Un film di Aki Kaurismaki

Cast tecnico

Regia: Aki Kaurismaki
Con: André Wilms – Kati Outinen – Blondin Miguel – Elina Salo – Evelyne Didi – Nguyen Quoc Dung – François Monnié – Roberto Piazza – Jean-Pierre Léaud Pierre Étaix – Jean-Pierre Darroussin
Anno: 2011
Nazione: Finlandia, Francia, Germania
Distribuzione: BiM Distribuzione
Durata: 103 min
Data uscita in Italia: 25 novembre 2011
Genere: drammatico
Premi: ha ricevuto al Festival di Cannes 2011 il premio FIPRESCI (Federazione internazionale della stampa cinematografica) e la menzione speciale della Giuria Ecumenica

Domande per la discussione e la riflessione:

Attività interdisciplinare

Approfondimenti

«Miracolo a Le Havre», ottimismo è la parola chiave
di Gaetano Vallini

Benvenuti nell’era dell’ottimismo. Sembra un controsenso visti i tempi che viviamo, ma qualcuno azzarda una possibilità, presentando una realtà diversa, dove per essere felici basta poco e quel poco si è pronti a dividerlo con chi ha meno. Lo fa il regista Aki Kaurismäki che, con Miracolo a Le Havre, affronta il tema dell’immigrazione clandestina nella “fortezza Europa” seminando buonismo tanto sfacciatamente da non correre il rischio di venire bollato come naïve.
Una favola, dunque, quella in cui si muove Marcel Marx (André Wilms), ex scrittore e bohémien, ritiratosi nella città portuale francese di Le Havre, dove vive un rapporto di maggiore vicinanza con le persone. Abbandonata la letteratura, vive felicemente svolgendo il mestiere di lustrascarpe, tanto improbabile quanto poco redditizio. Il tempo libero lo divide tra l’amata moglie, Arletty (Kati Outinen), e il bar preferito. Un giorno il destino mette sulla sua strada un piccolo profugo arrivato dall’Africa.
Con Arletty gravemente ammalata e costretta a letto, per salvare il ragazzo dalla polizia che lo cerca per rimpatriarlo, e rendere così possibile il suo sogno di ricongiungersi alla madre che vive a Londra, Marcel affronta l’indifferenza della società e l’ottusità di leggi dettate dalla paura armato solo del suo innato ottimismo. Ma è certo della complicità della gente semplice del suo povero quartiere chiuso tra moli e container, dove le piccole botteghe hanno ancora il sapore d’un tempo passato, le case sono di legno ma i cuori di chi le abita d’oro. Così, indossato il vestito buono, l’unico nell’armadio vuoto, metterà tutto in gioco, compresi i suoi pochi soldi, per raggiungere lo scopo. E non gli difetterà certo la fantasia.
In questo film delicato e toccante del regista finlandese — i cui eroi sono sempre i perdenti e gli esclusi secondo i canoni correnti — tutto sembra volto al bene; ogni cosa pare magicamente andare come dovrebbe: le persone si aiutano tra loro, chi ha appena litigato si riappacifica come nulla fosse accaduto, solidarietà non è una parola vuota ma uno stile di vita, persino chi deve far rispettare le leggi rifiuta come può di applicare quelle ritenute ingiuste appellandosi al buonsenso e alla propria coscienza. I cattivi, o presunti tali, sono inevitabilmente destinati a perdere.
Il lieto fine, dunque, appare scontato, nonostante l’emblematica frase di Arletty che vorrebbe riportare tutti alla drammaticità della realtà. Al dottore che le spiega la gravità del suo male, aggiungendo però con intento consolatorio che «a volte i miracoli avvengono», la donna risponde secca: «Non nel mio quartiere». Ma Kaurismäki — grazie a una sceneggiatura leggera ma non banale, a bravi attori con volti veri e a una colonna sonora a tratti d’altri tempi — vuole convincerci invece che, sì, i miracoli possono accadere. Anche quando non ci si crede.
Ottimismo è, quindi, la parola chiave. Ma forse ancora di più lo è fiducia. Una fiducia che si traduce nella speranza che le cose possano cambiare, che il mondo possa diventare un posto migliore. Così il bel film Miracolo a Le Havre — apprezzato a Cannes, dove ha ricevuto il premio della critica e la menzione speciale della giuria ecumenica — ci chiede, con grande poesia e non senza ironia, di gettare uno sguardo positivo sulla realtà, nonostante le difficoltà, e di confidare ancora negli uomini, nella loro capacità di fare la cosa giusta.
L’Osservatore Romano – 3 dicembre 2011

Intervista con Aki Kaurismaki
di Christine Masson

Come le è venuta l’idea del film MIRACOLO A LE HAVRE? E’ stato mosso dalla situazione sempre più drammatica delle persone in fuga dal loro paese? O più semplicemente dal desiderio di fare un altro film in Francia?
L’idea ce l’avevo già da qualche anno, ma non sapevo ancora dove girarla. In effetti, la storia poteva essere ambientata in un qualsiasi paese europeo, tranne che in Vaticano, forse. O magari proprio lì. I posti più logici erano Grecia, Italia e Spagna, perché sono quelli più gravemente investiti dal problema. In ogni caso, ho percorso in macchina tutta la costa da Genova all’Olanda, e ho trovato quello che cercavo nella città del blues e del soul e del rock’n’roll, Le Havre.

In Francia il nostro motto è “Liberté, égalité, fraternité”. Sembra che lei abbia scelto l’ultimo: la fraternità, la fratellanza.
Gli altri due sono sempre stati troppo ottimistici. Ma la fratellanza esiste ovunque, anche in Francia!

Questa “fratellanza” tra gli abitanti del quartiere dei pescatori di Le Havre salva il bambino, ma nella realtà non esiste, giusto?
Io spero proprio di sì, invece, altrimenti staremmo già vivendo in quella società di formiche prossima ventura di cui parlava spesso Ingmar Bergman.

Sembra quasi che più la situazione nel mondo si fa violenta, più lei conservi la sua fiducia nell’uomo. E’ diventato ottimista?
Ho sempre preferito la versione di Cappuccetto rosso in cui lei mangia il lupo e non viceversa. Ma nella vita reale preferisco i lupi agli uomini pallidi di Wall Street.

Ha incontrato degli immigrati per scrivere la sua storia?
No. Ma li ho incontrati in altre occasioni, certo.

Per rappresentare questa immigrazione ha scelto un bambino africano. La gioventù è il simbolo della speranza?
Non ci sono simboli nei miei film, ma in generale mi fido più dei giovani che di gente come me. Di sicuro mi fido ciecamente di Blondin Miguel, che interpreta il personaggio del bambino.

In questo film ha allargato la sua famiglia di attori – a Jean-Pierre Darroussin, per esempio. Anche se, guardando il film, si ha l’impressione che Darroussin sia sempre stato uno dei vostri.
Certo, anche prima stava con noi, ma non gli permettevo di recitare. Gli facevo solo pulire il set la sera…

E’ impegnativo dirigere attori francesi?
E’ solo un privilegio.

Come in VITA DA BOHÈME, lei sembra cercare la Francia eterna e immutabile del dopoguerra, quella degli anni cinquanta. E’ un nostalgico di quel periodo?
Sono solo un po’ lento. L’architettura moderna mi fa male agli occhi. Ma gli anni settanta cominciano già ad avere un’aria “d’epoca”… Per fortuna c’è sempre uno ieri.

Vale lo stesso per i suoi riferimenti cinematografici – Bresson, Becker, Melville, Tati, René Clair, Marcel Carné? Nel suo film c’è un po’ di ognuno di loro.
Me lo auguro veramente, perché di mio c’è poco… Ho studiato alcuni film di Marcel Carné, ma non sono riuscito a rubare niente senza saltare da una favola semi-realistica a un vero e proprio melodramma.

Dal mondo della cultura francese ha preso anche un cantante, Little Bob, che nel suo film fa l’attore. Nella realtà è un suo riferimento musicale?
Le Havre è la Memphis francese. E Little Bob, alias Roberto Piazza, è l’Elvis di questo regno, finché Johnny Hallyday sarà a Parigi. Ma anche in caso contrario, sarebbe un bel match.

MIRACOLO A LE HAVRE è il film che voleva fare?
Più o meno. Almeno spero…
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