Don Tonino Bello (Alessano, 18 marzo 1935 – Molfetta, 20 aprile 1993)
Don Tonino Bello (Alessano, 18 marzo 1935 – Molfetta, 20 aprile 1993)

L’Omelia pronunciata da don Tonino Bello per la prima domenica d’Avvento, nella basilica della Madonna dei Martiri, Molfetta, 27 Novembre 1988. Trascrizione a cura di Antonio Ariberti.

Bellissima riflessione che riesce a coniugare la Parola con la vita. Riesce a gettare luce sulla nostra condizione, sul nostro essere, sulle nostre paure. Una Parola di speranza evocata con tanta forza e passione da un grande testimone e profeta del nostro tempo.


Il Vangelo

Lc 21,25-28.34-36 (Prima lettura Ger 33,14-16; Salmo responsoriale Sal 24; Seconda lettura 1Ts 3,12-4,2)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».


L’omelia di Don Tonino Bello

Carissimi fedeli potrebbe sembrare a prima vista che il Vangelo di oggi faccia cassa di risonanza per le nostre paure per cui ci viene quesi la voglia di dire : “basta Signore adesso ti ci metti anche tu”. Perchè mai aumenti la nostra angoscia parlandoci di stelle che precipitano, di soli che si spengono, di lune che non danno più luce. Perchè mai amplifichi i nostri incubi collettivi dal momento che oggi ci dici testualmente nel Vangelo “Gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di tutto ciò che dovrà accadere sulla terra”. Gli uomini moriranno per la paura come se già non bastassero le nostre paure, ma ne abbiamo già tante per conto nostro. No, non la paura del buio, la paura del lampo, del tuono, dei terremoti, delle tempeste.

Lo sappiamo, oggi le paure hanno traslocato. Si sono cioè trasferite dalla fascia cosmica per così dire alla fascia antropologica, non si articolano più attorno al cuore della natura. Le paure si articolano attorno al cuore dell’uomo. Oggi cioè non si ha più paura della carestia provocata dall’avarizia della terra ma si ha paura e angoscia dell’avarizia e dall’egoismo dell’uomo. E’ dal cuore umano che nasce e si sviluppa la nube tossica delle paure contemporanee: paura dell’AIDS, paura della droga, paura di Černobyl‘  paura dell’ Enichem, paura del grano radioattivo, paura delle scorie tossiche, paura dello squilibrio dell’ecosistema, paura delle manipolaizoni genetiche. Poi, paura del proprio simile, paura del vicino di casa, paura di chi mette in crisi le nostre polizze di assicurazione, paura di chi mette in discussione i nostri consolidati sistemi di tranquillità se non di egemonia. Paura dello zingaro, paura dell’altro, paura del diverso, paura dei marocchini, paura dei terzomondiali. Paura di questi protagonisti di queste invasioni moderne che se non chiamiamo barbariche è solo perchè ci coglie il sospetto che questo aggettivo debba spettare più a noi appartenenti ai cosiddetti popoli civili che dopo duemila anni di cristianesimo siamo ancora incapaci di accoglienze evangeliche. Paura di uscire di casa, paura della violenza, paura del terrorismo, paura della guerra, paura dell’olocausto nucleare. Paura di questa apocalisse a rate che ci viene somministrata dalla produzione crescente delle armi   e dal loro squallido commercio clandestino e palese. Paura di non farcela, paura di non essere accettati, paura di non essere più capaci di uscire da certi pantani nei quali ci siamo infognati. Paura che sia inutile impegnarsi. Paura he tanto il mondo non possiamo cambiarlo noi, paura che ormai i giochi siano fatti, paura di non trovare lavoro. Quante paure. Ebbene, di fronte a questo quadro così alllucinante di paure umane che cosa ci dice oggi il Signore? Intinge anche lui il pennello nel barattolo nero dello scoraggiamento per aiutarci a dipingere questa nuova tragica tela di Guernica? Certamente no. No, non è così. Anzi il Vangelo di oggi è proprio il Vangelo dell’anti paura. Si perchè il Signore rivolge a noi lo stesso invito che l’angelo rivolse alla vergine dell’attesa e dell’avvento: “Non temere, Maria, non temere, non aver paura chiesa”. Vedete paura ha la stessa radice di pavimento. Viene dal latino pavere, pavire significa battere il terreno per livellarlo. Come terrore ha la stessa radice di terra. Paura, quindi, pavura, è la conseguenza dell’essere battuto, calpestato, del’essere allivellato, dell’essere appiattito. Ora, che cosa mi dice il Signore di fronte a queste paure? Rimani li steso sul pavimento, rimani li atterrito, atterrato? No, mi dice la stessa cosa che ha detto a Maria. Non aver paura, non temere. Adopera infatti due verbi bellissimi. Li abbiamo sentiti poco fa risuonare. “Alzatevi, alzatevi e levate il capo“, sono i due verbi dell’anti paura, i due verbi dell’Avvento, sono le due luci che ci devono accompagnare nel nostro cammino che ci prepara al Natale. “Alzatevi e levate il capo”.

Alzarsi significa credere che il Signore è già venuto duemila anni faproprio proprio per aiutarci a vincere la rassegnazione. alzarsi significa riconoscere che le nostre braccia si sono fatte troppo corte per abbracciare tutta intera la speranza del mondo. Il Signore ci prende tra le sue. Alzarsi significa abbandonare il pavimento della cattiveria, della violenza, dell’ambiguità perchè il peccato invecchia davvero la terra. Significa insomma alzarsi, allargare lo spessore della fede. Ma alzarsi significa allargare anche lo spessore della speranza puntando lo sguardo verso il futuro da dove egli verrà un giorno nella gloria per portare a compimento tutta la sua opera di salvezza. E allora lo sapete fratelli non ci sarà più nè pianto, nè lutto e tutte le lacrime saranno asciugate dal volto degli uomini. Canto per Cristo, un giorno ritornerà, festa per tutti gli amici. Che paura dobbiamo avere. Questo significa alzarsi.

E che significa levare il capo? Levare il capo, fare un colpo di testa. Reagire, muoversi, essere convinti che il Signore viene ogni giorno, ogni momento nel qui e nell’ora della storia. Viene come ospite velato. Quindi saperlo riconoscere nei poveri, negli ultimi, nei sofferenti. Significa in definitiva allargare lo spessore della carità. Ecco allora il senso di questo avvento che ci viene espresso dall’augurio che San Paolo ci ha rivolto poco fa, “il Signore vi faccia crescere nell’amore vicendevole e verso tutti“. Verso tutti, senza esclusione di nessuno. Belllissimo quello che sta facendo in questi giorni la caritas romana che sfidando tante paure, tante preoccupaizoni e tanti luoghi comuni ha aperto delel case di accoglienza per i malati di AIDS. Sapete che giovedì prossimo, il primo, sarà la giornata mondiale contro l’AIDS. Non contro i portatori di AIDS. Verso tutti, verso tutti. Magnifico il lavoro di tanti gruppi e associazioni che si mettono accanto agli handicappati, anziani, malati cronici, malati terminali, ai dimessi dagli ospedali psichiatrici, ai dimessi dalle carceri. Verso tutti. Splendido quello che stanno facendo tante comunità cristiane a favore dei terzomondiali che offrono loro non soltanto un letto ma anche la buonanotte e sopratuttto incalzano le pubbliche autorità perchè i provvedimenti di legge siano meno disumani e ambigui delle norme vigenti. Verso tutti. Incredibile quello che oggi stanno facendo tanti movimenti di volontariato per promuovere una maggiore giustizia sulla terra, per combattere quelle che il papa [Giovanni Paolo II] ha chiamato coraggiosamente le strutture di peccato   , per difendere i diritti umani dei popoli palestinesi che vivono in condizioni sub umane nei campi di concentramento. Per difendere i diritti umani di tanti popoli segregati dalle leggi razziali nel Sudafrica. Per aiutare i popoli che soffrono la fame nell’Eritrea, nel Sudan in questi giorni. Che devastazioni. Per diffondere una nuova coscienza di pace. Per smilitarizzare le coscienze, e non soltanto le coscienze ma anche i territori.

Coraggio, allora, fratelli, alzatevi e levate il capo, muovetevi, fate qualcosa, il mondo cambierà, anzi sta cambiando, non ve ne accorgete? Non li vedete i segni dei tempi di cui parla Gesù nel Vangelo? Gli alberi di fico mettono già le prime foglie e sul nostro cielo il rosso di sera non si è ancora scolorito. Mi viene da pensare che anche in cielo oggi comincia l’Avvento, il periodo dell’attesa. Qui sulla Terra è l’uomo che attende il ritorno del Signore, lassu’ nel cielo è il Signore che attende il ritorno dell’uomo. Ritorno che si potrà realizzare con la preghiera, con una vita di povertà, di giustizia, di limpidezza, di purezza, di amore, e con la testimonianza evangelica, e con una forte passione di solidarietà. Ecco, mentre per questo cammino di ritorno ci affidiamo alla Madonna dei martiri, alla Vergine dell’attesa, alla Madre della speranza, cerchiamo di mettere in pratica quello che ci dice S. Agostino: “Aiuta coloro con i quali cammini, per poter raggiungere colui col quale desideri rimanere” Se è cosi’ già fin d’ora… Buon Natale! »

(don Tonino Bello)

 


Bello Don Tonino, Omelia per l’Avvento, 27 Novembre 1988

Post Video e Post Audio A cura di DTB Channel & dontoninobello.it | In coll. con la Fondazione Don Tonino Bello di Alessano (Le) e RAI 1