Fatto
di cronaca: una lettura "altra"
Questo
uno dei tanti titoli di un giornale on line
Due
nomadi tentano di rapire bimbo
Lecco, arrestate e subito scarcerate
Hanno
avvicinato una donna e con la scusa di chiederle l'elemosina e di leggerle
una mano, hanno tentato di rubarle il figlio. E' avvenuto a Lecco. Due
nomadi di origini rumene sono state arrestate e processate per direttissima.
Davanti al giudice hanno negato tutto, sostenendo di aver chiesto solo
qualche soldo alla donna. Sono state condannate a 8 mesi di reclusione
e subito dopo rimesse in libertà, tra mille polemiche.
http://www.tgcom.it/cronaca/articoli/articolo241913.shtml
Questa
la riflessione che ci aiuta a cogliere le dicerie e i pregiudizi che
spesso diventano metro di valutazione privilegiato.
La
sentenza del magistrato di Lecco che ha condannato due “nomadi”
rumene accusate di tentato rapimento di un lattante, a otto mesi e
dieci giorni di carcere, le ha ridotto la pena a tre per patteggiamento
e le ha rimesse, immediatamente, in libertà, è stata giudicata
scandalosamente “moderata” e arbitraria, frutto di un’indebita
interpretazione della legge, che avrebbe offerto la possibilità
di
trasformare la più grave imputazione iniziale, in sottrazione
di
minore. Senza quasi eccezioni e distinguo, questa sentenza è
stata
aggiunta da ministri, presidente della Camera, alte cariche dello stato
e mass media, all’elenco dei motivi che dovrebbero giustificare
la
riforma della magistratura e la sua sottomissione al governo
nell’amministrazione della giustizia. Il giudice di Lecco avrebbe
confermato, col suo lassismo, la lontananza della giustizia italiana
dal “comune sentire del popolo” e la sua disattenzione rispetto
all’emotività dell’opinione pubblica. A parte che
è sulla base del
“comune sentire del popolo” e dell‘”emotività
dell’opinione pubblica”
che si sono perseguitate per secoli minoranze come gli ebrei e gli
stessi zingari che, con loro, hanno condiviso lo sterminio nazista,
è
evidente l’intenzione di utilizzare fatti come questo, per favorire
la
crescita di un clima sociale di insicurezza urbana a vantaggio di
progetti politici d’ordine (come l’elezione popolare dei
giudici), di
fronte ai quali ben pochi sembrano preoccupati e disposti a
mobilitarsi.
Nessuno infatti, da nessuna parte, politica e sociale, ha sentito la
necessità di esaminare criticamente i fatti per verificare se
si siano
svolti come sono stati riferiti dai mezzi di comunicazione di massa,
ma
è proprio su questi invece che vanno avanzate riserve, per più
motivi.
E’, ad esempio, difficile credere che una nomade, la cui lingua
materna è il romané s, la cui seconda lingua corrente
è il rumeno,
accingendosi al crimine orribile del rapimento di un bambino, si
rivolga alle sue complici in uno stentato e approssimativo italiano
-
“Prendi bimbo” -, in modo da far capire alla madre che cosa
intendono
fare.
E’ molto verosimile invece che la madre abbia decodificato le
parole
della romnì, avvertite, nell’agitazione e nella paura del
momento,
sulla base della credenza che gli zingari rapiscano i bambini, perchè
la nostra comprensione avviene sempre sulla base di quello che
“sappiamo”, pregiudizi compresi.
E’ anche contrario a ogni norma di buon senso, che in pieno giorno,
nel
centro di una città molto frequentata e con una viabilità
congestionata, delle “zingare” abbiano tentato il rapimento
o anche
solo la sottrazione di un minore, nel quartiere dove abitualmente si
dedicano all’accattonaggio e dove sono perciò ben conosciute.
A meno di
non condividere l’opinione del “comune sentire del popolo”,
che gli
“zingari” sono esseri primitivi e senza ragione, si tratta
di un
delitto impossibile.
Sfasature logiche insostenibili, di qui l’ipotesi avanzata da
qualche
parte che, la romnì, conoscendo la diffusa credenza dei sedentari
sui
rom rapitori di bambini, l’abbia utilizzata, per spaventare la
madre e
rubarle la borsa. Ma del tentato furto non si parla né nelle
cronache
né nelle dichiarazioni rilasciate dal giudice in pubblico, né,
soprattutto, nella sentenza (perchè il tentato furto e il borseggio
sono legalmente reati) e resta tutto da dimostrare. Questa
interpretazione dei fatti, meno incoerente e offensiva della logica,
avrebbe però imposto, per le due rumene, un’imputazione
per minacce, un
reato molto meno grave, che non avrebbe permesso neanche la condanna
a
otto mesi e non avrebbe consentito di dare nessuna soddisfazione
all’“emotività dell’opinione pubblica”
E’ un dato che il giudice abbia accettato, come veridica la versione
dei fatti della sola madre, anche se ha deciso di derubricare l’accusa.
Tra due donne zingare imputabili e una non zingara, prevale quello che
dice quest’ultima. Gli zingari, tra i loro stigmi, portano anche
quello
di essere considerati bugiardi, per natura .
Nei fatti, perciò, il giudice, contrariamente a quello che sostengono
la Lega, il ministro Caldiroli e i benpensanti di Lecco e di tutta
Italia, ha giudicato proprio sulla base del presunto “comune sentire
del popolo”, leggendo e ricostruendo i fatti sulla base del pregiudizio
che gli zingari rubino i bambini e non siano affidabili nelle
testimonianze, anche se poi ha stabilito che, nel caso specifico, le
romnià non avevano intenzione di fare un rapimento, ma solo di
sottrarre il lattante.
Forse, preso da qualche dubbio, per l’inconsistenza delle accuse
della
madre e l’assurdità della ricostruzione dei fatti, il giudice
ha
cercato di barcamenarsi, tra la necessità di non penalizzare
eccessivamente le accusate e quella di non deludere neanche le
aspettative giustizialiste e repressive del “comune sentire del
popolo” e dell‘”emotività dell’opinione
pubblica”: ha derubricato,
applicato tutti i benefici e le attenuanti di legge possibili e rimesso
in libertà le condannate. Ma resta una sentenza inaccettabile
e
ingiusta, perchè influenzata dalla situazione ambientale di un’opinione
pubblica forcaiola, che richiedeva comunque dei colpevoli e perchè
l’assunto non detto, su cui si basa, che rom e sinti abbiano,
nella
loro cultura e abitudini, il rapimento di bambini, è falso e
indimostrabile per quanto la credenza popolare, il “comune sentire
del
popolo” e anche dei ministri e dei giudici, lo diano per oggettivo
e le
leggende metropolitane, in merito, fioriscano e rifioriscano
ciclicamente, perpetuandolo. Non ci sono e non si ricordano, in Italia,
casi di “zingari” giudicati e condannati per rapimento di
bambini. E’
vero che, quando scompare un bambino, sistematicamente viene fuori la
voce che siano stati gli “zingari” e si vanno a perquisire
i campi
sosta, ripetutamente, anche a distanza di anni, ogni qual volta a
qualche brava persona sembra di aver riconosciuto uno scomparso mentre
chiede, infelice, l’elemosina sotto il controllo di qualche feroce
guardiana “zingara”. Come nel caso di Angela Celentano,
per la quale si
interruppero perfino le trasmissioni televisive di prima serata, per
annunciare che era stata ritrovata in un campo nomadi. Era una bufala,
ma nessuno se ne scandalizzò o chiese scusa agli “zingari”
e servì a
rafforzare i pregiudizi nei loro confronti: dopo tutto se i bambini
scomparsi vengono cercati nei campi nomadi, secondo il “comune
sentire
del popolo”, qualche ragione dovrà pur esserci. Eppure
anche quando le
indagini abbiano portato a scoprire i responsabili di qualche
sparizione di bambini, mai, tra questi, c’erano rom o sinti. In
compenso (si fa per dire) è una pratica costante, di assistenti
sociali
e giudici, quella di sottrarre bambini agli zingari, chiudendoli in
istituti o dandoli in adozione, con le più svariate motivazioni,
ma
riconducibili sostanzialmente al fatto che rom e sinti non adottano
i
modelli di vita, di famiglia, di educazione, di lavoro, di abitazione,
di igiene, ecc. che sono nelle teste degli assistenti sociali, dei
magistrati e dei cittadini benpensanti.
Di bambini, gli “zingari” ne hanno anche troppi, per doversi
far carico
anche di quelli altrui, affrontando, per di più, rischi di
incriminazioni gravissime. Cosa avrebbero dovuto farsene di un bambino
di 7 mesi, queste romnià? Non era certamente loro necessario
per
suscitare pietà nell’accattonaggio (ammesso, e assolutamente
non
concesso, che i lattanti rom e sinti vengano utilizzati a questo
scopo), avendo a disposizione, tutte le donne “zingare”,
ben più di un
bambino non ancora svezzato, figlio, nipote o parente stretto. Non
avrebbe potuto essere utilizzato per elemosinare in prima persona, se
non dopo quattro o cinque almeno; nel frattempo avrebbe pesato, per
le
cure e il mantenimento, che sono pesanti anche per gli “zingari”,
su
chi l’avesse rapito. A Lecco, avallata poi indirettamente dalla
sentenza, è stata introdotta perciò una variante alle
pericolose
leggende metropolitane correnti in merito, un’ulteriore assurdità,
perchè nell’immaginario collettivo proprio del “comune
sentire del
popolo”, fino ad ora, gli zingari rapivano solo bambini di 4 o
5 anni e
non i lattanti.
Ma, si dirà, le nomadi hanno patteggiato la pena e il patteggiamento
è
un’ammissione di colpa. Proviamo a metterci nei panni di queste
due
donne: “zingare”, straniere, con scarsissime conoscenze
della lingua
italiana, abituate ad essere disprezzate e maltrattate impunemente da
forze dell’ordine, giudici e cittadini qualsiasi, esposte spesso
a
gravi arbitri e violenze istituzionali e private, considerate
pericolose, inaffidabili e non credibili, forse senza permesso di
soggiorno, spaventate per l’accusa di un delitto gravissimo, senza
reali possibilità di farsi comprendere e di difendersi, con la
prospettiva di finire chiuse, a tempo indeterminato, in un carcere,
in
attesa di giudizio. Cos’altro dovevano fare? Hanno preferito seguire
quello che probabilmente hanno loro suggerito il pubblico ministero
e
l’avvocato difensore, la soluzione immediata, la scelta del male
minore, il patteggiamento e la condanna a pochi mesi, in cambio della
libertà subito, piuttosto che attendere, chissà quando,
il
riconoscimento della propria innocenza, restando segregate a tempo
indefinito.
E’ una logica difficile da comprendere anche da parte di chi ha
simpatia per rom e sinti, ma può permettersi la difesa della
propria
immagine e dignità e ha il tempo per pretendere di uscire, a
testa alta
e senza vergogna, da un’incriminazione ingiusta e infame.
La fiducia nella giustizia può apparire giustificabile per chi
ha
strumenti di difesa, ma non per chi è sempre perseguitato e mal
interpretato, è oggetto stabile di odio e disprezzo e sa di essere
impotente. Per chi vive ai margini. e deve sopravvivere nell’immediato,
uscire di carcere, anche rinunciando alla verità, alla rivendicazione
della giustizia e a molte garanzie sul proprio futuro, è il massimo
dei
successi possibili. Domani si vedrà. Quando le dimensioni della
propria
vita sono molto precarie, sembra spesso più utile e necessario
investire nell’immediato, piuttosto che su un futuro lontano e
incerto,
anche se, per le scelte di oggi, questo potrebbe venire (e spesso
viene) pregiudicato gravemente. “Accetto oggi una condanna ingiusta,
ma
esco di carcere”; accumulando però, piccole condanne, ingiuste
o giuste
che siano, qualcuno si trova a dover scontare, alla fine, anche molti
anni di carcere. E’ possibile pensare che questa sia una dimensione
culturale e antropologica di molti rom e sinti, di cui andrebbe preso
atto, anche da parte dei giudici e dell’opinione pubblica?
Bisognerà certo leggere gli atti di questo processo e di questa
sentenza, ma oggi, sulla base dei resoconti dei mass media, delle
dichiarazioni in tv e alla stampa dello stesso giudice di Lecco e della
documentazione disponibile, bisogna pensare che questa condanna non
sia
stata mite, ma, al contrario, molto severa, se non del tutto ingiusta
e
che il magistrato si sia fatto condizionare proprio da quel clima
giustizialista e da caccia alle streghe suscitato a Lecco da chi invoca
il “comune sentire del popolo”, come metro spietato di giudizio
nell’amministrazione della giustizia. Pagano ancora due vittime
deboli
dei pregiudizi, dell’ignoranza e di un gioco politico sporco,
cinico e
immorale, che non le riguarda assolutamente, ma di cui sono divenute,
oggi, utili pedine.
Marcello
Palagi, insegnante delle superiori in pensione, abita a Massa Carrara.