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IL PERDONO DEL DEPORTATO
Fuggitivo Nel mare dei sommersi, Franz si è salvato. Era il 1944 e il piccolo artigiano, appena diciottenne, ricevette la cartolina di precetto delle SS. Gli veniva ordinato di presentarsi il primo di giugno presso il reggimento di polizia di Silandro. Thaler aveva ascoltato il racconto di alcuni amici che gli avevano parlato del carattere violento e persecutorio del regime e così prese la decisione di fuggire sui monti, intorno al suo paese, trovando rifugio nei fienili: "Conoscevo palmo a palmo i boschi di Sarentino" racconta. Ma quei quattro mesi passati a nascondersi furono angoscianti, anche se ora può perfino scherzarci sopra: "Di notte giravo in cerca di cibo e nei masi c'erano persone che mi aiutavano con qualche pezzo di carne e un po' di verdure. Un giorno, camminando nel bosco, mi sono sentito chiamare da due persone che mi conoscevano. Mi sono avvicinato. Erano delle guardie naziste che controllavano i dintorni di una malga per scovare possibili disertori. A un certo punto mi feci coraggio e chiesi loro: 'Cosa fate da queste parti?'. Erano imbarazzati perché avevano un appuntamento in un maso con due ragazze. Per questo motivo mi hanno lasciato andare". Dachau L'arrivo a Dachau fu terribile. Franz parla con un filo di voce: "Prima di entrare nel campo salutai il brigadiere che mi aveva accompagnato in treno. Poi mi ordinarono di togliermi i vestiti, venni completamente rasato ma in realtà molte ciocche di capelli mi vennero letteralmente strappate con le mani, poi fui fotografato da tutti i lati. Subito dopo mi interrogarono a lungo. Ricordo bene che mi chiesero se ero cattolico. Risposi di sì e allora i soldati risero e dissero con rabbia: 'D'ora in avanti imparerai un altro tipo di preghiera!'. Mi consegnarono un paio di mutande e una camicia. Mi guardai allo specchio: non ero più io, ero un altro. Non mi riconoscevo e avevo paura". Resistette Quando gli americani lo liberarono era allo stremo delle forze. Venne trasferito in un campo di raccolta in Francia: "Mi lasciai andare, mi abbandonai a Dio. Mi distesi a terra, non mi interessava più nulla. Fu proprio in quella condizione che due uomini mi sollevarono in piedi. Erano due fratelli della val Passiria, mi dissero che dovevo sforzarmi, che dovevo tirarmi fuori dal torpore perché altrimenti sarei morto. Avevo trovato i miei angeli custodi". Sopravvissuto Franz tornò a casa il 19 agosto del 1945. Pesava trenta chili. Era uscito dall'inferno, era un sopravvissuto. Oggi si appassiona ancora di politica e di tanto in tanto conduce i ragazzi delle scuole in visita a Dachau: "La prima volta mi fermai davanti al cancello. Non riuscivo a entrare. Era più forte di me. Mi tremavano le gambe. Avevo il terrore che la storia potesse riapparirmi con la spietatezza di quel tempo. Mi feci coraggio e superai la paura di quel cancello che nella mia mente si era fissato come il passaggio dalla vita alla morte. Entrai nel campo ma non era più lo stesso. Era diventato un museo. Poi sono tornato altre volte con i pullman degli studenti. Ma i ragazzi di oggi faticano a capire quello che davvero è stato, quello che davvero abbiamo vissuto noi che in quelle baracche abbiamo sofferto e visto morire tanti prigionieri. A volte leggo dalle cronache dei giornali che ci sono giovani che si rifanno al nazionalsocialismo e che ci sono ancora persone che hanno nostalgia del fascismo ma io credo che quel passato non tornerà mai più, almeno nella forma in cui l'abbiamo conosciuto". Franz ha perdonato tutti coloro che gli hanno fatto del male. Ha perdonato anche un giovane della sua vallata che qualche anno fa l'ha schiaffeggiato davanti a tutti nell'osteria del paese. Nella sua testa Franz era un traditore, un Walsche, aveva disobbedito al richiamo della grande Germania. Ma dopo qualche giorno ci siamo dati la mano" sdrammatizza Franz. Così accadde il giorno in cui tornò a casa, a guerra finita, e incrociò il cugino che l'aveva consegnato ai nazisti: "Non sapevo cosa fare - ricorda - non sapevo se cambiare strada o fare finta di niente. Ma ci siamo dati la mano e allora capii immediatamente che avevo già perdonato". "Io posso perdonare - prosegue Thaler - ma dimenticare non ci riesco. Chi ha vissuto quella tragedia, come può dimenticare? Per voi quello che è accaduto è inimmaginabile. È per questo motivo che sento come un dovere il fatto di raccontare. Scelte come la mia erano delle eccezioni. Molti non osavano opporsi. Era molto più facile seguire la massa piuttosto che essere contro e rimanere isolati. Io stesso sono stato chiamato vigliacco, mi hanno detto che non ero un uomo perché non volevo arruolarmi nell'esercito. Era molto difficile percorrere questa strada perché si era soli. Non solo mancava alla gente il coraggio di opporsi, ma in un certo modo si pensava che quella guerra, e quindi l'essere arruolati nell'esercito, fosse una cosa giusta. Oggi ricordiamo Josef Mayr-Nusser, ricordiamo Franz Jägerstätter. Ma eravamo davvero pochi".
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