...verso la poesia ed il mistero che vi è nella crescita di ogni uomo

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A cura di Antonio Ariberti - Elvira Di Mascia

 

 

 

 

 

 

 


Padre che muori tutti i giorni un poco
e ti scema la mente e piú non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t'accorgi e non rimpiangi —

se penso la fortezza con la quale
hai vissuto; il disprezzo c'hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino;
sotto la rude scorza
il tuo candido cuore di fanciullo;
il bene c'hai voluto a tua madre,
a tua sorella ingrata, a nostra madre
morta;
tutta la vita tua sacrificata
e poi ti guardo come ora sei,
io mi torco in silenzio le mani.

Contro l'indifferenza della vita
vedo inutile anch'essa la virtù
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.

Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d'una qualche premura ti fo segno,
di quanto fui codardo verso te.
Benché il rimorso mi si alleggerisca,
che piú giusto sarebbe mi pesasse
sul cuore, inconfessato...

Io giovinetto imberbe ti guardai
con ira, padre, per la tua vecchiezza...
Stizza contro te vecchio mi prendeva...

Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s'oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo -
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere
ma con quelle piú amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.

Una cosa soltanto mi conforta
di poterti guardare a ciglio asciutto:
il ricordo che piccolo, al pensiero
che come gli altri uomini dovevi
morire pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lagrimavo.

Di quello che i miei occhi ora non piangono quell'infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d'aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.

Camillo Sbarbaro
Da Pianissimo

 

 

 


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