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Il Mondodomani n° 11 - novembre 1997
SOMMARIO
- I
diritti negati
Basta solo una rapida occhiata
alle
cifre sulla condizione delle donne nel mondo per capire che c'è ancora
molta strada da fare sulla via delle pari opportunità.
- Chi
manca
all'appello?
Anche quando le leggi
garantiscono i
diritti delle donne esse continuano ad essere discriminate nella vita
sociale e familiare. Le novità e le difficoltà della Convenzione per
l'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne.
L'analisi dell'economista indiano Amatya Sen, "il filosofo
dell'uguaglianza", che proprio mentre andiamo in stampa ha ricevuto il
Premio Nobel per l'Economia.
- Urla
nel silenzio
Rompere il circolo vizioso delle
tradizioni e dell'omertà maschili entro cui si svolge l'inferno delle
donne. I numerosi programmi realizzati laddove la violenza contro le
donne è fenomeno endemico hanno come primo obiettivo quello di proporre
un modello maschile alternativo, svincolato dalla feroce tradizione
patriarcale. Per un diverso modo di essere padre, marito, fratello.
- Più
"credito" alle
donne
La povertà nel mondo è femmina.
Di qui
l'importanza di incrementare le opportunità di lavoro per le donne
favorendo il loro accesso al credito. Le esperienze pilota.
- Meena
e Sara, le
bambine "terribili"
- L'UNICEF
dalla
parte delle donne
Come applicare il diritto alla
non
discriminazione sancito dalla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia e
favorire gli impegni assunti in occasione della Quarta Conferenza
Mondiale delle Donne? Il lavoro dell'UNICEF che, insieme alle altre
agenzie delle Nazioni Unite, alle organizzazioni non governative e ai
governi dei paesi in via di sviluppo dove opera, sta realizzando
progetti per dare risposte concrete.
- Guardando
il
mondo con gli occhi di donna
- Saluti
dal Nepal
Una storia "al positivo" quella
di un
progetto UNICEF particolarmente efficace. Un esempio significativo di
"effetto integrato".
- Bibliografia
consultata
I
DIRITTI NEGATI
A parlare di donne si rischia di rimanere intrappolati in gabbie
ideologiche. Eppure, le
cifre e le problematiche di cui si parla in questo dossier dimostrano
che sulla tanto
discussa questione femminile c'è ancora molto da dire. Se non altro per
non correre il
rischio di ignorare o dimenticare quanta violenza ancora colpisce le
donne e le bambine.
Nel mondo ricco come nel mondo in via di sviluppo.
In particolare, la discriminazione nei confronti delle donne che vivono
nei paesi poveri
spesso si traduce in vera e propria eliminazione fisica. "Mancano
all'appello"
cento milioni di donne nel mondo fra Asia meridionale, Nord Africa e
Medio Oriente.
Che fine fanno queste bambine che pure nascono più robuste dei maschi?
Un bel gruppetto
in realtà non fa neppure in tempo a nascere, in virtù di aborti
effettuati dopo
amniocentesi. Ma se nascono, molte bambine muoiono per mancanza di cure
adeguate, perché
sono male e meno alimentate, perché sono più maltrattate dei maschi,
insomma. Dunque la
discriminazione, oltre a essere una malattia antica è anche una
malattia congenita.
Difficile da debellare anche se oggi le forze in campo sono maggiori.
L'UNICEF ha da sempre affermato che le donne hanno un ruolo centrale
nella comunità, che
per aiutare i bambini è necessario sostenere le loro madri e che
investire nelle bambine
vuol dire contribuire a cambiare il futuro delle nuove generazioni, in
linea con le
indicazioni emerse dalla IV Conferenza mondiale sulle donne di Pechino,
dove è stato
ribadito che i diritti delle donne sono diritti umani e che la
prospettiva di genere va
applicata a tutte le politiche di sviluppo.
Ma cosa si intende per prospettiva di genere? Tradotto dall'inglese
gender, il termine
genere ha sostituito, da almeno un decennio, la parola sesso a
proposito della
differenza/uguaglianza tra uomini e donne per approfondire il concetto
di differenza
biologica tra maschile e femminile. La differenza di genere, cioè,
prende in
considerazione anche il patrimonio culturale di appartenenza in una
prospettiva
relazionale.
Di genere si è molto parlato a Pechino, dove sono state consacrate due
parole chiave: empowerment
e mainstreaming. Per empowerment
si intende la piena partecipazione delle
donne ai processi decisionali e il loro accesso al potere. Mainstreaming
è
l'ottica di genere applicata alle politiche di sviluppo, per cui la
differenza tra uomini
e donne nelle società anziché essere strumento di subalternità, può
diventare
un'importante fonte di cambiamento. L'uguaglianza di genere insomma,
facendo un ulteriore
balzo avanti, deve diventare il fine dello sviluppo in quanto la donna,
non più solo
beneficiaria dell'aiuto, diventa parte integrante dei progetti di
sviluppo, nei quali può
finalmente portare il suo particolare contributo.
Eppure a Pechino sono state sollevate alcune perplessità. Quando nella
Dichiarazione
finale gli Stati si sono impegnati a garantire «l'eguaglianza
di diritti e la dignità
di uomini e donne» e in particolare «la piena
applicazione dei diritti
fondamentali e nel rispetto dei diversi valori religiosi ed etici, i
retroterra culturali
e le convinzioni filosofiche degli individui e dei loro paesi»,
alcune voci si sono
levate per sottolineare il rischio di una strumentalizzazione di quei
valori e tradizioni
per perpetuare antiche forme di discriminazione nei confronti delle
donne e delle bambine.
Un'obiezione non peregrina: in nome di antiche usanze tribali sono
almeno 40 i paesi in
cui è diffusa la pratica delle mutilazioni sessuali sulle bambine, in
nome del
fondamentalismo religioso le donne afgane non possono lavorare e le
bambine non possono
frequentare la scuola: e questi sono solo alcuni esempi.
Qualche cifra
Secondo statistiche del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo,
il 70% dei poveri e
i due terzi degli analfabeti nel mondo sono donne. Solo il 14% delle
posizioni
professionali direttive sono occupate da donne, il 10% per quanto
riguarda i seggi
parlamentari e il 6% i ministeri.
Eppure, sempre secondo le stime dell'UNDP, la speranza di vita delle
donne è aumentata il
20% più velocemente di quella degli uomini nel corso degli ultimi dieci
anni e il tasso
di fecondità troppo alto che ha condizionato la libertà di scelta delle
donne è passato
da 4,7 figli per donna fra il 1970 e il 1975 a 3 figli fra il 1990 e il
1995. Questi
importanti risultati sono dovuti al miglioramento della rete di
assistenza sanitaria ma
anche e soprattutto alla maggiore consapevolezza delle donne: i
programmi dell'UNICEF per
l'istruzione delle bambine e delle donne, per la formazione
professionale e sanitaria
hanno dato il loro contributo a questi importanti risultati.
Nei paesi in via di sviluppo, in termini di alfabetizzazione degli
adulti e di
scolarizzazione, le donne hanno percorso, fra il 1970 e il 1990, più
della metà del
cammino che le separa dagli uomini. Ciononostante oggi il 34% delle
donne nel mondo è
ancora analfabeta, contro il 19% degli uomini.
Le donne sono ancora fortemente discriminate sul mercato del lavoro se
si pensa che la
loro percentuale nella popolazione attiva è aumentata solo del 4% in 20
anni (dal 36% nel
1970 al 40% nel 1990).
Il lavoro delle donne è infatti molto spesso nascosto e poco o affatto
remunerato;
secondo le stime ufficiali 828 milioni di donne svolgono nel mondo i
due terzi del lavoro,
soprattutto nel settore informale, ricevono un decimo del reddito
mondiale e possiedono un
centesimo dei beni disponibili. In Africa il 75% del lavoro agricolo è
assicurato dalle
donne, che si occupano inoltre della vendita dell'80% dei prodotti
alimentari.
Secondo alcune stime delle Nazioni Unite il lavoro domestico delle
donne rappresenta dal
10 al 35% del prodotto interno lordo nel mondo. Nei paesi in via di
sviluppo le donne che
lavorano in casa si fanno carico del 70-80% dell'assistenza sanitaria e
sono loro a
garantire i tre quarti del cibo prodotto annualmente.
Bambine e adolescenti
La discriminazione delle donne comincia il primo giorno di vita.
Qualche dato. A Bombay, in India, su un campione di 8.000 aborti
effettuati dopo
un'amniocentesi, 7.999 riguardavano feti di sesso femminile.
Un'indagine ufficiale
condotta in Cina ha indicato che il 12% di tutte le gravidanze di feti
di sesso femminile
termina con un aborto. In tutta l'Asia meridionale i bambini sono molto
più numerosi
delle bambine; si calcola che in tre paesi dell'area muoiano ogni anno
un milione di
bambine soltanto a causa del loro sesso. In Pakistan, uno studio del
1990 rileva che il
71% dei bambini sotto i due anni d'età ricoverati in ospedale sono
maschi; le femmine se
si ammalano ricevono meno cure e il 61% delle bambine è malnutrito,
contro il 52% dei
bambini. Ad Haiti su 1.000 bambini tra i 2 e i 5 anni muoiono 61
femmine e 48 maschi, in
Costa Rica, 8 femmine e 5 maschi.
Quando le bambine arrivano all'età scolastica sono costrette a subire
nuove
discriminazioni: i due terzi dei bambini che non vanno a scuola nel
mondo sono femmine.
Spesso i genitori scelgono di mandare a scuola i figli maschi perché le
femmine sono più
utili in casa nei lavori domestici o nella cura dei fratellini più
piccoli. In
Afghanistan, Burkina Faso, Mali, Nepal, Nigeria e Yemen circa tre
quarti delle ragazze non
ha completato alcun livello di istruzione; in Bangladesh, Guinea,
Marocco e Senegal il
numero supera la metà.
Non mancano però esempi positivi. In Bangladesh, ad esempio, grazie
alle scuole pilota
del BRAC (Bangladesh Rural Advancement Committee) finanziate da alcune
cooperative di
donne, dall'UNICEF, dal Governo e da alcuni paesi europei, molte
bambine che vivono nelle
zone rurali hanno l'opportunità di studiare. In Bangladesh ci sono oggi
15.000 scuole del
BRAC frequentate per il 70% da bambine.
L'educazione delle bambine è davvero uno dei migliori investimenti che
i paesi in via di
sviluppo possono compiere. Saranno donne più consapevoli, avranno
migliori opportunità
di lavoro e saranno madri in grado di provvedere alla sana crescita dei
loro figli.
Saranno in grado di scegliere il momento più opportuno per affrontare
un gravidanza che,
se troppo precoce, può far rischiare loro la vita.
Quello dei matrimoni e delle gravidanze precoci è infatti un grave
problema: in
Bangladesh il 71,8% delle ragazzine tra 15 e 19 anni sono già sposate;
la mortalità da
parto in questa fascia di età è doppia rispetto alla media.
Quando una ragazza affronta troppo presto una gravidanza corre molti
più rischi di morire
di una donna adulta, così come i neonati di madri troppo giovani sono
più a rischio di
morte nel primo anno di vita. Le ragazze troppo giovani infatti non
sono ancora
fisicamente pronte ad affrontare una gravidanza a causa della non
completa formazione dei
loro organi riproduttivi; l'anemia da carenza di ferro, la
malnutrizione e la carenza di
iodio inoltre aumentano i rischi per la madri e per i neonati nei casi
di gravidanza
precoce.
Patrizia Paternò
CHI
MANCA ALL'APPELLO
Si verifica spesso, in molte società moderne caratterizzate da
ordinamenti giuridici che
in genere hanno recepito le istanze di uguaglianza di tutti i cittadini
di fronte alla
legge, una profonda discrepanza tra i diritti garantiti a livello
politico e quelli
effettivamente praticati nella convivenza civile. Ciò è tanto più vero
per le donne che
ancora in molte realtà, soprattutto nel Sudest asiatico, imparano a
loro spese che
diritti politici significa in realtà diritti dei membri maschi della
società, che sono
cosa ben diversa dai diritti effettivi che si esercitano nella famiglia
patriarcale.
In termini di principio l'uguaglianza di genere è garantita dalle
Convenzioni
Internazionali (il principio di non discriminazione in base al sesso),
ma la genericità
dell'assunto non offre di per sé molte garanzie: e se i diritti
economico sociali sono
parte integrante del diritto allo sviluppo (e quindi come tali
garantiti a tutti) è anche
vero che qualunque violazione dei diritti delle donne viene vista in
realtà come una
faccenda privata e questo crea una cultura e un costume assai
sfavorevoli alle donne.
Ancora, nel riconoscere il principio "salvaguardare i diritti
riconosciuti al massimo
livello disponibile" la maggior parte delle Convenzioni Internazionali
riconosce di
fatto agli Stati la discrezionalità di decidere sul livello di garanzie
da riconoscere ad
ogni suo singolo membro; il che, ancora una volta, va a discapito delle
donne. Delle
Convenzioni internazionali dedicate ai diritti delle donne, la più
esplicita e
"politica" è la Convenzione sull'Eliminazione di tutte le Forme di
Discriminazione contro le Donne (CEDAW, 1979), che riprendendo i
principi della
Convenzione ILO del 1959 affronta in maniera specifica l'argomento tabu
della violazione
dei diritti delle donne, auspicando "cambiamenti strutturali" e
"specifiche
misure" per giungere nella società, nei luoghi di lavoro e in famiglia
a una reale
parità. Pietra miliare sul cammino delle donne verso la parità, la
Convenzione è stata
ratificata da 153 paesi, mentre USA, Afganistan e Svizzera l'hanno
firmata ma non
ratificata; rimane una preoccupante minoranza di paesi, 35 compresi il
Vaticano e la
maggioranza dei paesi islamici, a non averla ne ratificata né firmata.
La CEDAW, analogamente alla Convenzione sui Diritti dell'Infanzia ha
suscitato moltissime
riserve, segno evidente del fatto che il principio di piena parità
delle donne è ancora
ben lontano dall'essere universalmente accettato e neppure sul piano
delle dichiarazioni
di principio: quasi un terzo degli Stati parti ha presentato riserve
sostanziali o
dichiarazioni di non conformità; paesi come Malesia, Maldive, Marocco,
Pakistan e Tunisia
hanno evidenziato molti punti sui quali la Convenzione risultava
inaccettabilmente in
contrasto con gli ordinamenti giuridici interni. 24 paesi si sono
scagliati in particolare
contro l'articolo 16, una clausola essenziale che garantisce la parità
uomo donna nel
matrimonio e nella vita familiare: un vero colpo basso per la CEDAW
preoccupata
soprattutto di garantire l'estensione della tutela dei diritti alla
sfera della vita
privata.
Donne assenti: una vergogna moderna
Di fatto quindi, nonostante le dichiarazioni di principio, la
violazione dei diritti delle
donne è all'ordine del giorno in molte società e assume in molte realtà
proporzioni
inimmaginabili per chi, come noi, vive in contesti in cui la parità tra
i sessi è grosso
modo garantita. L'economista indiano Amartya Sen, famoso per
l'impostazione
"etica" delle sue analisi economiche e per i suoi pionieristici studi
sugli
indicatori dello sviluppo umano (per la consonanza tra le sue
impostazioni e i principi
dell'UNICEF all'opera del noto economista abbiamo dedicato su questa
stessa rivista più
di un articolo), ha esplorato i territori di questa disuguaglianza nel
suo paese, ed ha
elaborato le cifre di questa perenne discriminazione "contando" quanto
le donne
abbiano pagato la loro appartenenza al sesso debole, spesso con la loro
stessa sparizione
fisica: discriminate in quanto membri senza diritti di società già
povere, sono circa
100 milioni le donne mancanti in India e in Africa, uccise
prematuramente (o addirittura
mai nate).
Secondo Sen, per il quale questa "mancanza" è uno dei problemi più
drammatici,
scandalosi e negletti del mondo moderno, il rapporto fra donne e uomini
nel mondo era in
media di 990 per 1.000, secondo dati del 1981: la proporzione più alta
1.064 per 1.000
riguardava l'Europa e scendeva vertiginosamente a favore degli uomini
fino a raggiungere
la proporzione di 953 per mille in Asia. In particolare in Bangladesh,
India e Pakistan la
proporzione era rispettivamente di 939, 931 e 929, il che significa 51
donne mancanti in
Bangladesh, 59 in India e 61 in Pakistan ogni 1.000 donne in relazione
alla media mondiale
e 125 per mille, 133 e 135 per mille comparati con la media dell'Europa
occidentale, la
più alta del mondo.
Tali "differenziali di mortalità", molto più elevati di quanto cause
biologiche naturali non spiegherebbero (al contrario le donne sarebbero
biologicamente
più longeve come i dati relativi ai paesi occidentali dimostrano),
riflettono - argomenta
Sen - una sostanziale diversità di trattamento, di opportunità
educative, di cure
mediche che le società in questione concedono alle loro donne. A tutto
favore dei
maschietti. Si tratta del non encomiabile risultato della sistematica
violazione dei
diritti sociali economici e culturali per quelle 100 milioni di donne
morte prematuramente
o addirittura mai nate in conseguenza degli aborti clandestini, delle
disparità di
trattamento a vari livelli e gradi di intensità, o degli infanticidi
che penalizzano,
come è noto neonate e bambine.
«Si è ormai accumulata - scrive Sen - una
certa evidenza indiretta di
trattamenti differenziati per uomini e donne particolarmente per le
bambine rispetto ai
bambini in molte parti del mondo, per. es. nelle famiglie rurali
dell'Asia e del Nord
Africa. I tassi osservati di morbilità e di mortalità riflettono una
deprivazione
femminile di incredibili proporzioni» (A. Sen, in La
disuguaglianza, pag 172).
La discriminazione nei confronti delle femmine comincia molto presto e
continua tutta la
vita: sull'argomento Sen ritorna a più riprese in vari saggi scritti in
momenti diversi.
Nel capitolo "Famiglia e cibo" (in A. Sen, Risorse, valori e
sviluppo,
pagg. 165 -184), Sen affronta in particolare il problema della
discriminazione
"alimentare", dimostrando attraverso una attenta analisi delle
statistiche
demografiche incrociate con i dati sul consumo alimentare e
sull'incidenza delle malattie
come, nelle varie fasi della sua vita a partire dall'infanzia, le
femmine consumino sempre
quantità di cibo inferiori ai maschi e in misura del tutto
insufficiente rispetto ai
bisogni in fasi particolari della vita quali la pubertà, la gravidanza
e l'allattamento.
L'iniziale disparità di trattamento è la precondizione della futura
denutrizione, e, via
via della maggiore morbilità e mortalità che determinano
quell'inversione della
proporzione tra i sessi di cui si parlava.
Le argomentazioni di Sen, che per la loro affidabilità statistica
costituiscono una
pietra miliare sull'argomento sono state riprese da più studiosi.
Barbara Miller (The
Endangered Sex), riprende il discorso della proporzione tra i sessi,
dimostrando come nel
Bihar, una regione dell'India i cui la discriminazione uomo donna è
particolarmente
feroce, il rapporto tra i sessi sia inaccettabilmente basso: su 100
neonati, infatti, 70
sono maschi e 23 bambine, il che pone questa regione indiana al primo
posto tra i paesi
assassini di bambine.
Ciò a dimostrazione del fatto che la connessione tra discriminazione
delle donne e
proporzione tra i sessi rappresenta un valido criterio di analisi della
condizione
femminile.
Elisabetta Porfiri
URLA NEL SILENZIO
Per una donna di New York o di Parigi le mura domestiche non sono un
luogo sicuro così
come non lo sono per una donna di Karachi o di Bombay. C'è un tratto
comune che unisce
storie e vissuti femminili diversi, che supera latitudini e tassi di
sviluppo, che se ne
frega del livello di scolarizzazione e del prodotto nazionale lordo ed
è il fatto che
bambine e donne sono più a rischio di violenze in casa che fuori.
Sono infatti i padri, i fratelli, i mariti, gli zii e i cugini a
picchiare, violentare,
affamare le femmine di casa e lo dimostrano le statistiche più che le
singole coraggiose
testimonianze di donne. Sono violenze sistematiche suscettibili di
condizionamenti
esterni, non ultimo il clima politico e sociale esistente, e aumentano
in coincidenza con
la gravidanza e il parto (in alcuni paesi in via di sviluppo questo
avviene nel 65% dei
casi, negli Stati Uniti nel 17%).
La violenza è espressione distorta del possesso; una donna è proprietà
dei maschi di
casa e la forza della tradizione, specie nelle società rigidamente
patriarcali, è tale
che ciò che si consuma in seno alla famiglia resta e deve restare cosa
di famiglia. Anche
se questo significa in molti casi andare contro la stessa legge dello
Stato.
Ma esiste anche un elemento forse più forte ancora delle regole
patriarcali ed è la
collusione tra uomini che cementa la relazione maschile contro le
donne: questo
spiegherebbe perché in molte realtà i poliziotti non si immischiano
nelle faccende
domestiche di ordinaria violenza.
Proprio per questa ragione ogni intervento volto a spezzare questo
circolo vizioso deve
partire dalla sfida alla tradizione e questa può essere davvero
efficace solo attraverso
il coinvolgimento degli uomini. L'Ufficio Regionale per l'Asia
meridionale dell'UNICEF ha
raccolto, a partire dal 1997, le esperienze di donne e uomini impegnati
nella lotta alla
violenza di genere in Bangladesh, India, Nepal, Pakistan e Sri Lanka,
paesi dove questo
fenomeno è realmente endemico. Ne è emerso un panorama variegato e
creativo di
interventi, molti dei quali circoscrivibili a realtà minute e di
villaggio, ma comunque
significativi in un contesto socioculturale rigidamente patriarcale.
«Si tratta - a dichiarato Ruth Finney Hayward,
già
vicedirettore regionale
dell'UNICEF in Asia meridionale - di creare alternative al
modello maschile violento
che ha potere di vita e di morte sulle femmine di casa e che da questo
diritto trae forza
e identità sociale».
Si tratta di un lavoro capillare che coinvolge uomini di estrazione
socioculturale
diverse. In India ad esempio un regista, Rahul Roy ha chiamato a
raccolta registi
nepalesi, indiani, pakistani per realizzare film da proiettare nelle
scuole dove le storie
sono incentrate su uomini che hanno assunto nuovi modelli di
comportamento.
L'uso dei mezzi audiovisivi non ultimo quello di cartoni animati (cfr.
box p.) rientra in
una strategia di comunicazione volta soprattutto alle nuove
generazioni. Meena, l'eroina
di una fortunata e seguita serie in difesa dei diritti delle bambine, è
protagonista di
storie che trattano in maniera leggera di argomenti delicati e spesso
assai noti agli
stessi piccoli telespettatori.
In India sono in fase di realizzazione dei programmi di sostegno
psicologico per bambine e
bambini che vivono in famiglie dove la violenza è all'ordine del
giorno. L'obiettivo è
quello di fornire alle piccole vittime la possibilità di esprimere il
proprio disagio, di
rompere la solitudine e l'isolamento cui la violenza li espone, di
poter chiedere aiuto.
Molto spesso infatti quello che emerge è l'impossibilità da parte di
una donna, specie
se giovanissima, di manifestare i propri bisogni.
Perché la picchi?
Bharat Joshi è invece un giovane avvocato nepalese che esercita in una
delle province
dove la prostituzione minorile è molto diffusa; non è raro che le
famiglie vendano le
loro bambine solo per comprarsi un televisore. Per Joshi non è la
povertà la causa di
questo turpe commercio ma l'insensibilità e la mancanza di affetto nei
confronti di
queste bambine. Joshi che è solito incontrarsi con gli abitanti dei
villaggi rivolge
spesso questa domanda: «Chi tratta meglio e loro femmine, gli
animali o gli uomini?».
Fa notare agli uomini come una cagna allatti senza distinzioni di sesso
i suoi cuccioli,
come un cane non uccida i suoi cuccioli femmina. In questo modo la
gente viene
inevitabilmente coinvolta in discussioni sui comportamenti e le
abitudini più diffuse.
Una volta vide un uomo che picchiava sua moglie. Gli intimò di
smetterla ma questi gli
rispose che poteva picchiarla quanto voleva perché sua. «Sei
il più forte?» gli
chiese allora Joshi «Sì». «E allora che
razza di uomo sei se picchi chi è
più debole?». L'uomo smise di battere la poveretta.
Questo intraprendente avvocato non è il solo uomo a promuovere una
sorta di ripensamento
sui comportamenti tradizionali dei maschi. Iniziative analoghe esistono
anche in paesi
come il Pakistan dove grazie all'azione di uomini di legge e non è
stata costituita
un'organizzazione, "War against Rape", che vuole offrire assistenza
psicologica
e legale alle donne vittime di stupri. Oggi in Pakistan una donna
violentata può ottenere
giustizia solo a patto che quattro maschi musulmani testimonino di aver
assistito all'atto
sessuale. Senza questo "certificato" la vittima può trovarsi nella
paradossale
condizione di venire accusata di atti osceni se nubile o di adulterio
se sposata.
"War against rape" si batte anche perché questa legge venga cambiata.
Un altro attacco alle fondamenta del regime patriarcale è quello mosso
su più fronti
all'istituto della dote, considerata una vera e propria violenza
perpetrata ai danni delle
donne e una delle ragioni di abusi fisici e in molti casi di mortalità
fra le donne.
Alcuni programmi hanno dato risultati significativi perché a rompere
con questa
tradizione sono stati uomini di potere socialmente riconosciuti che con
gesti clamorosi
hanno rifiutato la dote al momento delle nozze del proprio figlio
maschio.
Un reale cambiamento della situazione può avvenire se verrà coinvolto
ogni settore della
società: dal sistema giudiziario a quello sanitario (centrale a
riguardo il ruolo dei
medici nell'individuare abusi fisici e psicologici), dalla scuola al
mondo politico e
religioso. Determinante resta comunque il lavoro delle sempre più
numerose organizzazioni
non governative locali costituite per la maggioranza da donne
coraggiose che non temono di
sfidare la tradizione patriarcale e le regole comunitarie.
Susanna Bucci
PIU'
"CREDITO" ALLE DONNE
L'ultimo Rapporto sullo Sviluppo Umano dell'ONU ha stimato che nel 1997
il mondo ha speso
in consumi qualcosa come ventiquattromila miliardi di dollari, circa
sei volte la cifra
spesa nel 1950; ma di questo vertiginoso aumento hanno beneficiato solo
i paesi ricchi,
mentre la quota dei consumi per i paesi poveri non ha subito alcun
aumento, anzi in
qualche caso è diminuita. Uno sviluppo malato perché significa che la
forbice tra Nord e
Sud del mondo si sta ulteriormente allargando.
Una famiglia media africana consuma oggi circa il 20% in meno rispetto
a 25 anni fa,
mentre qualcosa come il 20% della popolazione mondiale è completamente
estraneo al
vertiginoso aumento dei consumi mondiali.
E poiché, laddove c'è povertà essa è soprattutto donna, il problema
della
discriminazione di genere e dell'esclusione delle donne dai settori
produttivi rimane
preoccupante.
Di 1.300.000 persone che nei PVS vivono al di sotto della soglia della
povertà, circa il
70% sono donne che vivono nelle zone rurali. Occupate soprattutto nel
settore informale,
guadagnano salari che nella maggior parte dei casi sono circa la metà
di quelli dei
maschi.
Il miraggio del lavoro
Nonostante i considerevoli progressi fatti dalle donne
nell'affermazione dei loro diritti
rimane il fatto che in molti PVS le opportunità di lavoro retribuite
per le donne
rimangono assai limitate e consistono soprattutto in lavori marginali
da svolgere in
situazioni disagiate e malpagate. Si tratta di un fenomeno noto:
laddove le opportunità
di lavoro sono scarse, le prime a farne le spese sono le donne. Data
comunque l'importanza
di un reddito familiare aggiuntivo, nelle situazioni di povertà le
donne sono quindi
costrette a rivolgersi al lavoro autonomo nel settore informale -
soprattutto venditrici
ambulanti e personale domestico - che nei paesi in via di sviluppo
impiega la gran parte
delle donne che lavorano.
Di qui l'enorme importanza di progetti di finanziamento di queste
attività che possono
avere un grosso potenziale di miglioramento delle condizioni di vita
delle donne:
guadagnare significa accrescere la stima di sé e affermare il proprio
ruolo in casa e
nella comunità e anche se il lavoro si svolge nel settore informale
esso è comunque un
potente strumento per la crescita dell'autostima, la presa di coscienza
dei propri diritti
e in ultima analisi per il miglioramento della condizione femminile.
Se le donne negli ultimi anni sono riuscite a uscire dal meccanismo del
lavoro per la mera
sussistenza per avviare iniziative economiche autonome, lo si deve in
gran parte alle
organizzazioni collettive di assistenza alle donne indigenti attraverso
la concessione di
microcrediti e prestiti come la Grameen Bank del Bangladesh e la Sewa
Bank indiana. La
prima, con il suo innovativo programma che dal 1976 ad oggi ha
accordato finanziamenti
(per un importo medio di appena 315 mila lire) a oltre 2,1 milioni di
donne per un totale
di 3.500 miliardi di dollari, ha in molti casi garantito la
sopravvivenza di molti nuclei
familiari: come risultato di questo programma le donne guadagnano
mediamente 143 dollari
all'anno, un reddito sufficiente a mantenere due persone al di sopra
della soglia di
povertà.
Oltre ad acquistare animali da cortile e sementi grazie ai crediti
Grameen molte donne del
Bangladesh sono riuscite a costituire società collettive per acquistare
mulini per la
lavorazione del riso, liberandosi in tal modo da un onere che
condizionava pesantemente la
loro vita. Fondata da una economista filantropo (cfr. Mondodomani, n.
6/7 giugno/luglio
1997) l'esperienza della Grameen Bank viene guardata con interesse da
molti osservatori
internazionali per gli interessanti risultati che è riuscita a
ottenere.
Una Banca tutta di donne
La gloriosa Sewa Bank, creata nel 1974 basata in India e nata
dall'iniziativa della Self
Employed Women Association come banca fondata dalle donne per le donne
si è rivelata uno
strumento fondamentale per un paese come l'India dove il 95% delle
donne che lavorano lo
fanno nel settore informale e dove le banche tradizionali non erano
affatto disponibili,
come tutti gli istituti bancari, a offrire prestiti a donne
nullatenenti perché
considerate clienti ad alto rischio. Nel maggio 1974 la Sewa, nata come
organizzazione
sindacale per proteggere i diritti delle donne lavoratrici ha fondato
la sua banca dove
4.000 donne, prevalentemente analfabete, hanno contribuito ciascuna con
10 rupie: molte
delle socie fondatrici, alla vigilia del giorno fissato per la firma,
sono rimaste alzate
tutta la notte per imparare a scrivere senza errori il proprio nome.
Era il primo passo
sulla strada dell'emancipazione. Nei primi tempi le donne hanno cercato
di trovare nuove
socie, mentre in seguito esse si sono concentrate sull'obiettivo di
proporsi come clienti
credibili alle banche nazionali.
Alla fine del 1993 la Sewa aveva 15.454 azioniste e 35.443
"correntiste". I
servizi offerti dalla Banca, il cui scopo primario è quello di
concedere finanziamenti
per sostenere le attività agricole e di piccolo commercio delle donne,
coincidono in
parte con quelli delle banche tradizionali, ma sono anche fortemente
innovativi e
flessibili, tagliati sui bisogni delle donne, come il servizio di
concessione del credito
in cambio di gioielli come deposito. Un altro servizio innovativo
consiste nel fornire
assistenza tecnica alle donne beneficiarie del prestito con servizi
come l'assistenza e i
consigli per l'acquisto delle merci e degli attrezzi necessari
all'attività finanziata.
Ma l'aspetto sicuramente più interessante dei servizi offerti dalla
banca consiste nel
creare collegamenti tra le donne e il mercato, che è forse il primo
passo per la
creazione di quel circolo virtuoso necessario per entrare nel mercato.
Elisabetta Porfiri
MEENA E SARA, LE BAMBINE
"TERRIBILI"
Meena e Sara sono due bambine speciali. Per prima cosa perché
appartengono al mondo dei
cartoon e poi perché hanno un compito molto importante: vogliono
dimostrare che hanno gli
stessi diritti dei loro coetanei maschi. Lo fanno raccontando le
difficoltà, i desideri e
i progetti di tante bambine come loro che vivono in paesi dove nascere
femmina viene
considerata una disgrazia. Le loro storie, farcite di ironia, astuzia e
creatività, sono
infatti ambientate rispettivamente in Asia meridionale e in Africa.
Realizzati con il sostegno dell'UNICEF, i due progetti mirano alla
sensibilizzazione e
all'informazione nell'ambito della campagna per i diritti delle
bambine. Le storie sono
avventurose e divertenti ma legate profondamente ai problemi reali
della vita delle
ragazzine asiatiche e africane, proprio per permettere ai piccoli
lettori e telespettatori
di comprenderne appieno il significato e il messaggio.
Meena è l'eroina di una serie di film di animazione prodotti
dall'UNICEF in Sud Asia
negli anni Novanta. La serie completa di tredici episodi (ma già
precedentemente erano
stati trasmessi alcuni episodi) è stata lanciata proprio di recente in
TV e nei cinema,
oltre che in inglese anche nelle diverse lingue e dialetti locali dei
paesi dell'area:
Bangladesh, India, Nepal, Pakistan, Sri Lanka.
In uno degli episodi Meena, tornando a casa con un bel mango succoso,
si rattrista perché
la mamma decide di dare la parte più grande al fratello più piccolo,
Raju, che secondo
lei ne ha più bisogno perché è maschio e i suoi compiti sono più
faticosi. Convinta
dell'ingiustizia Meena non si perde d'animo, anzi suggerisce uno
scambio delle parti tra
lei e il fratello, almeno per un giorno.
Che meraviglia il giorno dopo! Meena se ne va spasso allegramente con
il suo pappagallo a
pascolare la mucca, Raju invece, esausto dopo aver portato a termine le
giornaliere
faccende domestiche di Meena, dice «Non sono mai stato così
affamato!». Per di
più la sua cena è più scarsa del solito. Il gioco delle parti proposto
da Meena finisce
per far capire alla famiglia che il cibo va equamente suddiviso tra
maschi e femmine.
Insomma, Meena non si scoraggia mai ed è piena di idee; ormai
conosciuta e amata in tutta
l'Asia meridionale, è diventata il simbolo della difesa dei diritti
delle ragazzine.
Quest'anno Meena è stata scelta come simbolo della Giornata
Internazionale delle Radio e
Telecomunicazioni per l'Infanzia, l'ormai tradizionale appuntamento di
dicembre dedicato
ai diritti dei bambini in tutto il mondo.
Sara è un'adolescente africana, protagonista di una serie di fumetti
dedicati ai diritti
delle bambine nell'ambito di un'iniziativa di comunicazione
multimediale lanciata
dall'UNICEF nell'Africa orientale e meridionale nel settembre 1996,
frutto di venti mesi
di lavoro di oltre 150 scrittori, artisti e ricercatori e di 5.000
persone consultate nei
villaggi e nelle città di 10 paesi subshariani.
Anche dalla parti di Sara la vita delle bambine è più difficile:
accompagnata dal
fratello Juma, dall'amica Amina e dalla scimmietta Zingo la giovane
eroina cerca di
trovare le soluzioni ai problemi della vita quotidiana che, come lei,
appartengono a molte
ragazzine africane. In una delle storie, Sara deve conciliare il lavoro
in casa con il
grande desiderio di studiare, finché un giorno la madre le comunica che
non potrà andare
alla scuola superiore perché non ci sono abbastanza soldi e quindi solo
il fratello
potrà continuare a studiare. Sara è disperata ma grazie a inventiva e
forza d'animo
troverà la soluzione per riprendere gli studi.
Quest'anno l'ICDB (International Children's Day of Broadcasting) sarà
celebrata il 13
dicembre: protagoniste indiscusse saranno Meena e Sara con le loro
storie.
L'UNICEF
DALLA PARTE DELLE DONNE
Subito dopo la Conferenza di Pechino, che si è tenuta nel 1995, il
Consiglio
d'Amministrazione dell'UNICEF ha approvato un documento nel quale
venivano individuate
alcune aree d'azione prioritarie: l'istruzione delle bambine e delle
ragazze, la salute
delle adolescenti e delle donne, i diritti dei bambini e delle donne.
Contemporaneamente
veniva sottolineata l'importanza di promuovere la piena partecipazione
delle donne ai
programmi assistenziali di emergenza. In sostanza ci si impegnava a
promuovere un
ripensamento globale dei programmi realizzati nei diversi paesi, grazie
alla diffusione
della cosiddetta ottica di genere nei diversi settori di intervento.
I tagli di fondi destinati alle spese sociali - dovuti alla crisi
economica degli anni 80
e alle conseguenti politiche di aggiustamento strutturale - hanno
penalizzato soprattutto
le donne: per questo è sempre più importante sostenere le iniziative
che hanno
dimostrato sul campo la loro efficacia anche in situazioni di scarsità
di fondi, come
quelle caratterizzate da un ruolo attivo delle donne, che favoriscono
la loro
auto-organizzazione, lo scambio di esperienze, il coinvolgimento
dell'intera comunità per
garantire le possibilità di scelta alle bambine e alle ragazze.
Per questo l'UNICEF cerca di agire a livello più generale, puntando
alla
sensibilizzazione, prerequisito alla realizzazione di progetti sul
campo. La descrizione
di alcuni interventi può aiutarci a comprendere come si sta attualmente
lavorando, sulla
base di quali esperienze passate e con quali prospettive per il futuro.
Non soltanto microcredito
Un modo concreto di lavorare con e per le donne è quello di concedere
loro piccoli
prestiti. Questo tipo di intervento fornisce un potere concreto alle
donne: possono così
più facilmente entrare nei processi decisionali, autorganizzarsi e
contare di più
perché partecipano alla crescita del reddito familiare. E, come sempre,
un miglioramento
nello status familiare e sociale delle donne ha degli effetti immediati
e diretti sulla
sopravvivenza, la salute, la nutrizione e lo sviluppo dei figli, delle
femmine in
particolare.
L'esperienza ha però dimostrato quanto sia importante gestire il
microcredito all'intero
di un intervento più ampio che preveda soprattutto un migliore accesso
ai servizi sociali
di base. Dove è stata realizzata un'azione integrata, essa ha
consentito di ottenere una
maggiore riduzione della povertà: la salute e la nutrizione dei
bambini, in particolare
delle bambine, e delle donne coinvolte nel progetto sono migliorate,
così come è
aumentato il tasso di iscrizione a scuola.
L'UNICEF è stato, fin dai primi anni Ottanta, tra i sostenitori
dell'esperienza della
Grameen Bank (vedi anche articolo p. ) in Bangladesh; il successo di
questo progetto ha
fatto scuola in molte regioni del mondo. Successivamente progetti
centrati sul
microcredito sono stati inseriti come componente essenziale delle
attività in altri
paesi, come il Benin, il Brasile, la Colombia, l'Egitto, il Guatemala,
l'India, il Kenya,
il Nepal ed il Vietnam. Questo tipo di intervento viene sempre
integrato con attività a
favore dell'empowerment delle donne, e adattato alle
condizioni locali.
In Nepal, ad esempio, a partire dal 1982 l'UNICEF ha unito la fornitura
di servizi sociali
ai microcrediti, nell'ambito del Programma per lo sviluppo dei piccoli
agricoltori.
Attualmente il programma coinvolge 123 mila famiglie, in 422 villaggi.
Come prima cosa
viene concesso alle donne un credito che verrà investito in attività
delle quali
beneficerà l'intera comunità. Naturalmente anche questo progetto
prevede una fase di
formazione. Grazie a questo approccio la qualità dei servizi sociali
erogati è molto
migliorata e questo ha fatto sì che altri donatori e agenzie
multilaterali abbiano deciso
di partecipare al finanziamento del programma.
In Vietnam, l'UNICEF fornisce prestiti per programmi amministrati dalle
organizzazioni non
governative nazionali. I risultati, molto positivi, hanno avuto un
riscontro significativo
nel campo dell'istruzione delle bambine: il 97% delle figlie delle
donne che hanno
ricevuto un credito frequenta la scuola, rispetto al 73% delle figlie
di donne che invece
non sono state coinvolte nel progetto. Miglioramenti sono stati
registrati anche a livello
alimentare: solo il 12% delle famiglie di queste donne non aveva cibo
sufficiente, a
fronte del 73% delle famiglie di coloro che non erano state coinvolte
nel programma.
Questo tipo di intervento nel corso degli anni tende a diversificarsi e
a coinvolgere
nuovi soggetti. In Egitto, l'UNICEF, nel 1993, ha iniziato a sostenere
il Progetto di un
Fondo per lo Sviluppo Familiare in collaborazione con il governo. Il
programma, che si è
rapidamente diffuso, attualmente coinvolge 3.600 creditrici, e viene
portato avanti dalle
organizzazioni non governative locali in quattro regioni rurali povere.
I prestiti vengono
utilizzati per finanziare piccole attività.
Contemporaneamente si agisce su un altro fronte utilizzando il
microcredito soprattutto
come strumento per combattere il lavoro minorile nelle zone urbane
periferiche. I tassi di
restituzione sono pari al 95%, il che ha consentito a questo tipo di
attività di
diventare vantaggioso anche per le banche commerciali che, attraverso
il supporto tecnico
dell'UNICEF, stanno facendo sì che questo particolare tipo di
finanziamento diventi una
concreta possibilità di sviluppo per migliaia di famiglie egiziane.
Laura Baldassarre
GUARDANDO
IL MONDO CON GLI OCCHI DI UNA DONNA
Anna Maria Donnarumma, che si occupa da molti anni di tematiche legate
allo sviluppo e ai
diritti umani, ha recentemente pubblicato per la EMI il libro Guardando
il mondo con occhi
di donna, dove propone una riflessione, attraverso una «ricostruzione
storica giuridica»
di come e attraverso quali tappe i diritti delle donne sono divenuti
parte integrante dei
diritti umani.
"Dalla dichiarazione dei diritti umani del 1948 alla IV
Conferenza Mondiale delle
donne del 1995", vengono riprese le tappe più significative
sul piano giuridico,
storico e soprattutto politico che hanno permesso ai diritti delle
donne di assumere
un'importanza sempre più significativa.
«Una serie di interrogativi pervade l'intera
riflessione: in
che modo la presenza
delle donne, il ruolo e i compiti da loro assunti e svolti hanno potuto
incidere
sull'organizzazione e sui cambiamenti strutturali della società
contemporanea; in che
modo sono avvenuti i passaggi fondamentali dalla vita
domestico-familiare a quella civile
e politica».
La Conferenza di Pechino assume un significato particolare in questo
contesto: viene
utilizzata come chiave di lettura per interpretare la "storia dei
diritti umani delle
donne", per questo è particolarmente curata la parte dedicata ai
contributi
provenienti dalle varie istituzioni e regioni del mondo che vi hanno
partecipato.
E le due parole-chiave uscite da Pechino, empowerment
e mainstreaming,
forniscono la possibilità di approfondire le linee di sviluppo per
utilizzare al meglio
la ricchezza del pensiero femminile nei progetti per il futuro.
Interessante notare come venga sottolineata dall'autrice l'importanza
del Forum delle
Organizzazioni Non Governative che si è svolto a latere della
conferenza ufficiale, che
ha permesso di fotografare il variegato mondo dell'associazionismo
femminile e di
arricchire enormemente il dibattito in corso sul modello di sviluppo
attualmente
dominante. Dibattito al quale le donne del sud del mondo forniscono un
contributo
fondamentale. Per questo è interamente dedicata a quest'incontro la
parte antologica
nella quale è possibile consultare documenti difficilmente reperibili
altrove.
Laura Baldassarre
Anna Maria Donnarumma, Guardando il
mondo
con gli occhi di donna, Bologna,
EMI, 1998, pp. 351, L. 30.000
SALUTI
DAL NEPAL
"Qui l'aria è fresca e rarefatta, la gente cordiale e laboriosa, i
bambini sorridono
e le donne si danno da fare in tutti i modi per cambiare la loro vita.
Saluti dal
Nepal". Seduta sui gradini della scalinata di un'altissima pagoda
buddhista di Patan,
la città sacra nepalese, una giovane turista straniera scrive il suo
messaggio da spedire
in patria su alcuni preziosi cartoncini di carta spessa, lavorata a
mano.
Ma i cartoncini augurali dell'UNICEF prodotti dalla fabbrica di
Bhaktapur non si
acquistano solo in Nepal, si possono trovare nei negozi UNICEFovunque
nel mondo e sono diventati ormai un tradizionale acquisto fra tutti
coloro che comprano i
biglietti i auguri in Italia, Svizzera, in Norvegia o in Olanda.
Il progetto di produzione della carta e dei cartoncini augurali della
fabbrica di
Bhaktapur in Nepal si è rivelato uno dei progetti integrati più
soddisfacenti dal punto
di vista delle aresa e del beneficio che un'intera comunità ne ricava.
Nato su iniziativa
dell'UNICEF nel 1981, in seguito il progetto si è sviluppato fino ad
interessare nel 1993
ben cinque distretti della regione centrale del paese, producendo
lavoro part-time per
1.079 famiglie contadine impegnate nella produzione, nella raccolta e
nel trasporto della
Daphne cannabina o papyracea, in nepalese "lokta", la pianta dalle cui
radici
viene ricavata la carta, e per 170 operai - per la maggior parte donne
- impiegati a tempo
pieno nella fabbrica per la lavorazione della carta e la produzione,
interamente eseguita
a mano, dei cartoncini augurali, delle buste, dei block notes, degli
album e d tutti i
prodotti cartacei che il ricco catalogo Bhaktapur offre.
La lavorazione della carta fatta a mano ha una lunga storia nei paesi
asiatici. Introdotta
in Nepal dai cinesi nell'XI secolo, per novecento anni è stata
utilizzata per i documenti
legali, i manoscritti religiosi, gli editti reali, proprio per le sue
caratteristiche di
grande eleganza e durata. Oggi questa tradizione rivive nei cartoncini
augurali
dell'UNICEF per i quali viene utilizzata esclusivamente la lokta, una
pianta che cresce
solo in alta collina o in montagna, la cui produzione e raccolta sono
severamente
protette. I fattori di protezione ambientale sono tenuti in
considerazione fin nei più
piccoli dettagli: una volta raccolti i gambi delle piante a un'altezza
tale da consentirne
una rapida ricrescita, questi vengono trasportati alla fabbrica e fatti
bollire per molte
ore in appositi forni che riducono il consumo di legna per il fuoco,
aggiungendo soda
caustica. Successivamente le fibre, ormai ammorbidite, vengono passate
su speciali telai e
poi colorate con tinture vegetali e stese al sole ad asciugare. Ogni
fase della
lavorazione viene eseguita interamente a mano, compresa la stampa, la
pressatura e perfino
la piegatura delle buste.
A questo punto i cartoncini augurali sono pronti per essere inviati
all'estero ed entrano
nel mercato di distribuzione dei prodotti UNICEF nei 37 paesi in cui
operano i Comitati
Nazionali per l'UNICEF. Ma i vantaggi che essi producono non si
esauriscono alla fase
della raccolta delle piante e della produzione della carta e dei
manufatti. Tolte le spese
per pagare le famiglie contadine che hanno lavorato nella raccolta e
nel trasporto della
preziosa lokta, i salari degli operai e delle operaie della fabbrica,
il guadagno ricavato
dalla vendita dei cartoncini viene reinvestito dall'UNICEF nei progetti
di cui beneficiano
proprio le comunità della regione centrale del Nepal che lavorano nella
produzione della
carta.
I progetti promuovono essenzialmente il benessere delle donne e dei
bambini di quelle
comunità: centri di cura e di assistenza della prima infanzia,
conduzione di scuole di
villaggio nei centri rurali più isolati, approvvigionamento di acqua
potabile, il
paradosso del Nepal; infatti in questo paese ricco di acqua, dove i
fiumi scendono a
decine dall'Himalaya, è proprio l'acqua inquinata la principale causa
di malattie nella
prima infanzia: tra i 30.000 r i 40.000 bambini sotto i cinque anni
muoiono ogni anno per
infezioni gastrointestinali prodotte dall'acqua non potabile; una delle
priorità
dell'intervento dell'UNICEF in Nepal riguarda proprio l'installazione
di pozzi e pompe a
mano e la costruzione di latrine nei villaggi.
Il lungo viaggio di un cartoncino di auguri nepalese produce quindi
molteplici vantaggi,
incontra problemi e fornisce soluzioni, non ultimo costituisce una
valida alternativa al
lavoro minorile, offrendo ai genitori una possibilità di lavoro
regolarmente retribuito.
E se qualche volta, mentre lo acquistiamo, esitiamo perché costa
qualche lira in più
rispetto a quelli che si trovano in cartoleria, proviamo a pensare a
quello che significa
per tante donne e bambini, e allora i nostri saluti e i nostri auguri
diventeranno più
sinceri, avranno un valore diverso.
Chiara Micali Baratelli
BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
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donne e le
ragazze: uno status quo intollerabile, in "Il Progresso delle
Nazioni", UNICEF 1997
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Katmandou, 1998
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Development Report, 1995
- United Nations Development Programme (UNDP), Human
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- Women and gender in countries in transition:
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- Women's Caucus for Gender Justice in ICC, Gender
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- Women's World Banking and International Coalition on
Women
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Cooperative Bank, 1995
Copyright © 1998 - UNICEF
Italia

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