popolo anche un Punto
di convergenza (Cf Sussidi per l'Ecumenismo della diocesi di Roma,
n. 140). Si può dire pertanto che ebrei e cristiani si incontrano in
una esperienza simile, fondata sulla stessa promessa fatta ad Abramo (Cf
Gn 12,1-3; Eb 6,13-18).
11. Attenti allo stesso Dio che ha parlato,
tesi all’ascolto di questa medesima parola, dobbiamo rendere testimonianza
di una stessa memoria e di una comune speranza in colui che è il Signore
della storia. Sarebbe parimenti necessario che assumessimo la nostra
responsabilità di preparare il mondo alla venuta del Messia, operando
insieme per la giustizia sociale, per il rispetto dei diritti della persona
umana e delle nazioni,, per la riconciliazione sociale e internazionale.
Noi, ebrei e cristiani, siamo sollecitati a questo dal precetto dell'amore
per il prossimo, da', una comune speranza dei regno di Dio e dalla grande
eredità dei profeti. Trasmessa già nei primi anni di formazione attraverso
la catechesi, una tale concezione educherebbe concretamente i giovani
cristiani ad intrattenere relazioni di collaborazione con gli ebrei, al
di là del semplice dialogo (Cf Orientamenti e Suggerimenti,
n. IV).
III. Radici ebraiche dei cristianesimo
l. Gesù è ebreo e lo è per sempre; il suo ministero
si è volontariamente limitato «alle pecore perdute nella casa d'Israele»
(Mt 15,24). Gesù è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente
ebraico palestinese del 1 secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze.
Ciò sottolinea, come ci è stato rivelato nella Bibbia (Cf RM 1,3-4; Gal
4,4-5), sia la realtà dell'incarnazione che il significato stesso della
storia della salvezza.
2. Le relazioni di Gesù con la legge biblica e
con le sue interpretazioni più o meno tradizionali sono indubbiamente
complesse ed egli ha dimostrato al riguardo una grande libertà (Cf le
«antitesi» del discorso della montagna, in MT 5,21-48, tenendo conto delle
difficoltà esegetiche; l'atteggiamento di Gesù di fronte all'osservanza
rigorosa del sabato: Mc 3,1-6, ecc.).
Non vi è alcun dubbio, tuttavia, che egli voglia
sottomettersi alla legge (Cf Gal 4,4), che sia stato circonciso e presentato
al tempio, come qualunque altro ebreo del suo tempio (Cf Lc 2,21.22-24),
e che sia stato formato all'osservanza della legge. Egli ha raccomandato
il rispetto della legge (Cf Mt 5,17-20) e l'obbedienza ad essa (Cf Mt
8,4). Il ritmo della sua vita è
scandito, sin dall'infanzia, dai pellegrinaggi
in occasione delle grandi feste (Cf Lc 2,41-52; Gv 2,13; 7,10, ecc.).
si è rilevata spesso l'importanza, nel Vangelo di Giovanni, del ciclo
delle feste ebraiche (Cf 2,13; 5,1; 7.2.10.37; 10,22; 12,1; 13,1; 18,28;
19,42, ecc.).
3. Si deve anche notare che Gesù insegna
spesso nelle sinagoghe (Cf Mt 4,23; 9,35; Lc 4,15-18; Gv 18,20, ecc.)
e nel tempio (Cf Gv 18,20, ecc.), che egli frequentava, come lo facevano
i suoi discepoli, anche dopo la risurrezione (Cf, Per es., At 2,46; 3,1;
21,26, ecc.). Egli ha voluto inserire nel contesto del culto della sinagoga
l'annuncio della sua messianità (Cf Lc 4,1621). Ma soprattutto ha voluto
realizzare l'atto supremo del dono di sé nel quadro della liturgia domestica
della pasqua, o almeno nel quadro della festività pasquale (Cf Mc 14,
l; 12 e paralleli; Gv 18,28). E ciò permette di comprendere meglio il
carattere di «memoriale» dell'eucaristia.
4. Così il Figlio di Dio si è incarnato in un popolo
e in una famiglia umana (Cf Gal 4,4; RM 9,5). Ciò che per nulla sminuisce,
anzi al contrario, il fatto che egli sia nato per tutti gli uomini (attorno
alla sua culla si raccolgono pastori ebrei e magi pagani: Lc 2,8-20; Mt
2,1-12), e che sia morto per tutti (ai piedi della croce, si ritrovano
ancora degli ebrei, tra i quali Maria e Giovanni: Gv 19,25-27, e dei pagani
come il centurione: Mc 15,39 e paralleli). Egli ha fatto così, nella
sua carne, di due popoli un popolo solo (Cf Ef 2,14-17). Il che spiega
anche la presenza, in Palestina ed altrove, accanto alla Ecclesia ex
gentibus, di una Ecclesia ex circumcisione di cui parla,
ad esempio, Eusebio (H.E. IV,5).
5. I suoi rapporti con i farisei non furono né
del tutto né sempre polemici, come lo illustrano numerosi esempi, tra
i quali i seguenti:
- sono dei farisei che avvertono Gesù del pericolo
che corre (Lc 13,31);
- alcuni farisei vengono lodati, come
lo «scriba» di Mc 12,34;
- Gesù mangia assieme ai farisei (Lc 7,36; 14,1).
6. Gesù condivide con la maggioranza degli ebrei
palestinesi di quel tempo, alcune dottrine farisaiche: la risurrezione
dei corpi; le forme di pietà: elemosina, preghiera, digiuno (Cf Mt 6.1-8),
e l'abitudine liturgica di rivolgersi a Dio come Padre; la priorità del
comandamento dell'amore di Dio e del prossimo (Cf Mc 12,28-34). Lo stesso
si può dire di Paolo (Cf, Per es., At 23,8), il quale ha sempre considerato
come un titolo d'onore la sua appartenenza al gruppo farisaico (Cf ibid.
23,6; 26,5; Fil 3,5).
7. Anche Paolo, come del resto Gesù stesso, hanno
adoperato metodi di lettura e d'interpretazione della Scrittura e metodi
d'insegnamento ai discepoli che erano comuni ai farisei del loro tempo.
Il che si riscontra ad esempio nell'uso delle parabole nel ministero di
Gesù, o nel metodo seguito da Gesù e da Paolo, quello cioè di valersi
di una citazione biblica per dare fondamento ad una loro conclusione.
8. Si deve anche notare che i farisei non sono
menzionati nei racconti della passione. Gamaliele (Cf At 5,34-39) difende
gli apostoli in una riunione del sinedrio. Una presentazione solo negativa
dei farisei corre il rischio di essere inesatta e ingiusta (Cf Orientamenti
e Suggerimenti, nota 1: AAS l.c., p. 76). Sebbene si riscontrino
nei Vangeli e in altre parti del Nuovo Testamento, ogni sorta di riferimenti
a loro sfavorevoli, essi debbono essere colti nello sfondo di un movimento
complesso e diversificato. Le critiche mosse a vari tipi di farisei non
mancano d'altra parte nelle fonti rabbiniche (Cf Talmud di Babilonia,
Trattato Sotah 22b, ecc.). il «fariseismo», nel senso peggiorativo
del termine, può imperversare in ogni religione. Si può anche sottolineare
che la severità mostrata da Gesù nei confronti dei farisei deriva dal
fatto che egli è più vicino a loro di quanto non lo sia ad altri gruppi
ebraici a lui contemporanei (Cf sopra, n. 7).
9. Tutto questo dovrebbe aiutare a comprendere
meglio l'affermazione di san Paolo (RM 11,16ss) su «la radice» e «i rami».
La chiesa e il cristianesimo in tutta la loro novità, hanno origine nell'ambiente
ebraico del primo secolo della nostra èra, e, ancora più profondamente
nel disegno di. Dio» (Nostra aetate, n. 4), realizzato nei patriarchi,
in Mosè e nei profeti (ibid.), fino alla consumazione in Cristo
Gesù.
IV. Gli ebrei nel Nuovo Testamento
Gli Orientamenti e Suggerimenti affermavano
già (nota 1) che: «la formula "gli ebrei" nel Vangelo di san
Giovanni designa a volte, e secondo il contesto, "i capi degli ebrei"
e "gli avversari di Gesù", espressioni queste che meglio esprimono
il pensiero dell'evangelista ed evitano di sembrare di mettere in causa
il popolo ebreo come tale».
Una presentazione obiettiva del ruolo del popolo
ebraico nel Nuovo Testamento deve tener conto di questi diversi dati concreti:
a) 1 Vangeli sono il frutto di un
lavoro redazionale lungo e complesso. La costituzione dogmatica Dei
verbum, a seguito dell'istruzione Sancta mater ecclesia, della
Pontificia commissione biblica, vi distingue tre tappe: «Gli autori sacri
hanno composto i quattro Vangeli scegliendo alcune parti tra molte di
quelle che la parola o già la scrittura avevano trasmesso, facendone entrare
alcune in una sintesi o esponendole tenendo conto della situazione della
chiesa, curando infine la forma di una proclamazione, allo scopo di poterci
così sempre comunicare cose vere ed autentiche su Gesù» (n. 19).
Non è quindi escluso che alcuni riferimenti ostili
o poco favorevoli agli ebrei abbiano come contesto storico i conflitti
tra la chiesa nascente e la comunità ebraica. Alcune polemiche riflettono
le condizioni dei rapporti tra ebrei e cristiani, che, cronologicamente,
sono motto posteriori a Gesù.
Questa constatazione resta fondamentale se si vuole
cogliere per i cristiani di oggi il senso di alcuni testi dei Vangeli.
È necessario tener conto di tutto questo nella
preparazione della catechesi e delle omelie per le ultime settimane di
quaresima e per la settimana santa (cf. gli Orientamenti e Suggerimenti
II, e ora anche: Sussidi per l'Ecumenismo della Diocesi di
Roma, 1982, 144b).
b) È chiaro d'altra parte che, sin dall'inizio
del suo ministero, vi siano stati conflitti tra Gesù ed alcune categorie
di ebrei dei suo tempo, tra i quali anche i farisei (cf. Mc 2,1-11.24;
3,6 ecc.).
c) Vi è inoltre il fatto doloroso che la maggioranza
del popolo ebraico e le sue autorità non hanno creduto in Gesù, un fatto
che non è soltanto storico, ma che ha una portata teologica di cui san
Paolo si sforza di porre in evidenza il senso
(Rm 9-11).
d) Questo fatto, che si è andato accentuando con
lo svilupparsi della missione cristiana, soprattutto tra i pagani, ha
condotto ad una inevitabile rottura tra l'ebraismo e la giovane chiesa,
oramai irriducibilmente separati e divergenti al livello stesso della
fede; questa situazione si riflette nella redazione dei testi del Nuovo
Testamento, in particolare dei Vangeli. Non è il caso di sminuire o dissimulare
tale rottura, perché si nuocerebbe così facendo all'identità degli uni
e degli altri. Tuttavia essa non cancella minimamente quel «legame» spirituale
di cui parla il concilio (Nostra aetate, n. 4) e di cui questo
studio vuole elaborare alcune dimensioni.
e) Riflettendo su questo fatto, alla luce della
Scrittura e in particolare dei capitoli citati dell'epistola ai Romani,
i cristiani non debbono mai dimenticare che la fede è un dono libero di
Dio (cf. Rm 9,12) e che la coscienza degli altri non, deve essere giudicata.
L'esortazione di san Paolo a non «gloriarsi» (Rm 11,18) della «radice»
(ibid.), assume in questo contesto tutto il suo rilievo.
f) Non si possono mettere sullo stesso piano gli
ebrei che hanno conosciuto Gesù e non hanno creduto in lui, o che si sono
opposti alla predicazione degli apostoli, e gli ebrei delle epoche successive
o gli – ebrei - del nostro tempo. Se la responsabilità dei primi nel
loro atteggiamento verso Gesù resta un mistero di Dio (cf. Rm 11,25),
i secondi si trovano in una situazione ben diversa. Il concilio Vaticano
secondo (Dichiarazione Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa),
insegna che «tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione...
in modo tale, che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro
la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, ad agire in conformità
ad essa ... » (n. 2). Questa è una delle basi su cui poggia il dialogo
ebraico-cristiano promosso dal concilio.
2. La delicata questione della responsabilità della
morte di Cristo deve essere vista nell'ottica della dichiarazione conciliare
Nostra aetate, n. 4 e degli Orientamenti
e Suggerimenti (n. III). «Quanto è stato commesso durante la sua
passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei
allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo», sebbene «autorità ebraiche
con i propri seguaci si siano adoperate per la rnorte di Cristo». E più
avanti: «Il Cristo... in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente
sottomesso alla Passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini
e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza» (Nostra aetate,
n. 4). Il catechismo del concilio di Trento insegna inoltre che i
cristiani peccatori sono più colpevoli della morte del Cristo, rispetto
ad alcuni ebrei che vi presero parte: questi ultimi, infatti, «non sapevano
quello che facevano» (Lc 23,24) , mentre noi lo sappiamo sin troppo bene
(pars 1, caput V, quaest. XI). Nella stessa linea e per la medesima
ragione, «gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio,
né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra scrittura» (Nostra
aetate, n. 4), anche se è vero che «la chiesa è il nuovo popolo di
Dio» (ibid.).
V. La Liturgia
l. Ebrei e cristiani fanno della Bibbia
la sostanza stessa della loro liturgia: per la proclamazione della parola
di Dio, la risposta a questa parola, la preghiera di lode e d'intercessione
per i vivi e per i morti, il ricorso alla misericordia divina. La liturgia
della Parola, nella sua struttura specifica, ha origine nell'ebraismo.
La preghiera delle Ore ed altri testi e formulari liturgici si riscontrano
parallelamente anche nell'ebraismo come le formule stesse delle nostre
preghiere più sacre, così, ad esempio, il «Padre Nostro». Anche le preghiere
eucaristiche si ispirano a modelli della tradizione ebraica. Citiamo
in proposito le parole di papa Giovanni Paolo Il (discorso del 6 marzo
1982): «La fede e la vita del popolo ebraico, così come sono professate
e vissute ancora oggi, (possono) aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti
della vita della chiesa. È il caso della liturgia ... ».
2. Tutto ciò affiora soprattutto in occasione
delle grandi feste dell'anno liturgico, come la pasqua. 1 cristiani e
gli ebrei celebrano la pasqua: pasqua della storia, protesa verso l'avvenire,
per gli ebrei; pasqua, realizzata nella morte e nella risurrezione di
Cristo, per i cristiani, anche se ancora in attesa della consumazione
definitiva (cf. sopra, n. 9). È ancora il «memoriale», che ci
viene dalla tradizione ebraica, con un contenuto specifico, diverso in
ciascun caso. Esiste dunque, dall'una e dall'altra parte, un dinamismo
parallelo: per i cristiani, esso dà senso alla celebrazione eucaristica
(cf. Antifona O sacrum convivium), celebrazione
pasquale e, in quanto tale, attualizzazione del passato, vissuto nell'attesa
«della sua venuta» (1Cor 11,26).
VI. Ebraismo e cristianesimo
l. La storia d'Israele non si conclude nel 70 (cf.
Orientamenti e Suggerimenti, n. 11). Essa continuerà, in particolare
nella vasta diaspora che permetterà ad Israele di portare in tutto il
mondo la testimonianza, spesso eroica, della sua fedeltà all'unico Dio
e di «esaltarlo di fronte a tutti i viventi» (Tobia 13,4), conservando
sempre nel cuore delle sue speranze il ricordo della terra degli avi (Seder
pasquale).
I cristiani sono invitati a comprendere questo
vincolo religioso che affonda le sue radici nella tradizione biblica pur
non dovendo far propria un'interpretazione religiosa particolare di tale
relazione (cf. Dichiarazione della conferenza dei vescovi cattolici
degli Stati Uniti, 20 novembre 1975).
Per quanto si riferisce all'esistenza dello stato
di Israele e alle sue scelte politiche, esse vanno viste in un'ottica
che non è di per sé religiosa, ma che si richiama ai principi comuni del
diritto internazionale.
Il permanere di Israele (laddove tanti antichi
popoli sono scomparsi senza lasciare traccia), è un fatto storico e segno
da interpretare nel piano di Dio. Occorre in ogni modo abbandonare la
concezione tradizionale del popolo punito, conservato come argomento
vivente-per l'apologetica cristiana. Esso resta il popolo prescelto,
«l'olivo buono sul quale sono stati innestati i rami dell'olivo selvatico
che sono i gentili» (alludendo a Rm 11,17-24, nel Discorso sopra citato
di papa Giovanni Paolo II, 6 marzo 1982). Si ricorderà quanto sia stato
negativo il bìlancio dei rapporti tra ebrei e cristiani durante due millenni.
Si rileverà come questo permanere di Israele si accompagni ad un'ininterrotta
creatività spirituale, nel periodo rabbinico, nel medio evo, e nel tempo
moderno, a partire da un patrimonio che ci fu a lungo comune, tanto che
«la fede e la vita religiosa del popolo ebraico così come sono professate
e vissute ancora oggi (possono) aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti
della vita della chiesa» (Giovanni Paolo II, ibid.). La catechesi,
d'altra parte, dovrà aiutare a comprendere il significato che ha per gli
ebrei, il loro sterminio negli anni 1939-1945 e le sue conseguenze.
2. La formazione e la catechesi debbono occuparsi
del problema del razzismo, sempre attivo nelle diverse forme di antisemitismo.
Il concilio lo, presenta nel seguente modo:
«La chiesa inoltre, che condanna tutte le persecuzioni
contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con
gli ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica,
deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo
dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque» (Nostra aetate,
n.4). E gli Orientamenti e Suggerimenti commentano: «I legami spirituali
e le relazioni storiche che ricollegano la chiesa all'ebraismo condannano,
come avversi allo spirito stesso del cristianesimo, tutte le forme di
antisemitismo e di discriminazione che, d'altra parte, la dignità della
persona umana è per se stessa sufficiente a condannare»
VII. Conclusione
L'insegnamento religioso, la catechesi e la predicazione
debbono formare non solo all'obiettività, alla giustizia, alla tolleranza,
ma anche alla comprensione e al dialogo. Le nostre due tradizioni sono
troppo apparentate per ignorarsi. E' necessario incoraggiare una reciproca
conoscenza a tutti i livelli. Si constata in particolare una penosa ignoranza
della storia- e delle tradizioni dell'ebraismo e sembra a volte che solo
gli aspetti negativi e spesso caricaturali facciano parte della conoscenza
comune di molti cristiani.
Questi Sussidi aspirano a porre rimedio ad una
tale situazione. In modo che il testo del concilio e gli Orientamenti
e Suggerimenti siano più facilmente e fedelmente realizzati.
Card. GIOVANNI WILLEBRANDS
Presidente
PIERRE DUPREY
Vice-Presidente
JORGE MEJÌA
Segretario
*
Si continua ad utilizzare nel testo l'espressione Antico Testamento
perché tradizionale (cf. già 2Cor 3,14), ma anche perché «Antico» non significa
né «scaduto» né «sorpassato», ciò che comunque vuole essere sottolineato
è il suo valore permanente, quale sorgente della rivelazione (cf.
Dei verbum, n. 3)
TORNA AL
TESTO **
Personaggio di tendenza gnostica del Il secolo, che rigettò l'Antico Testamento
e una parte del Nuovo, come opera di un dio malvagio, di un demiurgo.
La chiesa ha reagito vigorosamente contro tale eresia. Cf Ireneo.
TORNA
AL TESTO |
NEL
SITO
|