Estate 1993. Il primo viaggio.

Dio dei cieli che regni su di noi e che tutto conosci, per carità,
volgi il tuo sguardo su questa montagnosa terra di Bosnia e su di noi
che ha partorito e che mangiamo il suo pane.
Dacci ciò che giorno e notte, ognuno a suo modo, ti chiediamo:
dona la pace ai nostri cuori e l’armonia alle nostre città.
Basta con il sangue e con i fuochi di guerra.
Del pane della pace abbiamo bisogno!

Ivo Andrić, Nella via di Danilo Ilić, Sarajevo, 1926

Il primo viaggio nei campi profughi allestiti in Croazia risale all’agosto 1993. In Italia c’era una grande mobilitazione. Non c’era paura, indifferenza, ostilità che caratterizzano il presente (2020). Anche oggi ci sono migliaia di persone che fuggono dalle guerre. Si tratta per lo più di conflitti mediorientali. Tentano la via della speranza lungo la cosiddetta rotta balcanica. Vengono respinti, intrappolati, abbandonati, spesso attaccati fisicamente e martoriati. Oltre al dramma la beffa di politici che per un pugno di voti sfruttano il dramma seminando odio e raccogliendo violenza. Nei loro confronti, per la loro condizione, ben poca attenzione e interesse.

Riesco ad accordarmi con un gruppo di volontari di Asti. Il viaggio in treno, con partenza da Brescia, dura l’intera notte. Appuntamento alla stazione di Trieste per il mattino. Da lì proseguiamo insieme. Conosco così i miei compagni di viaggio. Piccolo drappello di quel “popolo numeroso presso altro popolo“. Li ringrazio per l’opportunità offertami. Arriviamo ad Učka e c’è il passaggio di consegne con un gruppo di scout che ci ha preceduti.

Lo scrittore Erri De Luca a proposito dei volontari ha scritto

[…] sono venuti in tanti con ogni specie di ruota. Si sono mossi da soli a loro spese. Non sono stati un’agenzia di aiuti tra le tante buone, ma popolo numeroso presso altro popolo. Sono stati la supplenza di governi imbalsamati.
(Erri De Luca – Izet Sarajlić, Lettere fraterne, ed. Libreria Dante &Descartes, Napoli, 2007, p.15.)

Ha avuto così inizio con molta semplicità l’incontro con un mondo per me nuovo perché “altre da noi” sono le persone che incontriamo e ricco di sorprese l’interiorità che portano con sè.

Un giorno a Rijeka, mentre aspetto alcune persone del campo che avevo accompagnato al centro dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees – UNHCR), si avvicina una signora anziana, una donna. E’ incuriosita dal pulmino e dalla targa che ne segna la provenienza: Italia. Scambia alcune frasi con me nella lingua imparata da bambina dopo l’italianizzazione forzata della sua terra. Mi fa notare come lei, vivendo sempre nella stessa città, nello stesso quartiere, nel corso della sua vita, ha cambiato nazionalità tre volte.

Storie, volti, la scoperta di un mondo a me inedito.



Galleria

Fotografare è assaporare intensamente la vita,
ogni centesimo di secondo.
(Marc Riboud)

Quella che segue è una documentazione fotografica di quegli incontri. Ho fatto digitalizzare i negativi e le diapositive scattate allora e ne propongo alcune in questa pagina.

Le foto che seguono sono state scattate nella radura del bosco all’inizio del tunnel Učka (Monte Maggiore) dove in alcune baracche abbandonate, e precedentemente usate dai lavoratori che costruirono il tunnel, trovarono rifugio persone provenienti dalla Bosnia.


Appunti di viaggio

Destino di ogni uomo
è dare un volto al proprio credo,
non farlo
sarebbe negare esistenza
a se stessi.

W.Benjamin

Cremona, 31 Agosto 1993

ZAPLAKALA BOSNA ZAPLAKALA . . .
(Continua a piangere la Bosnia …)
E’ sempre molto bello: una sera d’estate, il cielo stellato, un gruppo di ragazzi e ragazze seduti intorno al fuoco, una chitarra e canzoni stonate. Ed è stata proprio in una serata del genere che per la prima volta ho sentito questa canzone: Zaplakala Bosna. Non è una canzone famosa, non ha scalato le hit parade, non ha vinto nessun disco d’oro, di platino o altro ma per Jadranka, Shelma, Nada, Jasna, Nada, Meho, Mohamed, Sedin e gli altri ragazzi/e, bambini/e, le molte donne del campo profughi di Učka voleva dire molto. Voleva dire casa, tutti hanno diritto ad una casa, ad un posto dove vivere ma le loro case non ci sono più (ništa). Voleva dire lavoro, tutti hanno diritto ad un lavoro, ma il loro lavoro non esiste più (ništa). Voleva dire una terra, un paese, una cultura; tutti hanno diritto ad una terra, un paese, una cultura ma la loro terra, il loro paese, la loro cultura non esiste più (ništa).

Ora sono solo profughi.

Una parola terribile che l’uomo ha dovuto inventare per indicare e rappresentare persone che non sono più nessuno. Persone che sono completamente in balia di tutto e di tutti, che dipendono per la loro sussistenza dagli aiuti cosiddetti umanitari, per la loro residenza dall’accoglienza (sempre più mal sopportata e tollerata) di un paese disposto ad accoglierli. E il profugo rischia di non essere più una persona, una storia, dei sentimenti, un’amico/a, un sorriso ma solo una categoria. Così si esprime Slavenka Drakulić, una giornalista e scrittrice di Zagabria:

Ho iniziato col ridurre una persona fisica, un individuo reale a un astratto – loro -, vale a
dire al denominatore comune di profugo, di titolare del certificato giallo. […] Avere a che
fare col dolore su vasta scala in un certo senso è più facile che avere a che fare con gli
individui concreti. Con una persona sai che devi fare qualcosa, agire, dare da mangiare,
offrire ospitalità, denaro, occupartene insomma. D’altra parte, un solo individuo certamente
non può farsi carico delle masse. Per loro ci deve essere qualcun altro, lo stato, la chiesa,
la Croce Rossa, la Caritas, un’istituzione. Nel momento in cui si delega la responsabilità
personale a un’istituzione, la guerra si normalizza, diventa più ordinata, quindi più
sopportabile. Non solo si abdica alla propria responsabilità, ci si libera anche del senso di
colpa: il problema rimane, ma non è più di mia competenza”.

Slavenka Drakulić, Balkan Express, ed. Il Saggiatore, Milano, 1993, pp. 156-157.


L’analisi che Slavenka Drakulić applica ai profughi delle repubbliche della ex Jugoslavia la si potrebbe utilizzare per comprendere il meccanismo che spesso ci guida verso persone e situazione del cosiddetto terzo-mondo ma anche per tutte le persone che vivono sul nostro territorio e che noi consideriamo diversi.

A Učka ci sono circa 350 profughi bosniaci (il 90% si dichiarano di fede musulmana e il 10% di confessione cristiano cattolica). La maggior parte di loro proviene da Doboi, Jaice, Vares, cittadine del nord della Bosnia ora sotto controllo dei serbi. Qualcuno risiedeva nei dintorni di Sarajevo. Sono “ospitati” in otto baracche di legno divise a loro volta in piccole stanzette (3 mt per 4 mt circa); una doccia, 3 W.C. e dei lavatoi completano la struttura logistica di ogni singola baracca.

Sono le 13 dopo la spaghettata che ancora non ha trovato la via di una decente cottura (almeno per il palato fine di un italiano) vengono in visita al nostro piccolo accampamento di volontari composto da tende da campeggio due uomini. Sono tra i pochissimi che passano le giornate al campo. Offriamo loro del caffè e si inizia a conversare con l’aiuto di una interprete (una ragazza anche lei profuga che è riuscita in estate ad imparare la lingua di Dante). Lo sguardo triste, la voce forte e calma di persone che hanno sofferto molto e continuano a soffrire ma che mantengono ancora intatta la loro dignità di uomini. Uno dei due ci narra dei suoi tre figli, uno in Germania, uno in Bosnia a combattere e l’ultimo prigioniero dei Serbi (i serbi utilizzano i prigionieri in lavori forzati per la ricostruzione dei villaggi che loro hanno distrutto; costruiscono case per i serbi). Una casa, un po’ di terreno qualche animale, ora ništa, nulla, tutto perso e nessuna speranza di poter riavere qualcosa. Gli chiediamo se sono contenti della nostra presenza lì nel campo. “Si certo per la vostra amicizia, per quello che fate per i nostri bambini e ragazzi“. Il giorno dopo alle 7 del mattino quando 4 poliziotti (3 in borghese e uno in divisa – al campo però sono intervenuti in 25 per controllare i profughi -) dopo aver ispezionato i documenti ci hanno lasciato un’ora di tempo per smontare le nostre tende e andarcene. Avevano perfettamente ragione, quello non era un campo attrezzato per campeggiare ma per tre mesi i volontari vi avevano piantato le loro tende tranquillamente! Solo in quel momento, guardando la desolazione e la rabbia degli uomini incontrati il giorno prima, che erano venuti subito a trovarci, il drappello di donne che piangevano con i loro bambini in braccio, ho capito meglio la solitudine, la disperazione, la grande paura in cui vivono. Temevano per noi, temevano che dovessimo tornare in Italia e abbandonarli, temevano che ora non potesse esserci più nessuno con loro, per loro. Una donna ha detto di sentirsi ancora come nel suo villaggio in Bosnia quando arrivavano i serbi annunciati funestamente dal fragore delle granate. Per la cronaca abbiamo trovato un camping a 15 Km di distanza, sul mare vicino a Rjeka-Fiume, partivamo la mattina per Učka e tornavamo la notte. Prima di partire per l’Italia quindici giorni dopo, alcuni responsabili dei volontari di Vicenza, in un incontro con funzionari dell’Alto commissariato per i profughi si sono sentiti dire che i volontari sono teste calde, indisciplinati, capaci solo di far casino o nel peggiore dei casi sobillatori come è successo a Učka. In solo 48 ore di tempo si riesce anche a passare per sobillatori, facendo giocare i bambini/e, organizzando un torneo a calcio con giovani, intrecciando braccialetti, bevendo “kava” (caffè turco) nelle baracche, ballando o cantando!

Una volta tornato a Cremona il pensiero torna spesso a Učka. Mi hanno già chiesto di parlare a dei giovani di questa esperienza… non sono così convinto anche se probabilmente lo farò. Pensando al perché uno decide di “trascorrere le sue ferie in Croazia” [1993] mi vengono in mente le parole del documento del concilio Vaticano II Gaudium et Spes

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e
di tutti coloro che soffrono sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei
discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. […]
Perciò essa si sente intimamente e realmente solidale con il genere umano e con la sua storia”.

GS 1


Forse è solo questo il nostro compito nel breve spazio di esistenza che è la nostra vita: far nostre le gioie e le tristezze di chi troviamo come compagni/e di viaggio a Cremona, a Učka, ovunque.


I luoghi delle foto

Le foto che seguono sono state scattate nella radura del bosco all’inizio del tunnel Učka (Monte Maggiore) dove in alcune baracche abbandonate e precedentemente usate dai lavoratori che costruirono il tunnel trovarono rifugio profughi provenienti dalla Bosnia.


Ex-Jugoslavia: storia di un conflitto

La disgregazione dell’abitare from Antonio Ariberti

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