Marina Abramović, Balkan Baroque
Anche l’albero in fiore mente nell’istante in cui è contemplato senza l’ombra del terrore; anche l’innocente “Che bello!”diventa una scusa per l’ignominia di un’esistenza che è del tutto diversa; e non c’è più bellezza e conforto se non nello sguardo che fissa l’orrore, gli tiene testa, e, nella coscienza irriducibile della negatività, ritiene la possibilità del meglio. Conviene diffidare di tutto ciò che è leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell’esistente.

Theodor Wiesengrund Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Einaudi, 1979, pag. 16.

“L’unica arte che mi interessa è quella in grado di cambiare l’ideologia della società…
L’arte che insegue valori esclusivamente estetici è incompleta.”

Marina Abramović, dal discorso di accettazione del
Leone d’oro alla XLVII Biennale di Venezia nel 1997
Marina Abramović
Marina Abramović

Marina Abramović è una leggendaria performance artist nata nel 1946 a Belgrado da genitori di origine montenegrina. La madre Danica e il padre Vojin Abramović erano due eroi di guerra che avevano combattuto i nazisti con i partigiani comunisti comandati da Tito.

Nella sua autobiografia definisce la Jugoslavia postbellica un luogo oscuro, caratterizzato dalla “continua carenza di ogni cosa, e grigiore ovunque1. Rispetto alla maggioranza delle persone del suo paese visse comunque una vita agiata grazie ai ruoli di rilievo che i genitori ricoprirono all’interno del partito. Nella sua autobiografia afferma che:

Ero molto fortunata ma anche molto sola, in mezzo a tutti quegli agi. L’unica libertà che avevo era quella di esprimermi. I soldi per i colori c’erano sempre, quelli per i vestiti mai. Non c’erano soldi per quello che poteva desiderare una ragazzina che stava crescendo come me. Se però volevo un libro, lo ottenevo subito. Se volevo andare a teatro, c’erano sempre i biglietti. Se volevo ascoltare musica classica, mi procuravano i dischi. E tutta questa cultura non solo la trovavo a mia disposizione: mi era anche imposta.

Marina Abramović, Attraversare i muri: un’autobiografia.

Nel 1976 emigrò prima ad Amsterdam e anni più tardi a New York. Nonostante il suo deciso allontanamento dalla patria natia, le sue radici sono costantemente espresse nei suoi lavori. Oggi vive fra New York e la Hudson Valley.

Balkan Baroque

La performance Balkan Baroque, che le è valsa il Leone d’oro alla XLVII Biennale di Venezia nel 1997, è di forte impatto visivo e soprattutto emotivo.

L’Abramovic nella sua autobiografia così spiega il titolo della performance

Balkan Baroque , il titolo della mia performance, non si riferiva all’arte barocca, ma al barocchismo e alla follia della mentalità balcanica: il fatto che siamo crudeli e teneri, che siamo in grado di amare e di odiare appassionatamente, e tutto in una volta sola.

Marina Abramović, Attraversare i muri: un’autobiografia.

«L’opera comprendeva una video installazione tripartita: agli estremi immagini statiche delle interviste ai suoi genitori. Il padre Vojo brandiva una pistola e la madre Danica, in un video proiettato di fronte a quello del padre, con le mani incrociate sul petto.

Al centro di questa installazione tripartita vi era un video in cui Marina Abramović raccontava una particolare tecnica serba utilizzata per uccidere i topi, la tecnica chiamata “topo lupo“.
Dopo questa storia l’artista strappava un telo e iniziava a ballare al ritmo di una musica popolare serba.

Di fronte alle installazioni video vi era la parte più importante dell’opera: la performance. Ispirandosi alla sua precedente serie Cleaning the House, seduta su settecento ossa di mucca pulite a loro volta coperte con trecento ossa fresche piene di nervi e cartilagini, le mondava in modo maniacale, una ad una, con una spazzola e dell’acqua alternando periodi di silenzio a lunghi pianti quasi isterici, cantando canzoni folcloristiche dell’ex Jugoslavia, vestendo con la stessa camicia da notte e gli stessi slip per tutte le 7 ore dei 4 giorni». (Beatrice Donello, Simboli e segni di Marina Abramović – guerra e storia nelle performance).

La performance riprende anche alcune idee, ad esempio le interviste ai genitori e i ratti, già espresse nell’opera teatrale Delusional messa in scena al Theater am Turm di Francoforte nella primavera del 1994.

Qual è l’idea che anima la sua opera? In un’intervista l’artista ha affermato che:

Il principio che anima questo Balkan Baroque: il pulire lo specchio, vale a dire il processo di autoanalisi che sempre dobbiamo fare, questa volta riguarda la coscienza della storia della Yugoslavia. Di questa storia tragica dobbiamo iniziare a pulirne le ossa! A pulire il nostro passato! A partire dall’unità minima della società, che è la famiglia. Alle tre pareti siamo presenti, io e i miei genitori, pronti a svelarci, a svelare come in Yugoslavia si usa dare la caccia ai topi. É una metafora, ma il racconto è davvero terribile, perché quella nostra usanza è enormemente crudele. E la stessa Yugoslavia è a sua volta una metafora dell’intera società umana, una società così terribile e così violenta. Una società che potremmo definire della rabbia.

Intervista a Marina Abramović di Ernesto L. Francalanci.

Pulire il nostro passato” a partire dalla leggendaria battaglia della Piana dei Merli combattuta il 15 giugno 1389 (il giorno di San Vito) da una coalizione balcanica cristiana guidata dall’alleanza dei regni serbi contro l’esercito ottomano, e che ebbe luogo in una pianura (Kosovo Polje) nell’odierno Kosovo. Un passato storico che ha origine da questo evento, spesso ha alimentato sentimenti nazionalistici, fino ad arrivare alla deflagrazione delle nazioni che costituivano la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia degli anni 90 del sec. XX. (Per ulteriori informazioni vedi la presentazione in fondo alla pagina Ex-Jugoslavia: storia di un conflitto)

Volevo esprimere il dolore per ogni guerra,
e non produrre un’opera di propaganda legata a quel particolare conflitto.

Marina Abramović, Attraversare i muri: un’autobiografia.

La storia del “topo lupo2, che è l’argomento del video proposto nella performance si basa su interviste reali condotte dalla Abramović con persone di Belgrado dedite a questa particolare “pratica di caccia“. I denti dei ratti crescono costantemente, il che li ucciderà per soffocamento a meno che non li usino per mangiare. Vengono intrappolati con gruppi di altri ratti in spazi ristretti e non viene dato loro da mangiare. Queste condizioni li costringeranno a mangiarsi l’un l’altro fino a quando solo il più forte, il cosiddetto “topo lupo“, sopravvive. È anche un riferimento al libro di Marina Cvetaeva The Ratcatcher. La Abramović conobbe la scrittrice russa leggendo Il settimo sogno regalatole dalla madre, testo che raccoglie il carteggio tra Rilke, Marina Cvetaeva e Boris Pasternak, l’autore di Il dottor Živago. Quanto narrato nel “topo lupo” diventa esplicativo della realtà non solo del conflitto balcanico, ma di ogni conflitto. La sua vuole essere una risposta globale, applicabile a qualsiasi guerra.

Alcune considerazioni

Mi venne da riflettere su come guerra e violenza portino l’uomo al vuoto spirituale.

Marina Abramović, Attraversare i muri: un’autobiografia.

Propongo alcune mie personali suggestioni. Sono riflessioni pro-vocate, che nascono dall’installazione dell’artista e non necessariamente rispondenti alle sue intenzioni ma a quanto io, a partire dalla mia esperienza, ho colto nella sua performance.

Balkan baroque, Marina Abramovich
Marina Abramović, Balkan baroque, Venezia 1977, XLVII Biennale.

Anche l’elemento olfattivo lo reputo di estrema importanza. Prima ancora che dalle immagini e dai gesti dell’artista lo spettatore era colpito violentemente dal fetore che esalavano quelle montagne di carni putride. Un puzzo disgustoso che impregnava le narici ma anche i vestiti e te lo portavi addosso, ti segnava.

Marina Abramović mostra il conflitto nella sua nuda e cruda realtà. Lo spoglia di ogni ubriacatura nazionalistica4 (che ha caratterizzato il conflitto balcanico e non solo), di ogni giustificazione ideologica, religiosa, sociologica economica ecc. Coinvolge direttamente e propone, ai sensi dello spettatore prima ancora che alla sua coscienza, quel che è stata realmente.

Ritengo Balkan Baroque un’opera che rappresenta in modo eloquente l’essenza di un conflitto. Quale coscienza dobbiamo ripulire? Da che cosa la dobbiamo ripulire? Sicuramente dai crimini commessi. E’ stato il tentativo che ha visto impegnato per anni il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia. Non solo. E’ necessario e urgente cogliere le cause remote e non solo prossime, mettere a fuoco con lucidità la logica che ha reso possibile il “macello“, altrimenti, per usare le parole di Primo Levi, “finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano3. In un conflitto l’altro è trasformato in nemico e ridotto a “cosa“, “oggetto inanimato“, etimologicamente, senza un’anima, senza vita. La montagna di carne sulla quale siede l’artista mi ricorda anche questa riduzione, de-classificazione, dell’essere umano, dell’essere uomo e donna. Non più persone ma oggetti esanimi. Una volta sviluppati questi passaggi il gioco è fatto. Ogni macelleria sociale è possibile. Ogni forma di sadismo viene a galla. Nessun rimorso. Le vittime non sono/erano persone ma “carne da macello”.

Ritengo la sua performace tragicamente realistica oltre che rappresentativa e simbolica. Estremo e brutale realismo. Come già detto le vittime agli occhi dei loro carnefici predono lo status di persone e appaiono “non umanisub umani”. Un esempio tra i tanti che si potrebbero fare, forse meno conosciuto ma tra i più cruenti del conflitto. Era il 20 November 1991. 260 malati furono prelevati dall’ospedale della città di Vukovar (che ho visto ridotto a macerie nel 1998) e portati in una zona vicino la città (Ovčara) e uccisi come fossero animali (crimine discusso e giudicato dal tribunale dell’Aia).

Nella pratica del “topo-lupo”, inoltre, mi sembra di ravvisare analogie con quello che Primo Levi in Se questo è un uomo sottolinea con la sua estrema lucidità:  «Vorremmo far considerare come il Lager sia stato, anche e notevolmente, una gigantesca esperienza biologica e sociale». La Abramović esponendo nel suo monologo i passaggi utilizzati per “creare” il “topo-lupo“, ad un certo punto, afferma che “devi assicurarti di scegliere solo i maschi. Li metti in una gabbia e dai loro solo acqua da bere. Dopo un po’ iniziano ad avere fame“.
Il lager non era concepito come una gran macchina per ridurre le persone a bestie? Uomini “sottoposti a un regime di vita costante, controllabile, identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni“. I nazisti, durante la selezione iniziale, non sceglievano i maschi idonei al lavoro fisico-manuale? Le persone non vivevano intrappolate e ammassate in baracche circondate da fili spinati? Cosa mangiavano? Zuppa che era poco più che acqua. Levi scrive della “grossa dose di acqua che di giorno siamo costretti ad assorbire sotto forma di zuppa, per soddisfare la fame: quella stessa acqua che alla sera ci gonfia le caviglie e le occhiaie, impartendo a tutte le fisionomie una deforme rassomiglianza, e la cui eliminazione impone ai reni un lavoro sfibrante“. Cibo insufficiente a sfamare. Solamente “Dopo quindici giorni dall’ingresso, – scrive sempre Levi – già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi
Ritengo non sia un caso che durante il conflitto balcanico si siano costruite nuovamente baracche circondate da filo spinato stipate di uomini ridotti a bestie. Come esempio di tutti i campi balcanici ricordo quello di Omarska che il giornalista britannico Ed Vulliamy e la troupe della ITN avevano fecero conoscere al mondo intero.

Marina Abramovich, Balkan baroque, Venezia 1977.
Marina Abramović, Balkan baroque, Venezia 1977.

Ultima considerazione ma non meno importante. Marina frega con forza e con foga le ossa sanguinolente. Ci vuole molto coraggio e determinazione per pulire la coscienza da quella che è stata definita la pratica dello “stupro etnicotragicamente perpetrato in quel conflitto (e purtroppo non solo). Non ho di fronte a me una persona, una donna, ma una “cagna” che deve generare “bastardi” per rendere “impura” l’etnia considerata nemica, per umiliare nel corpo martoriato di una donna e nel bambino che nascerà un’intera comunità. Delirio ideologico del nazionalismo oltre ad essere anzitutto un piano-azione criminale. E’ il delirio ideologico del nazionalismo il movente e la base che giustifica e rende possibile la pratica criminale. “Di questa storia tragica dobbiamo iniziare a pulirne le ossa! A pulire il nostro passato!“.

Concludo riprendendo nuovamente le parole di Primo Levi Primo Levi, “finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano“.


Breve video della performance di Marina Abramović Balkan Baroque a Venezia, XLVII Biennale.

Ex-Jugoslavia: storia di un conflitto

La disgregazione dell’abitare from Antonio Ariberti

Note

1 Marina Abramović, Attraversare i muri Un’autobiografia con James Kaplan, traduzione di Alberto Pezzotta, Prima edizione Bompiani novembre 2016.

2 In una parte della video installazione Marina Abramović interpreta il ruolo di una docente/scienziata che spiega come le persone nei Balcani uccidono i topi. Parla in modo solenne e serio. Nello spazio dell’installazione lei occupa il centro. Alla sua destra una proiezione di sua madre e alla sua sinistra suo padre.
Di seguito quanto racconta nel suo intervento:

Vorrei raccontarvi una storia di come noi nei Balcani uccidiamo i topi. Abbiamo un metodo per trasformare il topo in un lupo; creiamo un topo lupo. Ma prima di spiegare questo metodo vorrei parlarvi dei topi stessi. Prima di tutto, i ratti consumano grandi quantità di cibo, a volte il doppio del peso del proprio corpo. I loro denti anteriori non smettono mai di crescere e devono essere molati costantemente altrimenti rischiano il soffocamento. I ratti si prendono cura delle loro famiglie. Non uccideranno né mangeranno mai i membri della loro stessa famiglia. Sono estremamente intelligenti.
Einstein una volta disse: “Se il ratto fosse 20 chili più pesante, sarebbe sicuramente il dominatore del mondo“. Se metti un piatto di cibo e veleno davanti a un buco, il topo lo percepirà e non mangerà. Per catturare i topi devi riempire d’acqua tutte le loro tane, lasciandone solo un’apertura. In questo modo puoi catturare dai 35 ai 45 ratti. Devi assicurarti di scegliere solo i maschi. Li metti in una gabbia e dai loro solo acqua da bere. Dopo un po iniziano ad avere fame, i loro denti anteriori iniziano a crescere e anche se, normalmente, non ucciderebbero membri della loro stessa tribù, ma poiché rischiano il soffocamento sono costretti a uccidere il debole nella gabbia. E poi un altro debole, un altro debole e un altro debole ancora. La sequenza di morti prosegue finché solo il topo più forte e superiore di tutti è rimasto nella gabbia.
Il cacciatore di topi continua a dare acqua al topo rimasto. A questo punto il tempismo è estremamente importante.
I denti del topo stanno crescendo. Quando il cacciatore di topi vede che manca solo mezz’ora prima che il topo soffochi, apre la gabbia, prende un coltello, rimuove gli occhi del topo e lo lascia andare. Ora il topo è nervoso, indignato e in preda al panico. Affronta la propria morte e corre nella tana dei topi e uccide ogni topo che incontra. Fino a quando non incontra il topo che è più forte e superiore a lui. Questo topo lo uccide. È così che produciamo il topo lupo nei Balcani

Marina Abramović, Balkan Baroque

3 Primo Levi, Se questo è un uomo, ed. Einaudi, To.

4 Il «Nazionalismo è la soluzione più facile, quella di minor resistenza. Il nazionalista non si fa problemi; sa (o crede di sapere) quali sono i suoi valori fondamentali, i suoi, e per conseguenza quelli del suo popolo, i valori etici e politici della nazione a cui appartiene. Gli altri non gli interessano. […] Ma soprattutto il nazionalismo è negazione, una categoria dello spirito che si alimenta del rifiuto. Non siamo come loro. Noi siamo il polo positivo; loro, quello negativo.
I nostri valori nazionali e il nostro nazionalismo hanno senso solo in rapporto al nazionalismo degli altri. Si, siamo nazionalisti, ma loro lo sono di più; tagliamo gole, se serve, ma loro sono sanguinari; siamo beoni, loro sono alcolisti. […] L’unica cosa importante è superare nostro fratello o mezzo fratello, tutto il resto non ci riguarda. Così il nazionalismo non teme nessuno, a parte suo fratello…
».
Danilo Kiš, citato in Clara Usón, La figlia, editrice Sellerio, Palermo, 2013, p. 412 413.


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