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IL DIFFICILE MESTIERE DI DONNA

Il Mondodomani n° 11 - novembre 1997


SOMMARIO

  • I diritti negati
    Basta solo una rapida occhiata alle cifre sulla condizione delle donne nel mondo per capire che c'è ancora molta strada da fare sulla via delle pari opportunità.
  • Chi manca all'appello?
    Anche quando le leggi garantiscono i diritti delle donne esse continuano ad essere discriminate nella vita sociale e familiare. Le novità e le difficoltà della Convenzione per l'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne. L'analisi dell'economista indiano Amatya Sen, "il filosofo dell'uguaglianza", che proprio mentre andiamo in stampa ha ricevuto il Premio Nobel per l'Economia.
  • Urla nel silenzio
    Rompere il circolo vizioso delle tradizioni e dell'omertà maschili entro cui si svolge l'inferno delle donne. I numerosi programmi realizzati laddove la violenza contro le donne è fenomeno endemico hanno come primo obiettivo quello di proporre un modello maschile alternativo, svincolato dalla feroce tradizione patriarcale. Per un diverso modo di essere padre, marito, fratello.
  • Più "credito" alle donne
    La povertà nel mondo è femmina. Di qui l'importanza di incrementare le opportunità di lavoro per le donne favorendo il loro accesso al credito. Le esperienze pilota.
  • Meena e Sara, le bambine "terribili"
  • L'UNICEF dalla parte delle donne
    Come applicare il diritto alla non discriminazione sancito dalla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e favorire gli impegni assunti in occasione della Quarta Conferenza Mondiale delle Donne? Il lavoro dell'UNICEF che, insieme alle altre agenzie delle Nazioni Unite, alle organizzazioni non governative e ai governi dei paesi in via di sviluppo dove opera, sta realizzando progetti per dare risposte concrete.
  • Guardando il mondo con gli occhi di donna
  • Saluti dal Nepal
    Una storia "al positivo" quella di un progetto UNICEF particolarmente efficace. Un esempio significativo di "effetto integrato".
  • Bibliografia consultata




I DIRITTI NEGATI

A parlare di donne si rischia di rimanere intrappolati in gabbie ideologiche. Eppure, le cifre e le problematiche di cui si parla in questo dossier dimostrano che sulla tanto discussa questione femminile c'è ancora molto da dire. Se non altro per non correre il rischio di ignorare o dimenticare quanta violenza ancora colpisce le donne e le bambine. Nel mondo ricco come nel mondo in via di sviluppo.
In particolare, la discriminazione nei confronti delle donne che vivono nei paesi poveri spesso si traduce in vera e propria eliminazione fisica. "Mancano all'appello" cento milioni di donne nel mondo fra Asia meridionale, Nord Africa e Medio Oriente.
Che fine fanno queste bambine che pure nascono più robuste dei maschi? Un bel gruppetto in realtà non fa neppure in tempo a nascere, in virtù di aborti effettuati dopo amniocentesi. Ma se nascono, molte bambine muoiono per mancanza di cure adeguate, perché sono male e meno alimentate, perché sono più maltrattate dei maschi, insomma. Dunque la discriminazione, oltre a essere una malattia antica è anche una malattia congenita. Difficile da debellare anche se oggi le forze in campo sono maggiori.
L'UNICEF ha da sempre affermato che le donne hanno un ruolo centrale nella comunità, che per aiutare i bambini è necessario sostenere le loro madri e che investire nelle bambine vuol dire contribuire a cambiare il futuro delle nuove generazioni, in linea con le indicazioni emerse dalla IV Conferenza mondiale sulle donne di Pechino, dove è stato ribadito che i diritti delle donne sono diritti umani e che la prospettiva di genere va applicata a tutte le politiche di sviluppo.
Ma cosa si intende per prospettiva di genere? Tradotto dall'inglese gender, il termine genere ha sostituito, da almeno un decennio, la parola sesso a proposito della differenza/uguaglianza tra uomini e donne per approfondire il concetto di differenza biologica tra maschile e femminile. La differenza di genere, cioè, prende in considerazione anche il patrimonio culturale di appartenenza in una prospettiva relazionale.
Di genere si è molto parlato a Pechino, dove sono state consacrate due parole chiave: empowerment e mainstreaming. Per empowerment si intende la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali e il loro accesso al potere. Mainstreaming è l'ottica di genere applicata alle politiche di sviluppo, per cui la differenza tra uomini e donne nelle società anziché essere strumento di subalternità, può diventare un'importante fonte di cambiamento. L'uguaglianza di genere insomma, facendo un ulteriore balzo avanti, deve diventare il fine dello sviluppo in quanto la donna, non più solo beneficiaria dell'aiuto, diventa parte integrante dei progetti di sviluppo, nei quali può finalmente portare il suo particolare contributo.
Eppure a Pechino sono state sollevate alcune perplessità. Quando nella Dichiarazione finale gli Stati si sono impegnati a garantire «l'eguaglianza di diritti e la dignità di uomini e donne» e in particolare «la piena applicazione dei diritti fondamentali e nel rispetto dei diversi valori religiosi ed etici, i retroterra culturali e le convinzioni filosofiche degli individui e dei loro paesi», alcune voci si sono levate per sottolineare il rischio di una strumentalizzazione di quei valori e tradizioni per perpetuare antiche forme di discriminazione nei confronti delle donne e delle bambine.
Un'obiezione non peregrina: in nome di antiche usanze tribali sono almeno 40 i paesi in cui è diffusa la pratica delle mutilazioni sessuali sulle bambine, in nome del fondamentalismo religioso le donne afgane non possono lavorare e le bambine non possono frequentare la scuola: e questi sono solo alcuni esempi.


Qualche cifra

Secondo statistiche del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, il 70% dei poveri e i due terzi degli analfabeti nel mondo sono donne. Solo il 14% delle posizioni professionali direttive sono occupate da donne, il 10% per quanto riguarda i seggi parlamentari e il 6% i ministeri.
Eppure, sempre secondo le stime dell'UNDP, la speranza di vita delle donne è aumentata il 20% più velocemente di quella degli uomini nel corso degli ultimi dieci anni e il tasso di fecondità troppo alto che ha condizionato la libertà di scelta delle donne è passato da 4,7 figli per donna fra il 1970 e il 1975 a 3 figli fra il 1990 e il 1995. Questi importanti risultati sono dovuti al miglioramento della rete di assistenza sanitaria ma anche e soprattutto alla maggiore consapevolezza delle donne: i programmi dell'UNICEF per l'istruzione delle bambine e delle donne, per la formazione professionale e sanitaria hanno dato il loro contributo a questi importanti risultati.
Nei paesi in via di sviluppo, in termini di alfabetizzazione degli adulti e di scolarizzazione, le donne hanno percorso, fra il 1970 e il 1990, più della metà del cammino che le separa dagli uomini. Ciononostante oggi il 34% delle donne nel mondo è ancora analfabeta, contro il 19% degli uomini.
Le donne sono ancora fortemente discriminate sul mercato del lavoro se si pensa che la loro percentuale nella popolazione attiva è aumentata solo del 4% in 20 anni (dal 36% nel 1970 al 40% nel 1990).
Il lavoro delle donne è infatti molto spesso nascosto e poco o affatto remunerato; secondo le stime ufficiali 828 milioni di donne svolgono nel mondo i due terzi del lavoro, soprattutto nel settore informale, ricevono un decimo del reddito mondiale e possiedono un centesimo dei beni disponibili. In Africa il 75% del lavoro agricolo è assicurato dalle donne, che si occupano inoltre della vendita dell'80% dei prodotti alimentari.
Secondo alcune stime delle Nazioni Unite il lavoro domestico delle donne rappresenta dal 10 al 35% del prodotto interno lordo nel mondo. Nei paesi in via di sviluppo le donne che lavorano in casa si fanno carico del 70-80% dell'assistenza sanitaria e sono loro a garantire i tre quarti del cibo prodotto annualmente.


Bambine e adolescenti

La discriminazione delle donne comincia il primo giorno di vita.
Qualche dato. A Bombay, in India, su un campione di 8.000 aborti effettuati dopo un'amniocentesi, 7.999 riguardavano feti di sesso femminile. Un'indagine ufficiale condotta in Cina ha indicato che il 12% di tutte le gravidanze di feti di sesso femminile termina con un aborto. In tutta l'Asia meridionale i bambini sono molto più numerosi delle bambine; si calcola che in tre paesi dell'area muoiano ogni anno un milione di bambine soltanto a causa del loro sesso. In Pakistan, uno studio del 1990 rileva che il 71% dei bambini sotto i due anni d'età ricoverati in ospedale sono maschi; le femmine se si ammalano ricevono meno cure e il 61% delle bambine è malnutrito, contro il 52% dei bambini. Ad Haiti su 1.000 bambini tra i 2 e i 5 anni muoiono 61 femmine e 48 maschi, in Costa Rica, 8 femmine e 5 maschi.
Quando le bambine arrivano all'età scolastica sono costrette a subire nuove discriminazioni: i due terzi dei bambini che non vanno a scuola nel mondo sono femmine. Spesso i genitori scelgono di mandare a scuola i figli maschi perché le femmine sono più utili in casa nei lavori domestici o nella cura dei fratellini più piccoli. In Afghanistan, Burkina Faso, Mali, Nepal, Nigeria e Yemen circa tre quarti delle ragazze non ha completato alcun livello di istruzione; in Bangladesh, Guinea, Marocco e Senegal il numero supera la metà.
Non mancano però esempi positivi. In Bangladesh, ad esempio, grazie alle scuole pilota del BRAC (Bangladesh Rural Advancement Committee) finanziate da alcune cooperative di donne, dall'UNICEF, dal Governo e da alcuni paesi europei, molte bambine che vivono nelle zone rurali hanno l'opportunità di studiare. In Bangladesh ci sono oggi 15.000 scuole del BRAC frequentate per il 70% da bambine.
L'educazione delle bambine è davvero uno dei migliori investimenti che i paesi in via di sviluppo possono compiere. Saranno donne più consapevoli, avranno migliori opportunità di lavoro e saranno madri in grado di provvedere alla sana crescita dei loro figli. Saranno in grado di scegliere il momento più opportuno per affrontare un gravidanza che, se troppo precoce, può far rischiare loro la vita.
Quello dei matrimoni e delle gravidanze precoci è infatti un grave problema: in Bangladesh il 71,8% delle ragazzine tra 15 e 19 anni sono già sposate; la mortalità da parto in questa fascia di età è doppia rispetto alla media.
Quando una ragazza affronta troppo presto una gravidanza corre molti più rischi di morire di una donna adulta, così come i neonati di madri troppo giovani sono più a rischio di morte nel primo anno di vita. Le ragazze troppo giovani infatti non sono ancora fisicamente pronte ad affrontare una gravidanza a causa della non completa formazione dei loro organi riproduttivi; l'anemia da carenza di ferro, la malnutrizione e la carenza di iodio inoltre aumentano i rischi per la madri e per i neonati nei casi di gravidanza precoce.

Patrizia Paternò





CHI MANCA ALL'APPELLO

Si verifica spesso, in molte società moderne caratterizzate da ordinamenti giuridici che in genere hanno recepito le istanze di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, una profonda discrepanza tra i diritti garantiti a livello politico e quelli effettivamente praticati nella convivenza civile. Ciò è tanto più vero per le donne che ancora in molte realtà, soprattutto nel Sudest asiatico, imparano a loro spese che diritti politici significa in realtà diritti dei membri maschi della società, che sono cosa ben diversa dai diritti effettivi che si esercitano nella famiglia patriarcale.
In termini di principio l'uguaglianza di genere è garantita dalle Convenzioni Internazionali (il principio di non discriminazione in base al sesso), ma la genericità dell'assunto non offre di per sé molte garanzie: e se i diritti economico sociali sono parte integrante del diritto allo sviluppo (e quindi come tali garantiti a tutti) è anche vero che qualunque violazione dei diritti delle donne viene vista in realtà come una faccenda privata e questo crea una cultura e un costume assai sfavorevoli alle donne.
Ancora, nel riconoscere il principio "salvaguardare i diritti riconosciuti al massimo livello disponibile" la maggior parte delle Convenzioni Internazionali riconosce di fatto agli Stati la discrezionalità di decidere sul livello di garanzie da riconoscere ad ogni suo singolo membro; il che, ancora una volta, va a discapito delle donne. Delle Convenzioni internazionali dedicate ai diritti delle donne, la più esplicita e "politica" è la Convenzione sull'Eliminazione di tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne (CEDAW, 1979), che riprendendo i principi della Convenzione ILO del 1959 affronta in maniera specifica l'argomento tabu della violazione dei diritti delle donne, auspicando "cambiamenti strutturali" e "specifiche misure" per giungere nella società, nei luoghi di lavoro e in famiglia a una reale parità. Pietra miliare sul cammino delle donne verso la parità, la Convenzione è stata ratificata da 153 paesi, mentre USA, Afganistan e Svizzera l'hanno firmata ma non ratificata; rimane una preoccupante minoranza di paesi, 35 compresi il Vaticano e la maggioranza dei paesi islamici, a non averla ne ratificata né firmata.
La CEDAW, analogamente alla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia ha suscitato moltissime riserve, segno evidente del fatto che il principio di piena parità delle donne è ancora ben lontano dall'essere universalmente accettato e neppure sul piano delle dichiarazioni di principio: quasi un terzo degli Stati parti ha presentato riserve sostanziali o dichiarazioni di non conformità; paesi come Malesia, Maldive, Marocco, Pakistan e Tunisia hanno evidenziato molti punti sui quali la Convenzione risultava inaccettabilmente in contrasto con gli ordinamenti giuridici interni. 24 paesi si sono scagliati in particolare contro l'articolo 16, una clausola essenziale che garantisce la parità uomo donna nel matrimonio e nella vita familiare: un vero colpo basso per la CEDAW preoccupata soprattutto di garantire l'estensione della tutela dei diritti alla sfera della vita privata.


Donne assenti: una vergogna moderna
Di fatto quindi, nonostante le dichiarazioni di principio, la violazione dei diritti delle donne è all'ordine del giorno in molte società e assume in molte realtà proporzioni inimmaginabili per chi, come noi, vive in contesti in cui la parità tra i sessi è grosso modo garantita. L'economista indiano Amartya Sen, famoso per l'impostazione "etica" delle sue analisi economiche e per i suoi pionieristici studi sugli indicatori dello sviluppo umano (per la consonanza tra le sue impostazioni e i principi dell'UNICEF all'opera del noto economista abbiamo dedicato su questa stessa rivista più di un articolo), ha esplorato i territori di questa disuguaglianza nel suo paese, ed ha elaborato le cifre di questa perenne discriminazione "contando" quanto le donne abbiano pagato la loro appartenenza al sesso debole, spesso con la loro stessa sparizione fisica: discriminate in quanto membri senza diritti di società già povere, sono circa 100 milioni le donne mancanti in India e in Africa, uccise prematuramente (o addirittura mai nate).
Secondo Sen, per il quale questa "mancanza" è uno dei problemi più drammatici, scandalosi e negletti del mondo moderno, il rapporto fra donne e uomini nel mondo era in media di 990 per 1.000, secondo dati del 1981: la proporzione più alta 1.064 per 1.000 riguardava l'Europa e scendeva vertiginosamente a favore degli uomini fino a raggiungere la proporzione di 953 per mille in Asia. In particolare in Bangladesh, India e Pakistan la proporzione era rispettivamente di 939, 931 e 929, il che significa 51 donne mancanti in Bangladesh, 59 in India e 61 in Pakistan ogni 1.000 donne in relazione alla media mondiale e 125 per mille, 133 e 135 per mille comparati con la media dell'Europa occidentale, la più alta del mondo.
Tali "differenziali di mortalità", molto più elevati di quanto cause biologiche naturali non spiegherebbero (al contrario le donne sarebbero biologicamente più longeve come i dati relativi ai paesi occidentali dimostrano), riflettono - argomenta Sen - una sostanziale diversità di trattamento, di opportunità educative, di cure mediche che le società in questione concedono alle loro donne. A tutto favore dei maschietti. Si tratta del non encomiabile risultato della sistematica violazione dei diritti sociali economici e culturali per quelle 100 milioni di donne morte prematuramente o addirittura mai nate in conseguenza degli aborti clandestini, delle disparità di trattamento a vari livelli e gradi di intensità, o degli infanticidi che penalizzano, come è noto neonate e bambine.
«Si è ormai accumulata - scrive Sen - una certa evidenza indiretta di trattamenti differenziati per uomini e donne particolarmente per le bambine rispetto ai bambini in molte parti del mondo, per. es. nelle famiglie rurali dell'Asia e del Nord Africa. I tassi osservati di morbilità e di mortalità riflettono una deprivazione femminile di incredibili proporzioni» (A. Sen, in La disuguaglianza, pag 172).
La discriminazione nei confronti delle femmine comincia molto presto e continua tutta la vita: sull'argomento Sen ritorna a più riprese in vari saggi scritti in momenti diversi. Nel capitolo "Famiglia e cibo" (in A. Sen, Risorse, valori e sviluppo, pagg. 165 -184), Sen affronta in particolare il problema della discriminazione "alimentare", dimostrando attraverso una attenta analisi delle statistiche demografiche incrociate con i dati sul consumo alimentare e sull'incidenza delle malattie come, nelle varie fasi della sua vita a partire dall'infanzia, le femmine consumino sempre quantità di cibo inferiori ai maschi e in misura del tutto insufficiente rispetto ai bisogni in fasi particolari della vita quali la pubertà, la gravidanza e l'allattamento. L'iniziale disparità di trattamento è la precondizione della futura denutrizione, e, via via della maggiore morbilità e mortalità che determinano quell'inversione della proporzione tra i sessi di cui si parlava.
Le argomentazioni di Sen, che per la loro affidabilità statistica costituiscono una pietra miliare sull'argomento sono state riprese da più studiosi. Barbara Miller (The Endangered Sex), riprende il discorso della proporzione tra i sessi, dimostrando come nel Bihar, una regione dell'India i cui la discriminazione uomo donna è particolarmente feroce, il rapporto tra i sessi sia inaccettabilmente basso: su 100 neonati, infatti, 70 sono maschi e 23 bambine, il che pone questa regione indiana al primo posto tra i paesi assassini di bambine.
Ciò a dimostrazione del fatto che la connessione tra discriminazione delle donne e proporzione tra i sessi rappresenta un valido criterio di analisi della condizione femminile.

Elisabetta Porfiri




URLA NEL SILENZIO

Per una donna di New York o di Parigi le mura domestiche non sono un luogo sicuro così come non lo sono per una donna di Karachi o di Bombay. C'è un tratto comune che unisce storie e vissuti femminili diversi, che supera latitudini e tassi di sviluppo, che se ne frega del livello di scolarizzazione e del prodotto nazionale lordo ed è il fatto che bambine e donne sono più a rischio di violenze in casa che fuori.
Sono infatti i padri, i fratelli, i mariti, gli zii e i cugini a picchiare, violentare, affamare le femmine di casa e lo dimostrano le statistiche più che le singole coraggiose testimonianze di donne. Sono violenze sistematiche suscettibili di condizionamenti esterni, non ultimo il clima politico e sociale esistente, e aumentano in coincidenza con la gravidanza e il parto (in alcuni paesi in via di sviluppo questo avviene nel 65% dei casi, negli Stati Uniti nel 17%).
La violenza è espressione distorta del possesso; una donna è proprietà dei maschi di casa e la forza della tradizione, specie nelle società rigidamente patriarcali, è tale che ciò che si consuma in seno alla famiglia resta e deve restare cosa di famiglia. Anche se questo significa in molti casi andare contro la stessa legge dello Stato.
Ma esiste anche un elemento forse più forte ancora delle regole patriarcali ed è la collusione tra uomini che cementa la relazione maschile contro le donne: questo spiegherebbe perché in molte realtà i poliziotti non si immischiano nelle faccende domestiche di ordinaria violenza.
Proprio per questa ragione ogni intervento volto a spezzare questo circolo vizioso deve partire dalla sfida alla tradizione e questa può essere davvero efficace solo attraverso il coinvolgimento degli uomini. L'Ufficio Regionale per l'Asia meridionale dell'UNICEF ha raccolto, a partire dal 1997, le esperienze di donne e uomini impegnati nella lotta alla violenza di genere in Bangladesh, India, Nepal, Pakistan e Sri Lanka, paesi dove questo fenomeno è realmente endemico. Ne è emerso un panorama variegato e creativo di interventi, molti dei quali circoscrivibili a realtà minute e di villaggio, ma comunque significativi in un contesto socioculturale rigidamente patriarcale.
«Si tratta - a dichiarato Ruth Finney Hayward, già vicedirettore regionale dell'UNICEF in Asia meridionale - di creare alternative al modello maschile violento che ha potere di vita e di morte sulle femmine di casa e che da questo diritto trae forza e identità sociale».
Si tratta di un lavoro capillare che coinvolge uomini di estrazione socioculturale diverse. In India ad esempio un regista, Rahul Roy ha chiamato a raccolta registi nepalesi, indiani, pakistani per realizzare film da proiettare nelle scuole dove le storie sono incentrate su uomini che hanno assunto nuovi modelli di comportamento.
L'uso dei mezzi audiovisivi non ultimo quello di cartoni animati (cfr. box p.) rientra in una strategia di comunicazione volta soprattutto alle nuove generazioni. Meena, l'eroina di una fortunata e seguita serie in difesa dei diritti delle bambine, è protagonista di storie che trattano in maniera leggera di argomenti delicati e spesso assai noti agli stessi piccoli telespettatori.
In India sono in fase di realizzazione dei programmi di sostegno psicologico per bambine e bambini che vivono in famiglie dove la violenza è all'ordine del giorno. L'obiettivo è quello di fornire alle piccole vittime la possibilità di esprimere il proprio disagio, di rompere la solitudine e l'isolamento cui la violenza li espone, di poter chiedere aiuto. Molto spesso infatti quello che emerge è l'impossibilità da parte di una donna, specie se giovanissima, di manifestare i propri bisogni.


Perché la picchi?

Bharat Joshi è invece un giovane avvocato nepalese che esercita in una delle province dove la prostituzione minorile è molto diffusa; non è raro che le famiglie vendano le loro bambine solo per comprarsi un televisore. Per Joshi non è la povertà la causa di questo turpe commercio ma l'insensibilità e la mancanza di affetto nei confronti di queste bambine. Joshi che è solito incontrarsi con gli abitanti dei villaggi rivolge spesso questa domanda: «Chi tratta meglio e loro femmine, gli animali o gli uomini?». Fa notare agli uomini come una cagna allatti senza distinzioni di sesso i suoi cuccioli, come un cane non uccida i suoi cuccioli femmina. In questo modo la gente viene inevitabilmente coinvolta in discussioni sui comportamenti e le abitudini più diffuse. Una volta vide un uomo che picchiava sua moglie. Gli intimò di smetterla ma questi gli rispose che poteva picchiarla quanto voleva perché sua. «Sei il più forte?» gli chiese allora Joshi «Sì». «E allora che razza di uomo sei se picchi chi è più debole?». L'uomo smise di battere la poveretta.
Questo intraprendente avvocato non è il solo uomo a promuovere una sorta di ripensamento sui comportamenti tradizionali dei maschi. Iniziative analoghe esistono anche in paesi come il Pakistan dove grazie all'azione di uomini di legge e non è stata costituita un'organizzazione, "War against Rape", che vuole offrire assistenza psicologica e legale alle donne vittime di stupri. Oggi in Pakistan una donna violentata può ottenere giustizia solo a patto che quattro maschi musulmani testimonino di aver assistito all'atto sessuale. Senza questo "certificato" la vittima può trovarsi nella paradossale condizione di venire accusata di atti osceni se nubile o di adulterio se sposata. "War against rape" si batte anche perché questa legge venga cambiata.
Un altro attacco alle fondamenta del regime patriarcale è quello mosso su più fronti all'istituto della dote, considerata una vera e propria violenza perpetrata ai danni delle donne e una delle ragioni di abusi fisici e in molti casi di mortalità fra le donne.
Alcuni programmi hanno dato risultati significativi perché a rompere con questa tradizione sono stati uomini di potere socialmente riconosciuti che con gesti clamorosi hanno rifiutato la dote al momento delle nozze del proprio figlio maschio.
Un reale cambiamento della situazione può avvenire se verrà coinvolto ogni settore della società: dal sistema giudiziario a quello sanitario (centrale a riguardo il ruolo dei medici nell'individuare abusi fisici e psicologici), dalla scuola al mondo politico e religioso. Determinante resta comunque il lavoro delle sempre più numerose organizzazioni non governative locali costituite per la maggioranza da donne coraggiose che non temono di sfidare la tradizione patriarcale e le regole comunitarie.

Susanna Bucci






PIU' "CREDITO" ALLE DONNE

L'ultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano dell'ONU ha stimato che nel 1997 il mondo ha speso in consumi qualcosa come ventiquattromila miliardi di dollari, circa sei volte la cifra spesa nel 1950; ma di questo vertiginoso aumento hanno beneficiato solo i paesi ricchi, mentre la quota dei consumi per i paesi poveri non ha subito alcun aumento, anzi in qualche caso è diminuita. Uno sviluppo malato perché significa che la forbice tra Nord e Sud del mondo si sta ulteriormente allargando.
Una famiglia media africana consuma oggi circa il 20% in meno rispetto a 25 anni fa, mentre qualcosa come il 20% della popolazione mondiale è completamente estraneo al vertiginoso aumento dei consumi mondiali.
E poiché, laddove c'è povertà essa è soprattutto donna, il problema della discriminazione di genere e dell'esclusione delle donne dai settori produttivi rimane preoccupante.
Di 1.300.000 persone che nei PVS vivono al di sotto della soglia della povertà, circa il 70% sono donne che vivono nelle zone rurali. Occupate soprattutto nel settore informale, guadagnano salari che nella maggior parte dei casi sono circa la metà di quelli dei maschi.


Il miraggio del lavoro

Nonostante i considerevoli progressi fatti dalle donne nell'affermazione dei loro diritti rimane il fatto che in molti PVS le opportunità di lavoro retribuite per le donne rimangono assai limitate e consistono soprattutto in lavori marginali da svolgere in situazioni disagiate e malpagate. Si tratta di un fenomeno noto: laddove le opportunità di lavoro sono scarse, le prime a farne le spese sono le donne. Data comunque l'importanza di un reddito familiare aggiuntivo, nelle situazioni di povertà le donne sono quindi costrette a rivolgersi al lavoro autonomo nel settore informale - soprattutto venditrici ambulanti e personale domestico - che nei paesi in via di sviluppo impiega la gran parte delle donne che lavorano.
Di qui l'enorme importanza di progetti di finanziamento di queste attività che possono avere un grosso potenziale di miglioramento delle condizioni di vita delle donne: guadagnare significa accrescere la stima di sé e affermare il proprio ruolo in casa e nella comunità e anche se il lavoro si svolge nel settore informale esso è comunque un potente strumento per la crescita dell'autostima, la presa di coscienza dei propri diritti e in ultima analisi per il miglioramento della condizione femminile.
Se le donne negli ultimi anni sono riuscite a uscire dal meccanismo del lavoro per la mera sussistenza per avviare iniziative economiche autonome, lo si deve in gran parte alle organizzazioni collettive di assistenza alle donne indigenti attraverso la concessione di microcrediti e prestiti come la Grameen Bank del Bangladesh e la Sewa Bank indiana. La prima, con il suo innovativo programma che dal 1976 ad oggi ha accordato finanziamenti (per un importo medio di appena 315 mila lire) a oltre 2,1 milioni di donne per un totale di 3.500 miliardi di dollari, ha in molti casi garantito la sopravvivenza di molti nuclei familiari: come risultato di questo programma le donne guadagnano mediamente 143 dollari all'anno, un reddito sufficiente a mantenere due persone al di sopra della soglia di povertà.
Oltre ad acquistare animali da cortile e sementi grazie ai crediti Grameen molte donne del Bangladesh sono riuscite a costituire società collettive per acquistare mulini per la lavorazione del riso, liberandosi in tal modo da un onere che condizionava pesantemente la loro vita. Fondata da una economista filantropo (cfr. Mondodomani, n. 6/7 giugno/luglio 1997) l'esperienza della Grameen Bank viene guardata con interesse da molti osservatori internazionali per gli interessanti risultati che è riuscita a ottenere.


Una Banca tutta di donne

La gloriosa Sewa Bank, creata nel 1974 basata in India e nata dall'iniziativa della Self Employed Women Association come banca fondata dalle donne per le donne si è rivelata uno strumento fondamentale per un paese come l'India dove il 95% delle donne che lavorano lo fanno nel settore informale e dove le banche tradizionali non erano affatto disponibili, come tutti gli istituti bancari, a offrire prestiti a donne nullatenenti perché considerate clienti ad alto rischio. Nel maggio 1974 la Sewa, nata come organizzazione sindacale per proteggere i diritti delle donne lavoratrici ha fondato la sua banca dove 4.000 donne, prevalentemente analfabete, hanno contribuito ciascuna con 10 rupie: molte delle socie fondatrici, alla vigilia del giorno fissato per la firma, sono rimaste alzate tutta la notte per imparare a scrivere senza errori il proprio nome. Era il primo passo sulla strada dell'emancipazione. Nei primi tempi le donne hanno cercato di trovare nuove socie, mentre in seguito esse si sono concentrate sull'obiettivo di proporsi come clienti credibili alle banche nazionali.
Alla fine del 1993 la Sewa aveva 15.454 azioniste e 35.443 "correntiste". I servizi offerti dalla Banca, il cui scopo primario è quello di concedere finanziamenti per sostenere le attività agricole e di piccolo commercio delle donne, coincidono in parte con quelli delle banche tradizionali, ma sono anche fortemente innovativi e flessibili, tagliati sui bisogni delle donne, come il servizio di concessione del credito in cambio di gioielli come deposito. Un altro servizio innovativo consiste nel fornire assistenza tecnica alle donne beneficiarie del prestito con servizi come l'assistenza e i consigli per l'acquisto delle merci e degli attrezzi necessari all'attività finanziata. Ma l'aspetto sicuramente più interessante dei servizi offerti dalla banca consiste nel creare collegamenti tra le donne e il mercato, che è forse il primo passo per la creazione di quel circolo virtuoso necessario per entrare nel mercato.

Elisabetta Porfiri


MEENA E SARA, LE BAMBINE "TERRIBILI"

Meena e Sara sono due bambine speciali. Per prima cosa perché appartengono al mondo dei cartoon e poi perché hanno un compito molto importante: vogliono dimostrare che hanno gli stessi diritti dei loro coetanei maschi. Lo fanno raccontando le difficoltà, i desideri e i progetti di tante bambine come loro che vivono in paesi dove nascere femmina viene considerata una disgrazia. Le loro storie, farcite di ironia, astuzia e creatività, sono infatti ambientate rispettivamente in Asia meridionale e in Africa.
Realizzati con il sostegno dell'UNICEF, i due progetti mirano alla sensibilizzazione e all'informazione nell'ambito della campagna per i diritti delle bambine. Le storie sono avventurose e divertenti ma legate profondamente ai problemi reali della vita delle ragazzine asiatiche e africane, proprio per permettere ai piccoli lettori e telespettatori di comprenderne appieno il significato e il messaggio.
Meena è l'eroina di una serie di film di animazione prodotti dall'UNICEF in Sud Asia negli anni Novanta. La serie completa di tredici episodi (ma già precedentemente erano stati trasmessi alcuni episodi) è stata lanciata proprio di recente in TV e nei cinema, oltre che in inglese anche nelle diverse lingue e dialetti locali dei paesi dell'area: Bangladesh, India, Nepal, Pakistan, Sri Lanka.
In uno degli episodi Meena, tornando a casa con un bel mango succoso, si rattrista perché la mamma decide di dare la parte più grande al fratello più piccolo, Raju, che secondo lei ne ha più bisogno perché è maschio e i suoi compiti sono più faticosi. Convinta dell'ingiustizia Meena non si perde d'animo, anzi suggerisce uno scambio delle parti tra lei e il fratello, almeno per un giorno.
Che meraviglia il giorno dopo! Meena se ne va spasso allegramente con il suo pappagallo a pascolare la mucca, Raju invece, esausto dopo aver portato a termine le giornaliere faccende domestiche di Meena, dice «Non sono mai stato così affamato!». Per di più la sua cena è più scarsa del solito. Il gioco delle parti proposto da Meena finisce per far capire alla famiglia che il cibo va equamente suddiviso tra maschi e femmine.
Insomma, Meena non si scoraggia mai ed è piena di idee; ormai conosciuta e amata in tutta l'Asia meridionale, è diventata il simbolo della difesa dei diritti delle ragazzine.
Quest'anno Meena è stata scelta come simbolo della Giornata Internazionale delle Radio e Telecomunicazioni per l'Infanzia, l'ormai tradizionale appuntamento di dicembre dedicato ai diritti dei bambini in tutto il mondo.
Sara è un'adolescente africana, protagonista di una serie di fumetti dedicati ai diritti delle bambine nell'ambito di un'iniziativa di comunicazione multimediale lanciata dall'UNICEF nell'Africa orientale e meridionale nel settembre 1996, frutto di venti mesi di lavoro di oltre 150 scrittori, artisti e ricercatori e di 5.000 persone consultate nei villaggi e nelle città di 10 paesi subshariani.
Anche dalla parti di Sara la vita delle bambine è più difficile: accompagnata dal fratello Juma, dall'amica Amina e dalla scimmietta Zingo la giovane eroina cerca di trovare le soluzioni ai problemi della vita quotidiana che, come lei, appartengono a molte ragazzine africane. In una delle storie, Sara deve conciliare il lavoro in casa con il grande desiderio di studiare, finché un giorno la madre le comunica che non potrà andare alla scuola superiore perché non ci sono abbastanza soldi e quindi solo il fratello potrà continuare a studiare. Sara è disperata ma grazie a inventiva e forza d'animo troverà la soluzione per riprendere gli studi.
Quest'anno l'ICDB (International Children's Day of Broadcasting) sarà celebrata il 13 dicembre: protagoniste indiscusse saranno Meena e Sara con le loro storie.





L'UNICEF DALLA PARTE DELLE DONNE

Subito dopo la Conferenza di Pechino, che si è tenuta nel 1995, il Consiglio d'Amministrazione dell'UNICEF ha approvato un documento nel quale venivano individuate alcune aree d'azione prioritarie: l'istruzione delle bambine e delle ragazze, la salute delle adolescenti e delle donne, i diritti dei bambini e delle donne. Contemporaneamente veniva sottolineata l'importanza di promuovere la piena partecipazione delle donne ai programmi assistenziali di emergenza. In sostanza ci si impegnava a promuovere un ripensamento globale dei programmi realizzati nei diversi paesi, grazie alla diffusione della cosiddetta ottica di genere nei diversi settori di intervento.
I tagli di fondi destinati alle spese sociali - dovuti alla crisi economica degli anni 80 e alle conseguenti politiche di aggiustamento strutturale - hanno penalizzato soprattutto le donne: per questo è sempre più importante sostenere le iniziative che hanno dimostrato sul campo la loro efficacia anche in situazioni di scarsità di fondi, come quelle caratterizzate da un ruolo attivo delle donne, che favoriscono la loro auto-organizzazione, lo scambio di esperienze, il coinvolgimento dell'intera comunità per garantire le possibilità di scelta alle bambine e alle ragazze.
Per questo l'UNICEF cerca di agire a livello più generale, puntando alla sensibilizzazione, prerequisito alla realizzazione di progetti sul campo. La descrizione di alcuni interventi può aiutarci a comprendere come si sta attualmente lavorando, sulla base di quali esperienze passate e con quali prospettive per il futuro.


Non soltanto microcredito

Un modo concreto di lavorare con e per le donne è quello di concedere loro piccoli prestiti. Questo tipo di intervento fornisce un potere concreto alle donne: possono così più facilmente entrare nei processi decisionali, autorganizzarsi e contare di più perché partecipano alla crescita del reddito familiare. E, come sempre, un miglioramento nello status familiare e sociale delle donne ha degli effetti immediati e diretti sulla sopravvivenza, la salute, la nutrizione e lo sviluppo dei figli, delle femmine in particolare.
L'esperienza ha però dimostrato quanto sia importante gestire il microcredito all'intero di un intervento più ampio che preveda soprattutto un migliore accesso ai servizi sociali di base. Dove è stata realizzata un'azione integrata, essa ha consentito di ottenere una maggiore riduzione della povertà: la salute e la nutrizione dei bambini, in particolare delle bambine, e delle donne coinvolte nel progetto sono migliorate, così come è aumentato il tasso di iscrizione a scuola.
L'UNICEF è stato, fin dai primi anni Ottanta, tra i sostenitori dell'esperienza della Grameen Bank (vedi anche articolo p. ) in Bangladesh; il successo di questo progetto ha fatto scuola in molte regioni del mondo. Successivamente progetti centrati sul microcredito sono stati inseriti come componente essenziale delle attività in altri paesi, come il Benin, il Brasile, la Colombia, l'Egitto, il Guatemala, l'India, il Kenya, il Nepal ed il Vietnam. Questo tipo di intervento viene sempre integrato con attività a favore dell'empowerment delle donne, e adattato alle condizioni locali.
In Nepal, ad esempio, a partire dal 1982 l'UNICEF ha unito la fornitura di servizi sociali ai microcrediti, nell'ambito del Programma per lo sviluppo dei piccoli agricoltori. Attualmente il programma coinvolge 123 mila famiglie, in 422 villaggi. Come prima cosa viene concesso alle donne un credito che verrà investito in attività delle quali beneficerà l'intera comunità. Naturalmente anche questo progetto prevede una fase di formazione. Grazie a questo approccio la qualità dei servizi sociali erogati è molto migliorata e questo ha fatto sì che altri donatori e agenzie multilaterali abbiano deciso di partecipare al finanziamento del programma.
In Vietnam, l'UNICEF fornisce prestiti per programmi amministrati dalle organizzazioni non governative nazionali. I risultati, molto positivi, hanno avuto un riscontro significativo nel campo dell'istruzione delle bambine: il 97% delle figlie delle donne che hanno ricevuto un credito frequenta la scuola, rispetto al 73% delle figlie di donne che invece non sono state coinvolte nel progetto. Miglioramenti sono stati registrati anche a livello alimentare: solo il 12% delle famiglie di queste donne non aveva cibo sufficiente, a fronte del 73% delle famiglie di coloro che non erano state coinvolte nel programma.
Questo tipo di intervento nel corso degli anni tende a diversificarsi e a coinvolgere nuovi soggetti. In Egitto, l'UNICEF, nel 1993, ha iniziato a sostenere il Progetto di un Fondo per lo Sviluppo Familiare in collaborazione con il governo. Il programma, che si è rapidamente diffuso, attualmente coinvolge 3.600 creditrici, e viene portato avanti dalle organizzazioni non governative locali in quattro regioni rurali povere. I prestiti vengono utilizzati per finanziare piccole attività.
Contemporaneamente si agisce su un altro fronte utilizzando il microcredito soprattutto come strumento per combattere il lavoro minorile nelle zone urbane periferiche. I tassi di restituzione sono pari al 95%, il che ha consentito a questo tipo di attività di diventare vantaggioso anche per le banche commerciali che, attraverso il supporto tecnico dell'UNICEF, stanno facendo sì che questo particolare tipo di finanziamento diventi una concreta possibilità di sviluppo per migliaia di famiglie egiziane.

Laura Baldassarre









GUARDANDO IL MONDO CON GLI OCCHI DI UNA DONNA

Anna Maria Donnarumma, che si occupa da molti anni di tematiche legate allo sviluppo e ai diritti umani, ha recentemente pubblicato per la EMI il libro Guardando il mondo con occhi di donna, dove propone una riflessione, attraverso una «ricostruzione storica giuridica» di come e attraverso quali tappe i diritti delle donne sono divenuti parte integrante dei diritti umani.
"Dalla dichiarazione dei diritti umani del 1948 alla IV Conferenza Mondiale delle donne del 1995", vengono riprese le tappe più significative sul piano giuridico, storico e soprattutto politico che hanno permesso ai diritti delle donne di assumere un'importanza sempre più significativa.
«Una serie di interrogativi pervade l'intera riflessione: in che modo la presenza delle donne, il ruolo e i compiti da loro assunti e svolti hanno potuto incidere sull'organizzazione e sui cambiamenti strutturali della società contemporanea; in che modo sono avvenuti i passaggi fondamentali dalla vita domestico-familiare a quella civile e politica».
La Conferenza di Pechino assume un significato particolare in questo contesto: viene utilizzata come chiave di lettura per interpretare la "storia dei diritti umani delle donne", per questo è particolarmente curata la parte dedicata ai contributi provenienti dalle varie istituzioni e regioni del mondo che vi hanno partecipato.
E le due parole-chiave uscite da Pechino, empowerment e mainstreaming, forniscono la possibilità di approfondire le linee di sviluppo per utilizzare al meglio la ricchezza del pensiero femminile nei progetti per il futuro.
Interessante notare come venga sottolineata dall'autrice l'importanza del Forum delle Organizzazioni Non Governative che si è svolto a latere della conferenza ufficiale, che ha permesso di fotografare il variegato mondo dell'associazionismo femminile e di arricchire enormemente il dibattito in corso sul modello di sviluppo attualmente dominante. Dibattito al quale le donne del sud del mondo forniscono un contributo fondamentale. Per questo è interamente dedicata a quest'incontro la parte antologica nella quale è possibile consultare documenti difficilmente reperibili altrove.

Laura Baldassarre

Anna Maria Donnarumma, Guardando il mondo con gli occhi di donna, Bologna, EMI, 1998, pp. 351, L. 30.000









SALUTI DAL NEPAL

"Qui l'aria è fresca e rarefatta, la gente cordiale e laboriosa, i bambini sorridono e le donne si danno da fare in tutti i modi per cambiare la loro vita. Saluti dal Nepal". Seduta sui gradini della scalinata di un'altissima pagoda buddhista di Patan, la città sacra nepalese, una giovane turista straniera scrive il suo messaggio da spedire in patria su alcuni preziosi cartoncini di carta spessa, lavorata a mano.
Ma i cartoncini augurali dell'UNICEF prodotti dalla fabbrica di Bhaktapur non si acquistano solo in Nepal, si possono trovare nei negozi UNICEFovunque nel mondo e sono diventati ormai un tradizionale acquisto fra tutti coloro che comprano i biglietti i auguri in Italia, Svizzera, in Norvegia o in Olanda.
Il progetto di produzione della carta e dei cartoncini augurali della fabbrica di Bhaktapur in Nepal si è rivelato uno dei progetti integrati più soddisfacenti dal punto di vista delle aresa e del beneficio che un'intera comunità ne ricava. Nato su iniziativa dell'UNICEF nel 1981, in seguito il progetto si è sviluppato fino ad interessare nel 1993 ben cinque distretti della regione centrale del paese, producendo lavoro part-time per 1.079 famiglie contadine impegnate nella produzione, nella raccolta e nel trasporto della Daphne cannabina o papyracea, in nepalese "lokta", la pianta dalle cui radici viene ricavata la carta, e per 170 operai - per la maggior parte donne - impiegati a tempo pieno nella fabbrica per la lavorazione della carta e la produzione, interamente eseguita a mano, dei cartoncini augurali, delle buste, dei block notes, degli album e d tutti i prodotti cartacei che il ricco catalogo Bhaktapur offre.
La lavorazione della carta fatta a mano ha una lunga storia nei paesi asiatici. Introdotta in Nepal dai cinesi nell'XI secolo, per novecento anni è stata utilizzata per i documenti legali, i manoscritti religiosi, gli editti reali, proprio per le sue caratteristiche di grande eleganza e durata. Oggi questa tradizione rivive nei cartoncini augurali dell'UNICEF per i quali viene utilizzata esclusivamente la lokta, una pianta che cresce solo in alta collina o in montagna, la cui produzione e raccolta sono severamente protette. I fattori di protezione ambientale sono tenuti in considerazione fin nei più piccoli dettagli: una volta raccolti i gambi delle piante a un'altezza tale da consentirne una rapida ricrescita, questi vengono trasportati alla fabbrica e fatti bollire per molte ore in appositi forni che riducono il consumo di legna per il fuoco, aggiungendo soda caustica. Successivamente le fibre, ormai ammorbidite, vengono passate su speciali telai e poi colorate con tinture vegetali e stese al sole ad asciugare. Ogni fase della lavorazione viene eseguita interamente a mano, compresa la stampa, la pressatura e perfino la piegatura delle buste.
A questo punto i cartoncini augurali sono pronti per essere inviati all'estero ed entrano nel mercato di distribuzione dei prodotti UNICEF nei 37 paesi in cui operano i Comitati Nazionali per l'UNICEF. Ma i vantaggi che essi producono non si esauriscono alla fase della raccolta delle piante e della produzione della carta e dei manufatti. Tolte le spese per pagare le famiglie contadine che hanno lavorato nella raccolta e nel trasporto della preziosa lokta, i salari degli operai e delle operaie della fabbrica, il guadagno ricavato dalla vendita dei cartoncini viene reinvestito dall'UNICEF nei progetti di cui beneficiano proprio le comunità della regione centrale del Nepal che lavorano nella produzione della carta.
I progetti promuovono essenzialmente il benessere delle donne e dei bambini di quelle comunità: centri di cura e di assistenza della prima infanzia, conduzione di scuole di villaggio nei centri rurali più isolati, approvvigionamento di acqua potabile, il paradosso del Nepal; infatti in questo paese ricco di acqua, dove i fiumi scendono a decine dall'Himalaya, è proprio l'acqua inquinata la principale causa di malattie nella prima infanzia: tra i 30.000 r i 40.000 bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per infezioni gastrointestinali prodotte dall'acqua non potabile; una delle priorità dell'intervento dell'UNICEF in Nepal riguarda proprio l'installazione di pozzi e pompe a mano e la costruzione di latrine nei villaggi.
Il lungo viaggio di un cartoncino di auguri nepalese produce quindi molteplici vantaggi, incontra problemi e fornisce soluzioni, non ultimo costituisce una valida alternativa al lavoro minorile, offrendo ai genitori una possibilità di lavoro regolarmente retribuito.
E se qualche volta, mentre lo acquistiamo, esitiamo perché costa qualche lira in più rispetto a quelli che si trovano in cartoleria, proviamo a pensare a quello che significa per tante donne e bambini, e allora i nostri saluti e i nostri auguri diventeranno più sinceri, avranno un valore diverso.

Chiara Micali Baratelli







 

 

BIBLIOGRAFIA CONSULTATA

  • Charlotte Bunch, La violenza contro le donne e le ragazze: uno status quo intollerabile, in "Il Progresso delle Nazioni", UNICEF 1997
  • Diplomatic Conference of Plenipotentiaries on the Establishment of an International Criminal Court, June 15 - July 17, 1998 Rome
  • Ruth Finney Hayward, The dangerous family in South Asia, UNICEF, Regional Office for South Asia, Katmandou, 1998
  • Frene Ginwala, Il problema non è la discriminazione, in "Il Progresso delle Nazioni", UNICEF, 1995
  • Impression of women and children in Bangladesh, UNICEF, 1991
  • International Centre for resarch of women, Credit for women
  • IRED (Innovations et réseaux pour le development), People's empowerment. Grassroots experiences in Africa, Asia and Latin America, 1996
  • Barbara Miller, The Endangered Sex, Cornell University Press, Ithaca, 1981
  • Amartya Sen, Risorse, valori e sviluppo, Torino, Bollati Borinhieri, 1992
  • Amartya Sen, La diseguaglianza. Un riesame critico, Bologna, Il Mulino, 1994
  • United Nations Development Programme (UNDP), Human Development Report, 1995
  • United Nations Development Programme (UNDP), Human Development Report, 1998
  • Women and gender in countries in transition: a UNICEF perspective, UNICEF, 1994
  • Women's Caucus for Gender Justice in ICC, Gender Justice and ICC, UN, 1998
  • Women's World Banking and International Coalition on Women and Credit, Self Employed Women's Association (SEWA), Cooperative Bank, 1995



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