L'essenza dell'ottimismo non è soltanto guardare
al di là della situazione presente, ma è una forza vitale,
la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere
alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare
gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari,
il futuro lo rivendica a sé".
Dietrich Bonhoeffer
Un re, un giorno, rese visita al grande
mistico sufi Farid. Si inchinò davanti a lui e gli offrì
in dono un paio di forbici di paia bellezza, tempestate di diamanti.
Farid prese le forbici tra le mani, le ammirò e le restituì
al suo visitatore dicendo: "Grazie sire, per questo dono prezioso,
ma io non ne faccio uso. Mi dia piuttosto un ago!". "Non capisco"
disse il re. "Se voi avete bisogno di un ago, vi saranno utili
anche le forbici". "No", spiegò Farid. "Le
forbici tagliano e separano. Io non voglio servirmene. Un ago, al contrario,
cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è
fondato sull'amore, l'unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare
l'unità e non le forbici per tagliare e dividere".
da Jean Vernette, "Parabole d'Oriente
e d'Occidente"
Le persone eccezionali manifestano la propria
vocazione nel modo più lampante e forse da questo dipende il
fascino che esse esercitano. Forse, anzi, sono eccezionali perché
la loro vocazione traspare con tanta chiarezza e perché esse
vi aderiscono con tanta fedeltà.
James Hillman
La bellezza arresta il moto, dice Tommaso d'Aquino nella
Summa Theologiae.
La bellezza è in se stessa una cura per il malessere della psiche
(James Hillman)
la cura della nostra anima, ha scritto Thomas More, può in se
stessa aiutare a far fiorire l'anima dei nostri figli.
FEBBRAIO
Noi siamo fenomeni offerti alla vista. "Essere"
è in primo luogo essere visibili. Il lasciarci passivamente vedere
apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo
amanti e mentori e amici, affinché possiamo essere visti, ed
essere benedetti.
James Hillman
Profeti del tempo.
Come le nuvole ci rivelano in che direzione soffiano i venti in alto
sopra di noi, così gli spiriti più leggeri e più
liberi preannunciano con le loro tendenze il tempo che farà.
Friederich Nietzsche
Le utopie non sono spesso altro che verità
premature
Alphonse de Lamartine
MARZO
Forse oggi l’obiettivo principale
non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello
che siamo.
Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare
Michel Foucault
Detesta i tiranni, ribellati allo stupido
e al folle,
sii paziente e indulgente verso la gente.
Walt Whitman
19 marzo 2004
Da oggi collaborerà alla realizzazione di questa
rubrica Elvira
Di Mascia alla quale va fin d'ora il più gradito e
sincero grazie.
LA CHITARRA
Incomincia il pianto
della chitarra.
Si rompono le coppe
dell'alba.
Incomincia il pianto
della chitarra.
È inutile
farla tacere.
È impossibile
farla tacere.
Piange monotona
come piange l'acqua,
come piange il vento
sulla neve.
È impossibile
farla tacere.
Piange per cose
lontane.
Arena del caldo meridione
che chiede camelie bianche.
Piange freccia senza bersaglio
la sera senza domani
e il primo uccello morto
sul ramo.
Oh, chitarra,
cuore trafitto
da cinque spade!
Garcia Lorca
26 Marzo 2004
Questa settimana proponiamo una poesia dedicata alla
primavera scritta da Durim, un bambino Kossovaro, per non dimenticare,
oltre la stagione appena iniziata, quello
che accade in quel martoriato paese.
Primavera in Kossovo
In primavera, nella mia terra,
gli alberi si riempiono di fiori bianchi
che ingioiellano i rami come neve.
Amo salire sui rami
e raccogliere quei fiori profumati;
amo immergermi nell'acqua
e fare un bagno tra i petali raccolti.
Oggi, se chiudo gli occhi,
ricordo quei momenti
in cui mi rilassavo tra i fiori
e mi sembra di stare in paradiso:
nella mia terra in Kossovo.
Questa settimana la rubrica @ndando oltre pubblica un
testo di Francesco
Guccini, noto cantautore italiano, per ricordare tutti i luoghi
della storia in cui il fragore dei carri armati e delle armi ha profanato
il prodigio della “primavera” incipiente.
PRIMAVERA DI PRAGA
Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita
come ogni giorno la notte arrivava
frasi consuete sui muri di Praga
Ma poi la piazza fermò la sua vita
ed ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce
Son come falchi quei carri appostati
e corron parole sui visi arrossati
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga
Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo
Quando ciascuno ebbe tinta la mano
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga
Dimmi, chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra denti
Dimmi, chi sono quegli uomini stanchi
di chinare la testa e di tirare avanti
Dimmi chi era che il corpo portava
la città intera che lo accompagnava
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga
Dimmi chi era che il corpo portava
la città intera che lo accompagnava
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga
una speranza nel cielo di Praga
una speranza nel cielo di Praga
Francesco Guccini, Due anni dopo,
1970
9 aprile 2004
... ricordando tutti i "crocifissi"
della terra
Nella settimana che prelude la Pasqua, la rubrica
@ndando oltre propone un'appassionata, cionondimeno lucida, poesia di
Ernesto Che Guevara, eroe storico del movimento d'indipendenza latino-americano.
Il "Che" sovverte i termini classici della relazione Dio-Uomo:
non soltanto Dio può assimilarsi all'Uomo, "Uomo dei
dolori che ben conosce il patire" (Is
53) - , ma è l'Uomo stesso, conscio di una medesima (umana
e divina) possibilità esperienziale, che può riconoscersi
in Dio, può percepirsi un Dio scevro da mistificazioni, recepito
nel suo vero, angosciato dolore.
Cristo, ti amo:
Non perché sei sceso da una
Stella, ma perché mi hai
Rivelato che l’uomo ha
Sangue, lacrime, angosce
Chiavi per aprire le porte
Chiuse della luce.
Si, tu mi hai insegnato
Che l’uomo e’ Dio,
Un povero Dio,
Crocifisso come te
Ernesto Che Guevara
(dal “Diario di Bolivia”)
Per ascoltare
La Passione secondo Matteo
di Bach fai click sul tasto Play
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di questo file musicale presente in sottofondo
16 aprile 2004
Proponiamo l'incipit della lettera inviata all'ONU nel
1954 da Roul Follerau dove provocatoriamente si ritrae un Cristo che
ancora cammina sulle strade degli uomini per incontrarli e lasciarsi
accogliere...(Mt
25,31-46)
Ancora oggi il fenomemo immigratorio
continua ad oscillare pericolosamente tra assimilazione e segregazione,
lungi da un'efficace integrazione.... su questa tema già Ungaretti
ricordava l'amico Moammed Sceab.
In memoria
Si chiamava
Moammed Sceab
Discendente
di emiri di nomadi
suicida
perchè non aveva più
Patria
Amò la Francia
e mutò nome
Fu Marcel
ma non era francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè
E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono
[...]
Guseppe Ungaretti, L'allegria
30 aprile 2004
Perchè ogni oppressione tirannica
abbia la sua Resistenza, perchè ogni corda ammutita dall'angoscia
torni a risuonare il proprio canto di libertà...
Alle fronde dei salici
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull'erba dura di ghiaccio, al lamento
d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
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di questo file musicale presente in sottofondo
MAGGIO
7 maggio 2004
Con "La madre" di Ungaretti ci riappropriamo
di un'immagine materna vera e profonda, così distante dai bagliori
artefatti esibiti dalle vetrine commerciali.....
La madre
1930
E il cuore quando d'un ultimo battito
Avrà fatto cadere il muro d'ombra,
Per condurmi, Madre, sino al Signore,
Come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'Eterno,
Come già ti vedeva
Quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia.
Come quando spirasti
Dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
Ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
E avrai negli occhi un rapido sospiro.
Giuseppe Ungaretti, Da "Sentimento
del Tempo", 1933
14 maggio 2004
Sono molteplici gli interrogativi che Pasolini
pone coraggiosamente nella poesia "Il PCI ai giovani", scritta
in occasione degli scontri
che aprirono la "calda" stagione primaverile del 1968.
Ci chiediamo, ad esempio, se in una società (sedicente) democratica
sia davvero possibile emanciparsi da una condizione di subalternità
socio-culturale o se, molto più realisticamente, tale povertà
socio-culturale generi inevitabilmente asservimento ideologico e intellettuale,
incapace di riscatto.
Il Pci ai giovani!!
È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
In questa settimana ci soffermiamo su "Uomo
del mio tempo" di Quasimodo: dalla ferocia istintuale dei primordi
all'odierna efferatezza lucidamente predisposta... ne abbiamo fatta
di strada uomo del terzo millennio?
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
Uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
Con le ali maligne, le meridiane di morte,
- T'ho visto - dentro il carro di fuoco, alle forche,
Alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
Con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
Senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
Come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
Gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi." E quell'eco fredda, tenace,
È giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
Le loro tombe affondano nella cenere,
Gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
Salvatore Quasimodo (1901-1968)
GIUGNO
4 giugno 2004
Al termine dell'anno scolastico proponiamo una riflessione
di don Lorenzo Milani
Nati diversi?
Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati.
Allora sostenete
che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri.
Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile
che i
dispettosi siate voi...."
Don Lorenzo
Milani, Lettera ad una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina,
p. 60.
11 giugno 2004
In occasione dell'impegno elettorale, nel frastuono di
una "politica grancassa" proponiamo una sollecitazione del
Card. Martini per un recupero della dimensione etica.
“Si dà risposta vera ai problemi compromettendosi,
coinvolgendo se stessi e gli altri soggetti cointeressati
nella decisione da prendere.
C’è dunque bisogno di un salto di qualità: dal prendere
decisioni, al decidersi.”
(C.M. Martini)
18 giugno 2004
Questa settimana, @ndando oltre commenta, con un lacerto
di Franco Fortini, la repressione armata dei giovani intellettuali di
Piazza
Tien An Men nel giugno del 1989: ancora una volta la società
"civile" si piega connivente alla logica del potere e ai suoi
interessi economici!
Giugno 1989 - Piazza Tien An Men
Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.
In occasione dei ballottaggi vogliamo porre nuovamente
l'attenzione sulla politica e sulla gestione del "bene comune"
presentando le "beatitudini del potere" scritte dal teologo
brasiliano Frei Betto.
LE BEATITUDINI DEL POTERE
Beati coloro che governano perché tutti abbiano pane, pace e
gioia, e tramutino le antiche strutture nella moltiplicazione dell’abbondanza.
Beati coloro che governano con il cuore, liberi da machiavelliche e
macabre intenzioni, servitori pubblici di aneliti, diritti e utopie.
Beati coloro che governano con l’arte di saper ascoltare e firmano
decreti e decisioni senza tingere i fogli di sangue.
Beati coloro che governano cospirando a favore della maggioranza, sottraendo
ai potenti privilegi e onori.
Beati coloro che governano per il bene comune, indifferenti alla propria
immagine e felici per l’ira dei nemici del popolo.
Beati coloro che governano in équipe e fanno della politica un
grande mutirão (lavoro collettivo, ndt) democratico.
Beati coloro che governano lasciandosi governare dalla popolazione,
incrollabili di fronte alle pressioni degli oligopòli e delle
corporazioni del profitto.
Beati coloro che governano a favore della vita, impedendo violenze e
riducendo disuguaglianze.
Beati coloro che governano impregnati di principi evangelici, bocca
e azioni in un unico bacio.
Beati coloro che governano a vantaggio dei diritti umani, spogliati
della logica perversa che porta il denaro pubblico in una cassa il cui
segreto i poveri non scoprono mai.
Beati coloro che governano senza attaccamento al potere, facendo della
loro vita un sacramento del servizio al prossimo, soprattutto ai più
bisognosi.
Ecco che saranno salvi, in questa vita, dal purgatorio dei mediocri,
dall’inferno dei corrotti e dal cielo di coloro che coprono di
lodi gli assassini del popolo.
Con la pubblicazione corrente la rubrica @ndando oltre
"va in vacanza" riprenderà venerdì 27 agosto.
BUONE VACANZE A TUTTI!
Canzone di viaggio
Sole illumina il mio cuore,
vento disperdi le mie pene e i miei lamenti!
Piacere più profondo non conosco sulla terra
se non di andare lontano.
Per la pianura seguo il mio corso,
il sole deve ardermi, il mare rinfrescarmi
per condividere la vita della nostra terra
dischiudo festoso i miei sensi.
E così ogni nuovo giorno mi deve
nuovi amici, nuovi fratelli indicare,
finché lieto posso tutte le forze celebrare,
e di ogni stella diventare ospite e amico.
Reiselied
Sonne leuchte mir ins Herz hinein,
Wind verweh mir Sorgen und Beschwerden!
Tiefere Wonne weiß ich nicht auf Erden,
Als im Weiten unterwegs zu sein.
Nach der Ebne nehm ich meinen Lauf,
Sonne soll mich sengen, Meer mich kühlen;
Unsrer Erde Leben mitzufühlen
Tu ich alle Sinne festlich auf.
Und so soll mir jeder neue Tag
Neue Freunde, neue Brüder weisen,
Bis ich leidlos alle Kräfte preisen,
Aller Sterne Gast und Freund sein mag.
Hermann Hesse
AGOSTO
27 agosto 2004
Riprendiamo la nostra rubrica , dopo la pausa estiva,
con una riflessione di H.Hesse; il viaggio, se vissuto come esperienza
interiore, ci scopre necessariamente mutati ed il ritorno ci offre nuove
e insperate possibilità di leggerci e di leggere il mondo circostante.
“La mia nostalgia inebriata non dipinge più
colori di sogno sulle velate lontananze, il mio occhio si accontenta
di ciò che c’è perché ha imparato a vedere.
Il mondo si è fatto più bello da allora.”
Nell'imminenza della riapertura dell'anno scolastico
prorponiamio un brano dello scrittore libanese Gibran nel quale si sottolinea,
nella ricerca del sapere, la centralità della persona che apprende
e il ruolo di guida discreta e attenta dell'insegnante.
L'insegnamento E un maestro disse: Parlaci dell'Insegnamento.
E lui disse:
Nessuno può insegnarvi nulla se non ciò che già sonnecchia
nell'albeggiare della vostra conoscenza.
Il maestro che cammina all'ombra del tempio tra i discepoli non elargisce
la sua sapienza, ma piuttosto la sua fede e il suo amore.
E se davvero è saggio, non vi invita ad entrare nella dimora
del suo sapere, ma vi guida alla soglia della vostra mente.
L'astronomo può dirvi ciò che sa degli spazi, ma non può darvi
la sua conoscenza.
Il musico può cantarvi la melodia che è nell'aria, ma
non può darvi l'orecchio che fissa il ritmo, né l'eco
che rimanda il suono.
E colui che è esperto nella scienza dei numeri può descrivervi
il mondo del peso e della misura, ma oltre non può condurvi.
Poiché la visione di un uomo non presta le proprie ali a un
altro uomo.
E così come ognuno è solo nella conoscenza di Dio, ugualmente
deve in solitudine conoscere Dio e comprendere la terra.
Gibran Kahlil gibran, Il Profeta
10 Settembre 2004
Per ricordare le vittime
per non dimenticare le responsabilità
Il vento, per definizione simbolo di libertà incondizionata
con i suoi moti imprevedibili e repentini, appare qui impedito nella
sua connaturata spinta a propagarsi, come se lo stesso principio di
libertà che esso vento simboleggia non potesse giungere a chi
vive all'ombra delle gigantesche torri. Vento e sole si caricano di
una forte valenza ideologica, un assioma di libertà, di equità
sociale, che solo un sovvertimento radicale, violento, può ripristinare
come riscatto da un sistema economico-sociale vessatorio.
Qui non scende il vento,
resta qui tra le torri,
nelle lunghe altezze,
che un giorno cadranno,
abbattute, schiacciate dalla loro
stessa vanità.
Sprofonda, città, dalle spalle terribili,
crolla su se stessa.
Che baraonda
di finestre chiuse,
di vetri, di pezzi di plastica,
di vinte, piegate strutture.
Allora entrerà,
potrà scendere il vento
fino al livello del fondo.
E d'allora non ci sarà
più sopra nè sotto.
Rafel Alberti scrisse questa poesia - titolo NY - dopo
aver visto a New York le torri Gemelle del World Trade Center. Il componimento
è tratto da Versos Seix Barral. Qui è nella traduzione
di Gabriel Cacho Millet.
Io sono uno che non ha mai finito una scuola in vita
sua
Uno che ha sempre pagato per le malefatte altrui
ma ora vengo a te, Beslan,
per imparare davanti alle rovine della scuola tua.
Beslan, lo so, sono un cattivo padre io,
ma davvero dovrò assistere
alla fine di tutti i cinque figli miei
sopravvivendo nella vecchiaia per castigo?
Lo so, non sono in una città straniera
mentre cerco il mio cuore tra i fiotti del dolore
inciso goffamente col coltello
in quell'ultimo banco bruciato della scuola.
Che cosa sarai mai in Russia tu, o poeta?
Paragonato al tritolo, sei un moscerino.
E non abbiamo oggi scusa alcuna
se sulla terra tutto questo accade.
Come ad un tratto lì a Belsan tutto si fonde ancora:
l'inafferrabilità, il caos, l'orrore
l'imperizia di saper salvare senza fare vittime
e al tempo stesso tutte quelle storie di coraggio.
E il passato, guardandoci, trema
e il futuro, promessa innocente,
tra i cespugli si sottrae al presente
che gli spara alla schiena.
Ma la mezza luna abbraccia la croce.
Tra i banchi bruciati e tra i cespugli
come fratelli vagano Maometto e Cristo
raccogliendo dei bambini i pezzi.
Oh Dio dai tanti nomi, abbracciaci tutti!
Che davvero dovremo seppellire senza gloria
accanto ai bambini di ogni credo
noi stessi nel cimitero di Beslan?
Quando andavano i convogli in Kazakhstan,
stracolmi di ceceni ammassati l'un sull'altro,
il terrore futuro si stava generando là,
nel liquido amniotico di quei nascituri.
Laggiù, in quella prima culla sempre più
cattivi,
si stringevano loro, felici di nascondersi così,
eppur sentivano attraverso il grembo della madre
il calcio dei fucili sulle teste.
E certo non pregavano Mosca
che li confinava nella steppa, dove tutto è piatto e spoglio,
come se per incanto sulla terra
Satana avesse cancellato i monti antichi.
Ma la lama ricurva della luna, lì
tra le fessure nei tetti delle case di terra
ricordava loro il segreto dell'Islam
tra gli slogan sovietici dell'inganno
E l'arroganza plebea di Eltsin,
e la fanfaronata di Graciov su quella "guerra-lampo"
li spinsero poi verso i primi attentati,,
e allora alla guerra non ci fu più scampo...
Le kamikaze cecene portano esplosioni sul petto,
alla vita, e al posto della collana al collo.
E come sempre, tanti più morti si lasciano alle spalle
tanto più basso è il prezzo della vita.
Com'è cambiato il volto del firmamento,
la tenebra a Beslan esplode solo per i tank,
e ha sussultato al pensiero della fine
in quella scuola e il quel campo di basket laggiù
la mina innescata da Stalin.
Ma a niente serve la vendetta.
Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta.
Finché ci sono ancora bimbi vivi,
non ci dimentichiamo la parola "insieme".
Nessuno di noi è eroe da solo,
ma dinnanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi.
Io sto insieme ai bambini bruciati.
Sono anch'io uno di loro... Uno della scuola di Beslan.
(traduzione di Nadia Cicognini)
(9 settembre 2004)
IL COMMENTO L'incubo degli indifesi - I bimbi liberati ma non liberi
di TAHAR BEN
JELLOUN
Ci hanno insegnato che l'infanzia è innocenza:
un bimbo non si tocca, lo si rispetta. Ma per i bambini ostaggi a Beslan
l'innocenza non esiste più. Non parlo di quelli che sono stati
massacrati. Hanno tutta la morte per dormire. Parlo dei bambini che
sono stati liberati. Ma non per questo la violenza che hanno subito
è stata cancellata, lavata via per sempre. Questi bimbi hanno
una memoria che ha impresso tutto, e lo conserverà a lungo. Hanno
visto la morte, hanno visto il sangue, hanno visto l'orrore. Sono usciti
nudi o quasi, lo sguardo spaurito, gli occhi offuscati da quanto hanno
visto, dalle scene cui hanno assistito. Continua...
24 Settembre 2004
Aldilà e oltre le geopolitiche che uccidono con
la fame, la guerra, l'inquinamento, la corruzione c'è la geopolitica
di gruppi e comunità, che, riappropriatisi della propria identità
culturale, e diventati quindi soggetti attivi del proprio sviluppo,
analizzano e conoscono il proprio territorio per agire su di esso con
azioni concertate tese a ricavare dalla sua organizzazione godimento
e abbellimento per la propria esistenza quotidiana. E' la geopolitica
nonviolenta e progettuale dei popoli che si oppone alla geopolitica
violenta e distruttiva degli imperi e degli eserciti.
G.Martirani
Docente di Geografia Politica ed
Economica all’Università di Napoli
La vita stessa, proprio nella sua estiva energia, si
appresta ad annunciare la stagione del crepuscolo: natura ed umanità
paiono condividere la medesima intima malinconia che Cardarelli ritrae
finemente.
Autunno
Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.
La rubrica @ndando oltre propone questa settimana una
mail che ci riporta con la mente ed il cuore all'Iraq, alle sue sofferenze
e alla speranza che persone disposte a pagare per la pace donano a quella
terra e alla sua gente.
Da una mail a una amica
Di prima mattina avevamo appuntamento con lo sceicco per discutere del
progetto scuole. Ci ha raccontato dei suoi fedeli uccisi mentre marciavano
pacificamente, padri di famiglia. Io gli ho raccontato di Enzo.
Abbiamo pianto sui morti comuni, un cordoglio italiano-iracheno. Ci
ha detto di essere forti. In questi giorni rimane poco spazio per sperare;
il dolore è dappertutto.
Poi alla sera è tornato, ci ha fatto una sorpresa: due piante
di margherite. Voleva farci sorridere. "Dopo avervi viste così
depresse questa mattina non sono riuscito a riposare tutto il giorno".
E lo dice uno che da un anno vede morire amici, conoscenti. "Ho
scelto questo fiore perché è l'unico che riesce a crescere
nella terra salata. È come voi: vive e cresce anche in una condizione
negativa". "Allora smettetela di essere tristi, siete una
delle cose più preziose che abbiamo. E soprattutto voglio riposarmi".
Ci ha fatto sorridere. A me è toccata la margherita rossa solitaria,
con lo stelo lungo. A Simo quella rosa e carnosa.
Oggi milioni di fedeli in tutto il mondo e 824.000 cittadini
di fede islamica in Italia iniziano il Ramadan, mese di digiuno e di
preghiera. Questo periodo di profonda religosità possa davvero
essere occasione di speranza e di pace per tutto il mondo.
RAMADAN
Sura II - Al-Baqara - (La Giovenca)
183 O voi che credete, vi è prescritto
il digiuno come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto.
Forse diverrete timorati;
184 [digiunerete] per un determinato numero di giorni.
Chi però è malato o è in viaggio, digiuni in seguito
altrettanti giorni . Ma per coloro che [a stento] potrebbero sopportarlo,
c'è un'espiazione: il nutrimento di un povero. E se qualcuno
dà di più, è un bene per lui. Ma è meglio
per voi digiunare, se lo sapeste!
185 E' nel mese di Ramadân che abbiamo fatto scendere
il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione.
Chi di voi ne testimoni [l'inizio] digiuni . E chiunque è malato
o in viaggio assolva [in seguito] altrettanti giorni. Allah vi vuole
facilitare e non procurarvi disagio, affinché completiate il
numero dei giorni e proclamiate la grandezza di Allah Che vi ha guidato.
Forse sarete riconoscenti!
Introduciamo la poesia di Roul Follerau con le sue stesse
parole a commento.
"Non si potrà parlare nè di civiltà,
nè di umanità, finchè noi accetteremo (Oh! Senza
parlarne, beninteso, e facendo tutti gli sforzi per non pensarci!) che
alcuni uomini si arricchiscano vergognosamente - e tranquillamente -
con la fame e la morte degli altri."
Ci hai mai pensato?
Signora, signora,
tu che cammini in questo giardino,
leggera,
tenendo il bambino per mano,
non ci hai mai pensato?...
Stasera,
stasera come tutte le sere,
dopo aver cenato,
entrerai dolcemente nella piccola camera,
dove dorme, tra le lenzuola bianche,
il sorriso vivente
della tua vita.
Dolcemente, soavemente,
come carezza d'angelo, sfiorerai col dito,
poi con le labbra,
la piccola fronte sprofondata nel guanciale,
dolcemente,
per non svegliare,
il piccolo felice.
Satasera, stasera, signora,
e d'orinnanzi tutte le sere,
stasera e per sempre,
abbracciando il tuo bambino,
il tuo bene, il tuo amore,
tu penserai
che c'è sulla terra
un altro bambino,
bello
come il tuo,
innocente
come il tuo,
che non riesce a dormire.
Non riesce a dormire
perchè ha fame.
E piange
perchè ha fame.
E avrà fame
domani,
la settimana ventura,
e ogni giorno,
sempre.
Avrà fame, con 400 milioni di altri
che hanno fame.
Arturo Martini, La Giustizia corporativa
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’A livella
Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza
Per i defunti andare al cimitero.
Ognuno ll’adda fa’
chesta creanza;
ognuno adda tenè chistu pensiero.
Ogn’anno, puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado, e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ’e zi’ Vicenza.
St’anno m’è capitata ’n’avventura…
Dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!), si ce penzo, che paura!
ma po’ facette un’anema e curaggio.
’O fatto è chisto, statemi a sentire:
s’avvicenava ll’ora d’ ’a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.
«QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILE IMPRESE
MORTO L’11 MAGGIO DEL ’31».
’O stemma cu ’a curona ’ncoppa
a tutto…
…sotto ’na croce fatta ’e lampadine;
tre mazze ’e rose cu ’na lista ’e lutto: cannele, cannelotte
e sei lumine.
Proprio azzeccata ’a tomba ’e stu
signore
Nce steva ’n’ata tomba piccerella,
abbandonata, senza manco un fiore;
pe’ segno, solamente ’na crucella.
E ncoppa ’a croce appena se liggeva:
«ESPOSITO GENNARO NETTURBINO».
Guardannola, che ppena me faceva
Stu muorto senza manco nu lumino!
Questa è la vita! ’Ncapo a me penzavo…
Chi ha avuto tanto e chi nun ave
niente!
Stu povero maronna s’aspettava
Ca pure all’atu munno era
pezzente?
Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’ rummanette
’nchiuso priggiuniero,
muorto ’e paura… nnanze ’e cannelotte.
Tutto a ’nu tratto, che veco ’a luntano? Ddoje ombre avvicenarse ’a
parte mia…
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano… Stongo scetato… dormo,
o è fantasia?
Ate che fantasia; era ’o Marchese:
c’ ’o tubbo, ’a caramella e c’ ’o pastrano;
chill’ato appriesso a isso
un brutto arnese:
tutto fetente e cu ’na scopa mmano.
E chillo certamente è don Gennaro …
’o muorto puveriello … ’o scupatore.
’Int’ a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se retireno a chest’ora?
Putevano sta’ ’a me quase ’nu palmo,
quando ’o Marchese se fermaje ’e botto,
s’avota e, tomo tomo… calmo calmo,
dicette a don Gennaro: « Giovanotto!
Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppelir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!
La casta è casta e va, si, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, si, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!
Ancora oltre sopportar non posso
La vostra vicinanza puzzolente.
Fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso
Tra i vostri pari, tra la vostra gente».
«Signor Marchese, nun è colpa mia,
i’ nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?»
Si fosse vivo ve farrie
cuntento,
pigliasse ’a casciulella cu ’e qquatt’osse,
e proprio mo, obbj’ …
’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata
fossa».
«E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
Avrei dato piglio alla violenza!»
«Famme vedé… - piglia sta violenza…
’A verità, Marchè’, mme so’ scucciato
’e te sentì; e si perdo ’a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so’ mazzate!...
Ma chi te cride d’essere… nu ddio?
Ccà dinto, ’o vvuò capì, ca simmo eguale?...
… Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ’n ’ato è tale e qqale».
«Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?».
«Tu qua’ Natale… Pasca e Ppifania!!!
T’ ’o vvuo’ mettere ’ncapo… ’int’
’a cervella
Che staje malato ancora ’e fantasia?...
’A morte ’o ssaje ched’è?... è una livella.
’Nu rre, ’nu maggistrato, ’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’ ’o punto
c’ha perzo tutto, ’a vita e pure ’o nomme:
tu nun t’hé fatto ancora chistu cunto?
Perciò, stamme a ssentì… nun fa’
’o restivo,
suppuortame vicino – che te ’mporta?
Sti ppagliacciate ’e ffanno sulo ’e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo â morte!»
ANTONIO DE CURTIS, ’A Livella,
Poesie Napoeltane, Fausto fiorentino Editrice, p. 11-17.
Per commentare l'esito delle elezioni presidenziali statunitensi,
questa settimana, @ndando oltre ospita un testo, quanto mai ironico
e mordace, di Giorgio Gaber.
L’AMERICA
A noi ci hanno insegnato tutto gli Americani.
Se non c’erano gli Americani a quest’ora
noi eravamo Europei. Vecchi, pesanti, sempre pensierosi, con gli abiti
grigi e i taxi ancora neri.
Non c’è popolo che sia pieno di spunti nuovi
come gli Americani. E generosi.
Gli Americano non prendono mai. Danno, danno. Non c’è
popolo più buono degli Americani.
I Tedeschi sono cattivi. È per questo che le guerre
gli vengono male. Ma non stanno mai fermi, ci riprovano, c’hanno
il diavolo che li spinge: "Dai, dai!".
Intanto Dio fa il tifo per gli Americani e secondo me
ci influisce, non è mica uno scalmanato qualsiasi Dio, ci influisce.
E il diavolo si incazza. Stupido, prende sempre i cavalli
cattivi.
Già, ma non può tenere per gli Americani,
per loro le guerre sono una missione. Non le fanno mica per prendere…
per dare! C’è sempre un premio per chi perde la guerra,
quasi, quasi conviene: "Congratulazioni, Lei ha perso ancora!",
e giù camion di caffè. A loro gli basta regalare.
Una volta gli invasori si prendevano tutto del popolo
vinto: donne, religione, scienza, cultura. Loro no, non sono capaci.
Uno vince la guerra, conquista l’Europa, trova lì una lampada
liberty, che fa, il saccheggio è ammesso, la fa sua. Nooo! Civilizzano
loro. È una passione. E te ne mettono lì una al quarzo,
tutto bianco. E l’Europa con le sue lucine colorate, i suoi fiumi,
le sue tradizioni, i violini, i walzer… E poi luci e neon e colori
e vita e poi ponti, autostrade, grattacieli, aerei… chewing-gum.
Non c’è popolo più stupido degli
Americani. La cultura non li ha mai intaccati. Volutamente! Sì,
perché hanno ragione di diffidare della nostra cultura, vecchia,
elaborata, contorta. Certo, più semplicità, più
immediatezza, loro creano così… come cagare!
Non c’è popolo più creativo degli
Americani. Ogni anno ti buttano lì un film, bello anche, bellissimo,
ma guai se manca quel minimo di superficialità necessaria. Sotto,
sotto c’è sempre il western… anche nei manicomi riescono
a metterci gli Indiani! E questa è coerenza.
Gli Americani hanno le idee chiare sui buoni e sui cattivi.
Chiarissime. Non per teoria, per esperienza… i buoni sono loro!
E ti regalano una scatola di sigari, cassette di whisky, navi, sapone,
libertà, computer, abiti usati, squali.
A me l’America non mi fa niente bene. Troppa libertà.
Bisogna che glielo dica al dottore.
A me l’America mi fa venir voglia di un dittatore.
Ohhhhh!!! Sì, di un dittatore. Almeno si vede, si riconosce.
Non ho mai visto qualcosa che sgretola l’individuo come quella
libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così
bene dal di dentro.
Come sono geniali gli Americani, te la mettono lì,
la libertà è alla portata di tutti come la chitarra: ognuno
suona come vuole e tutti suonano come vuole la libertà.
Strana sorte tesse per la propria storia l'uomo: abbattere
muri per erigerne nuovi (e più claustrofobici) altrove; riusciremo
mai a trarre insegnamento dagli eventi passati?
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Un sogno non può star fermo: non
fa bene. Ma se è un sogno in avanti, il fatto che si agita fa
un ben altro effetto. Anche quel tanto di smorto, di debilitante che
può prestarsi alla semplice nostalgia, viene allora a cadere.
La nostalgia si fa piuttosto desiderio e indica quel che esso può
realmente.
Il disagio sociale sfiora, talvolta,
momenti di tale tensione da sovvertire il principio fondante di una
società democratica: il rispetto della legalità. E' in
nome di esso che non possiamo approvare l'illecità dei saccheggi
avvenuti, ma, sempre nel suo nome, ci interroghiamo sulla responsabilità
di coloro che, al contrario, impunemente, hanno impoverito le nostre
già esigue risorse. Significativa ci è parsa la forte
analogia con un luogo del romanzo manzoniano, l'assalto alle fornerie:
la storia si ripete e con essa le iniquità sociali...
"La sera avanti questo giorno in
cui Renzo arrivò in Milano, le strade e le piazze brulicavano d'uomini,
che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune,
conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l'intesa,
quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo.
Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come
di colui che l'aveva proferito
....
Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi...c'eran coloro
che avevan fatto disegno sopra un disordine più co' fiocchi. -
Al forno! al forno! - si grida. " ...
La gente comincia a affollarsi di fuori, e a gridare: - pane! pane! aprite!
aprite!
Mezzanotte e cinque a Bhopal... perchè
non ci dimentichiamo mai che l'uomo non può essere "mezzo"
- piegato ad interessi economici, politici, personali - ma sempre e
comunque un "fine".
"L'uomo e la sua sicurezza devono
costituire la prima
preoccupazione di ogni avventura tecnologica.
Non lo dimenticate mai quando siete immersi
nei vostri calcoli e nelle vostre equazioni"
Dichiarazione Universale dei Diritti
Umani
10 dicembre 1948: Preambolo: “Considerato che il riconoscimento
della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana
e dei loro diritti, uguali e inalienabili, costituisce il fondamento
della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. Articolo 1: “Tutti gli esseri umani nascono liberi
ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e
di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Articolo 28: “Ogni essere umano ha diritto a
un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà
enunciate in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati”.
La visione della vita come pulsione
ad esistere in quanto avventura, trascende i propri confini per riscoprire
qualcosa in noi stessi. Coelho riflette sul senso della vita e la possibilità
di carpirla autenticamente solo al termine di essa...
"Cos'é quella forza
che ci spinge lontano dal confronto di ciò che é
familiare e ci fa affrontare le sfide, pur nella consapevolezza che
la
gloria del mondo é transitoria? Credo che questo impulso sia
la ricerca del senso della vita. Per anni ho cercato nei libri, nell'arte,
nella scienza, nei pericolosi o facili cammini che ho percorso, una
risposta definitiva a questa domanda. Ne ho trovate tante. Oggi sono
convinto che una tale risposta non ci sarà mai data in questa
esistenza, anche se alla fine, nel momento in cui ci troveremo nuovamente
dinanzi al Creatore, ci renderemo conto di ogni opportunità che
ci é stata offerta."
dal Discorso di insediamento di Paulo
Coelho all'Accademia Brasiliana di Lettere
Perchè il Natale diventi un'occasione
per riconoscere i punti di contatto e non di contrasto tra cristianesimo
e islam. Quest'anno i nostri auguri di un Natale sereno vi giungano
attraverso i versetti del Corano
45Quando
gli angeli dissero: "O Maria, Allah ti annuncia la lieta novella
di una Parola da Lui proveniente: il suo nome è il Messia , Gesù
figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'Altro, uno dei più
vicini. 46Dalla culla parlerà
alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini
devoti". 47 Ella disse: "Come
potrei avere un bambino se mai un uomo mi ha toccata?". Disse:
"E' così che Allah crea ciò che vuole: quando decide
una cosa dice solo "Sii" ed essa è".
Sura III, Âl 'Imrân (La Famiglia
di Imran)
16 Ricorda
Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un
luogo ad oriente. 17Tese una cortina
tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito , che assunse
le sembianze di un uomo perfetto. 18Disse
[Maria]: « Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole,
se sei [di Lui] timorato! ». 19Rispose:
«Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un
figlio puro».20Disse: «Come
potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono
certo una libertina?». 21Rispose:«E'
così. Il tuo Signore ha detto: "Ciò è facile
per Me? Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte
Nostra. E' cosa stabilita"».22Lo
concepì e, in quello stato, si ritirò in un luogo lontano.
Per promuovere la pace, vincendo il male con
il bene, occorre soffermarsi con particolare attenzione sul bene comune
e sulle sue declinazioni sociali e politiche. Quando, infatti, a tutti
i livelli si coltiva il bene comune, si coltiva la pace. Può
forse la persona realizzare pienamente se stessa prescindendo dalla
sua natura sociale, cioè dal suo essere «con» e «per»
gli altri?
Dal messaggio
di sua Santità
Giovanni Paolo II
per la celebrazione della
giornata mondiale
della pace 1° gennaio 2005